PARTE 4 — Ho detto a mio figlio che non avrei più pagato, ma la risposta di Vera fece sparire il sorriso dal volto di Kristina

PARTE 4

— Il padre risulta irreperibile da settimane.

Lessi quella frase tre volte.

Non ero irreperibile. Avevo risposto alle chiamate di Vera, anche se le avevo risposto male. Avevo mandato gli alimenti, almeno quelli stabiliti. Avevo perfino tenuto nel portafoglio una fotografia di Miron, piegata in quattro, con il bordo consumato.

Ma per la clinica ero un nome su un modulo.

Un padre che pagava il minimo e spariva quando compariva una spesa diversa dal solito.

— Devi andare — disse Rustam.

— Con Vera?

— Con tuo figlio.

— E Kristina?

Rustam indicò il telefono, che continuava a illuminarsi sulla scrivania.

— Prima devi decidere chi vuoi salvare.

Non risposi alle chiamate di Kristina. Presi il cappotto e uscii dall’ufficio con la busta gialla sotto il braccio.

Nel parcheggio pioveva forte. Le gocce rimbalzavano sul cofano delle automobili e cancellavano i segni di polvere sul parabrezza. Guidai fino alla clinica senza accendere la radio.

Vera mi aspettava nell’ingresso, seduta su una sedia di plastica. Aveva il viso tirato e teneva sulle ginocchia lo zainetto di Miron. Dalla cerniera pendeva un piccolo dinosauro verde, con una zampa cucita male.

— Dov’è? — chiesi.

— Con il medico.

— Che cosa hanno trovato?

— Un valore alterato negli esami. Vogliono ripeterli e tenerlo sotto osservazione.

Mi sedetti accanto a lei.

— Perché non mi hai chiamato direttamente dalla clinica?

Vera mi guardò senza rabbia.

— Ti ho chiamato. Tu hai detto che avresti visto cosa potevi fare.

Abbassai gli occhi sul dinosauro. La zampa era stata ricucita con un filo giallo molto spesso.

— Ho sbagliato.

— Sì.

La sua risposta fu semplice. Non mi lasciò spazio per difendermi.

— I soldi sono stati bloccati.

— Lo so. Elena mi ha telefonato.

— Kristina ha spostato parte del mio stipendio sul suo conto.

— Lo sapevi?

— Non davvero. Ho firmato senza leggere.

— Anche questo è stato un errore.

— Lo so.

Un’infermiera uscì dalla porta con una cartella bianca.

— La madre di Miron?

Vera si alzò.

— Sono io.

— Il medico vuole parlare con entrambi.

Entrammo in una stanza stretta, con un lavandino d’acciaio e un calendario pieno di animali disegnati. Il pediatra indicò due sedie.

— Gli esami non significano ancora una diagnosi precisa — spiegò. — Ma il bambino ha bisogno di altri controlli e di un trattamento immediato per la tosse.

— È grave? — domandai.

— È abbastanza serio da non poter aspettare tre settimane.

Vera chiuse le mani sulle ginocchia.

— Quanto costerà?

Il medico guardò prima lei, poi me.

— Una parte sarà coperta. Il resto dipenderà dalle analisi.

Sentii il telefono vibrare nella tasca.

Era Kristina.

Questa volta risposi.

— Dove sei? — domandò.

— In clinica.

— Devi venire da me. Ho trovato un modo per sbloccare i soldi.

— Quale modo?

— Devi firmare una delega. Il conto è intestato a te, ma senza la tua autorizzazione non posso trasferire la somma.

— Per cosa ti servono?

— Per sistemare tutto.

— I debiti della tua società?

Il silenzio dall’altra parte durò troppo.

— Chi ti ha messo queste idee in testa?

— La tua firma. I tuoi trasferimenti. I documenti.

— Oleg, ascoltami. Se perdi quei soldi, perdi anche me.

Guardai Vera. Non aveva ascoltato volutamente, ma ogni parola era arrivata fino a lei.

— Io ho già perso qualcosa — dissi. — Solo che non era il conto del viaggio.

— Non fare l’eroe per lei.

— Non lo sto facendo per Vera.

Mi voltai verso il lettino dietro il vetro. Miron era seduto con una mascherina sul viso. Aveva gli occhi chiusi e stringeva un’automobile rossa tra le dita.

— Lo sto facendo per mio figlio.

Kristina respirò forte.

— Se vai avanti con questa storia, io dirò che mi hai autorizzata a usare i soldi.

— È vero. Ti ho autorizzata a gestirli.

— Allora ammetti che non hai nulla contro di me.

— Ho contro di te il fatto che hai preso denaro destinato a un bambino malato.

— Tu me l’hai dato.

Quelle parole mi fecero male perché erano vere.

Avevo firmato.

Avevo trasferito.

Avevo scelto il vestito, il viaggio, la promessa di una felicità adulta e ordinata, mentre Miron aspettava un esame in una stanza d’asilo.

— Domani parlerò con Elena — dissi.

— Se lo fai, è finita.

— Kristina, è già finita.

Chiusi la chiamata.

Vera non mi ringraziò. Non sarebbe stato giusto.

— Non devi pagare tutto stanotte — disse. — Devi solo restare qui.

— Resterò.

— Domani dovrai spiegare ogni firma.

— Lo farò.

— E gli alimenti arretrati?

— Li coprirò.

— Con quali soldi?

Tirai fuori le chiavi dell’automobile e le posai sul tavolo.

— Venderò la macchina.

Vera guardò le chiavi, poi me.

— È la macchina che volevi da anni.

— Miron vale più dei miei anni di desideri.

— Non usare frasi grandi. Usale solo se sei disposto a farle diventare azioni.

Il mattino seguente tornai in banca con Rustam. Scoprimmo che Kristina aveva trasferito quasi tutto il denaro della vacanza per coprire un debito contratto dalla sua società. Non aveva prenotato nessun albergo. Le fotografie del mare erano state salvate da una pagina pubblicitaria.

Non era mai esistito un viaggio.

Esisteva soltanto il conto.

Esistevano le mie firme.

E la sua certezza che, per amore, non avrei letto nulla.

Elena fece notificare il blocco sui fondi rimasti e predispose un piano per recuperare gli arretrati. Non finii in carcere, non ci furono scene spettacolari né vendette improvvise. Ci furono moduli, ricevute, rate e una lunga fila davanti a uno sportello dove una donna controllò per dieci minuti la mia carta d’identità.

La punizione fu molto meno rumorosa di quanto avevo immaginato.

Ogni mese una parte del mio stipendio sarebbe andata a Vera. Una seconda parte sarebbe servita a coprire le spese mediche di Miron. Io avrei dovuto vivere con ciò che restava e smettere di chiamare «sacrificio» ogni scelta che avevo fatto per compiacere Kristina.

La cosa più difficile fu dirlo a Miron.

Lo trovai nella stanza della clinica con il dinosauro verde appoggiato sul cuscino. Aveva ancora il cerotto sul braccio e guardava un cartone senza volume.

— Papà — disse.

Mi sedetti accanto a lui.

— Ciao, campione.

— Hai portato qualcosa?

Tirai fuori dalla tasca l’automobilina rossa che avevo visto il giorno prima.

— Il medico ha detto che non posso dartela prima di aver mangiato tutta la zuppa.

Miron la osservò con attenzione.

— È veloce?

— Molto.

— Più veloce della tua macchina?

Guardai Vera, che stava sistemando i vestiti nello zaino.

— La mia macchina non ce l’ho più.

Miron spalancò gli occhi.

— Perché?

— Perché servivano soldi per curarti.

Vera si voltò di scatto.

— Oleg.

— Non gli sto facendo pesare niente — dissi. — Gli sto spiegando una cosa semplice.

Miron strinse l’automobilina.

— Te la ricompro io quando guarisco.

Mi si chiuse la gola.

— Non devi ricomprarmi niente.

— Però posso?

— Puoi chiedermi di giocare con te.

Lui annuì e allungò la macchina sul lenzuolo. La fece correre piano, perché il suo braccio faceva male.

— Guarda, papà. Sta andando in ospedale.

— Allora dobbiamo seguirla.

Rimasi con lui per tutto il pomeriggio. Gli tenni il bicchiere quando aveva le mani stanche, chiamai la farmacia, lessi ad alta voce le istruzioni del trattamento. Vera non mi fece complimenti e non mi perdonò quel giorno.

Ma, quando il medico uscì e disse che Miron poteva continuare la cura a casa, lei mi consegnò lo zainetto.

— Domani devi portargli il farmaco alle otto.

— Sarò qui alle otto meno dieci.

— Non promettere.

— Va bene. Sarò qui alle sette e cinquanta.

Vera abbassò lo sguardo sul dinosauro verde. La zampa ricucita sporgeva dalla cerniera.

— Questa era la cosa che aveva da quando è nato.

— Non lo sapevo.

— Non sapevi molte cose.

— Posso imparare.

Lei rimase in silenzio per qualche secondo.

— Imparare non significa presentarsi una settimana e poi sparire.

— Non sparirò.

— Vedremo.

Aveva ragione a non credermi. La fiducia non si ricostruisce con una frase pronunciata in una stanza d’ospedale.

La sera, nel corridoio, ricevetti l’ultimo messaggio di Kristina. Diceva che avevo rovinato tutto, che lei mi aveva dato una possibilità e che Vera mi avrebbe comunque lasciato solo.

Non risposi.

Non perché avessi trovato la risposta perfetta.

Perché davanti a me Miron stava facendo correre la sua automobilina rossa lungo il corrimano, contando sottovoce le porte della clinica.

Una.

Due.

Tre.

Alla quarta si fermò e mi indicò una targhetta.

— Papà, qui c’è scritto «bambini».

— Sì.

— Allora entriamo insieme.

E mi porse la sua piccola mano, ancora segnata dal cerotto bianco.

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