PARTE 4
…Per alcuni secondi nessuno parlò.
Il ronzio dei neon sembrava troppo forte. Fuori, la pioggia batteva contro i vetri dell’agenzia come dita impazienti.
Serena prese il telefono dalle mani di Clara.
—Non rispondere —disse. —Prima facciamo una copia del messaggio.
—È una minaccia —mormorai.
—Sì —rispose l’avvocata. —E adesso è anche una prova.
Nicola tentò di raggiungere la porta.
Serena gli si mise davanti.
—Dove pensa di andare?
—A chiamare il mio avvocato.
—Lo chiami da qui.
Nicola frugò nella tasca della giacca con dita tremanti. Il telefono gli cadde sul pavimento e scivolò sotto la scrivania. Quando si chinò a raccoglierlo, il volto gli era diventato quasi grigio.
Clara compose un numero.
—Sono Clara Bassi. Voglio una pattuglia davanti alla sede e una seconda alla mia abitazione. Abbiamo una minaccia diretta e un possibile reato finanziario.
Nicola rise piano, ma non c’era più sicurezza in quel suono.
—State esagerando.
—No —disse Clara. —Abbiamo smesso di minimizzare.
Il suo avvocato arrivò venticinque minuti dopo. Si chiamava Paolo Rinaldi e aveva il cappotto ancora gocciolante sulle spalle. Entrò con una cartella nera, salutò Nicola e gli parlò sottovoce vicino alla finestra.
Io osservavo il mio portachiavi a forma di locomotiva, stretto nella mano destra. La vernice rossa sulle ruote era consumata in due punti. Mio padre lo aveva tenuto in tasca per trent’anni prima di darmelo.
Paolo ascoltò la registrazione.
La sua espressione cambiò lentamente.
—Nicola, devi smettere di parlare.
—Sei il mio avvocato.
—Appunto. E il mio consiglio è di non peggiorare la tua posizione.
—Puoi difendermi.
—Posso assisterti. Non posso cancellare una registrazione, un trasferimento e una minaccia.
Nicola si voltò verso di me.
—Matteo, tu sai come funzionano queste cose. Clara ti sta usando. Se ritiri la denuncia, possiamo sistemare tutto.
—Non ho fatto denuncia io.
—Allora chiedile di fermarsi.
—Perché dovrei?
La domanda rimase sospesa.
Nicola fece un passo verso di me.
—Perché ti ho dato un lavoro quando nessuno ti voleva.
—E io ti ho dato tre anni della mia vita.
—Non puoi buttare via tutto per una giornata.
—Non sono stato io a buttarla via.
In quel momento Clara fece partire di nuovo la registrazione, stavolta dagli altoparlanti della sala riunioni. La voce di Nicola riempì l’ufficio.
«Se perde il contratto, sarà colpa sua. Ho già pronto il modulo per licenziarlo.»
Lui rimase immobile.
Ascoltò le proprie parole dall’esterno.
Quando la frase terminò, si guardò intorno come se sperasse che qualcuno la smentisse.
Nessuno lo fece.
—Io non parlavo sul serio —disse.
—Lo dicevi con molta chiarezza —rispose Giulia.
—Giulia, tu non capisci.
—Capisco che hai mentito a tutti noi.
L’arrivo della polizia avvenne alle 21:06. Gli agenti acquisirono il computer, i telefoni e le copie dei rapporti. Nicola consegnò le chiavi con un gesto lento, quasi cerimoniale.
Non fu arrestato quella sera. Ma fu accompagnato fuori dall’edificio, mentre Serena consegnava agli investigatori i documenti sui trasferimenti e la minaccia ricevuta.
La società intestata alla persona creduta morta era stata aperta usando i dati di un ex dipendente. L’uomo era vivo, ricoverato in una struttura da anni, e non aveva mai firmato nulla. Nicola aveva creato l’identità falsa per spostare il denaro senza attirare l’attenzione.
Il fondo per le cure non era stato svuotato del tutto. Clara aveva bloccato l’ultimo trasferimento appena ricevuto l’avviso del revisore.
Ma mancavano ancora novantaduemila euro.
Li ritrovarono tre settimane dopo in un conto intestato a un intermediario straniero. Il cognato di Nicola collaborò con gli investigatori. Disse che Nicola gli aveva promesso una parte del denaro e che la storia del mio licenziamento serviva a dare la colpa a qualcuno prima dell’audit.
Quando uscii dall’agenzia quella notte, non provai gioia.
Provai stanchezza.
Clara mi accompagnò fino alla macchina.
—Puoi ancora rifiutare il mio lavoro —disse.
—Lo so.
—Non voglio che tu accetti perché ti senti in debito.
Guardai il portachiavi nella mia mano.
—Stamattina mi sono fermato perché era la cosa giusta. Domani accetterò perché è la cosa giusta per me.
Il lunedì seguente entrai nella nuova sede della Bassi Trasporti alle 8:03. La porta dell’ufficio aveva una targhetta semplice: «Comunicazione e progetti speciali». Nessuno mi chiese di dimostrare il mio valore con una notte insonne.
Il mio primo incarico fu creare un programma di sostegno per i dipendenti e le loro famiglie. Clara volle che una parte del fondo venisse destinata anche alla formazione sui soccorsi d’emergenza.
—La tua storia non deve diventare una leggenda —mi disse. —Deve diventare qualcosa che aiuti qualcun altro a non passare oltre.
Per la prima volta dopo anni, tornavo a casa prima di cena.
Preparavo la pasta per mia sorella Elisa e per suo figlio Tommaso, che vivevano con me da quando lei aveva iniziato il turno serale in ospedale. Tommaso aveva sette anni e faceva domande su tutto.
Un pomeriggio di novembre mi chiese:
—Zio, perché tieni sempre quella locomotiva in tasca?
La appoggiai sul tavolo accanto ai colori a cera.
—Me l’ha regalata il nonno quando avevo la tua età.
—E porta fortuna?
—No. Mi ricorda di non restare fermo nel posto sbagliato.
Tommaso ci pensò, poi disegnò un treno con tre carrozze e una figura inginocchiata accanto ai binari. Nella prima carrozza scrisse il mio nome con lettere enormi.
—Questa sei tu quando hai aiutato la signora —disse.
—E qui chi c’è?
Indicò una piccola donna con un cappotto color crema.
—La persona che ti ha trovato.
Appesi quel disegno vicino alla scrivania.
A dicembre arrivò la prima neve. La città divenne silenziosa e bianca, e io imparai a godermi cose che prima consideravo inutili: il rumore del bollitore, le telefonate senza fretta, il tragitto a piedi dopo il lavoro.
Nicola, invece, mi scrisse per la prima volta dopo quasi quattro mesi.
Il messaggio arrivò alle 22:18.
«Matteo, ho perso tutto. Il processo inizierà presto. Clara non vuole ascoltarmi, ma tu puoi ancora convincerla a ritirare alcune dichiarazioni. Ti restituirò ciò che ti devo. Possiamo ricominciare.»
Lessi quelle righe seduto al tavolo della cucina. Fuori, la neve aderiva al davanzale.
Elisa mi guardò.
—Vuoi rispondergli?
Per qualche secondo tenni il telefono tra le mani.
Una parte di me ricordava il ragazzo che ero stato il primo giorno in quell’agenzia, pieno di entusiasmo e desideroso di essere riconosciuto. Un’altra ricordava la voce di Nicola: «Se perde il contratto, sarà colpa sua».
Scrissi una sola frase.
«Non posso aiutarti a sfuggire alle conseguenze delle tue scelte. Ti auguro di affrontarle con la stessa sincerità che hai negato agli altri.»
Poi cancellai il suo numero.
Il processo iniziò in primavera. Nicola fu condannato per appropriazione indebita, falsificazione e minacce. Il tribunale stabilì che una parte del denaro sarebbe tornata al fondo dei dipendenti. Il resto venne recuperato attraverso la vendita dei suoi beni.
Io non andai a ogni udienza.
Avevo imparato che la giustizia non richiede la mia presenza in ogni stanza.
La mia vita non era diventata perfetta. Avevo ancora paura quando il telefono squillava di notte. A volte, passando accanto a una macchina ferma sul ciglio della strada, sentivo il cuore accelerare.
Ma adesso mi fermavo senza pensare a cosa avrei potuto perdere.
Un anno dopo, Clara mi invitò all’inaugurazione del nuovo centro di assistenza per i dipendenti. Sul muro d’ingresso c’era una targa dedicata a chi aveva bisogno di aiuto e a chi aveva scelto di offrirlo.
—Vuoi che metta il tuo nome? —mi chiese.
—No.
—Perché?
—Perché quel giorno non ho fatto qualcosa di straordinario. Ho solo rallentato abbastanza da vedere una persona.
Clara sorrise.
—A volte è già straordinario.
Quella sera tornai a casa con il portachiavi della locomotiva nella tasca del cappotto. Lo tirai fuori e lo posai sulla scrivania, accanto al disegno di Tommaso.
La vernice rossa rifletté la luce della lampada.
Per anni avevo creduto che quel piccolo oggetto servisse a ricordarmi da dove venivo.
Ora capivo che serviva a ricordarmi di scegliere la direzione.
E finalmente il treno era partito.
Missed the beginning?






