PARTE 4
…nel locale caldaie.
La chiamata si interruppe.
Per qualche secondo nessuno parlò. Persino il pianto di Leo si spense, come se il palazzo intero stesse trattenendo il respiro.
«Chi era?» chiese Rinaldi.
«Una donna. Non Mara.»
Gabriele impallidì.
Non per la minaccia.
Per il nome che avevo pronunciato.
«Elena Riva», disse lentamente. «Tu non dovevi essere coinvolta.»
Rinaldi gli si avvicinò.
«Perché conosci il suo nome?»
Gabriele non rispose. Si voltò verso il corridoio e vide la scala che portava al locale caldaie.
Fu allora che fece la cosa più stupida della notte: corse.
Rinaldi lo raggiunse prima dell’uscita. La cassetta degli attrezzi cadde a terra, spargendo cacciaviti e chiavi sul pavimento. Una chiave lunga, con il manico avvolto nel nastro rosso, scivolò fino ai piedi di Mara.
Lei la fissò.
«È quella della stanza dietro la caldaia.»
«Non esiste nessuna stanza», disse Gabriele.
Neri sollevò il mento.
«Esiste da prima che tu nascessi.»
Serra, ancora dolorante, indicò la porta del locale tecnico.
«E la donna è lì dentro.»
Mara afferrò la chiave. Le mani le tremavano così forte che dovette provarci due volte.
«Vengo con voi», dissi dalla linea.
Rinaldi mi guardò attraverso il piccolo altoparlante, quasi potesse vedermi.
«Elena, resta in centrale.»
«La voce ha detto il mio nome. Sa chi sono.»
«Proprio per questo devi restare dove sei.»
«No. Se quella donna richiama e nessuno risponde, potrebbe non parlare più.»
Il comandante esitò. Poi prese il telefono di Mara e lo mise in vivavoce.
Scendemmo nel seminterrato insieme, loro con i passi reali e io con il respiro dentro una linea aperta.
La stanza dietro la caldaia era nascosta da un pannello di legno. Quando Mara inserì la chiave, dall’interno arrivò un colpo debole.
«Sono Mara», disse. «Apri.»
«Non dire il mio nome», rispose la donna. «Lui è ancora lì.»
Gabriele si lanciò contro la porta, ma Rinaldi lo bloccò per il colletto.
«Basta.»
«Se la fate uscire, morirete tutti!» urlò lui.
La frase rimase sospesa nel corridoio.
Neri si avvicinò lentamente.
«Ecco perché hai tolto la corrente. Non volevi nascondere Mara. Volevi far funzionare la pompa a mano.»
Mara spalancò gli occhi.
«La pompa del gas?»
«Non è gas», disse Neri. «È il condotto vecchio che porta al cortile. L’ho sentito quando ero ragazzo.»
Rinaldi mi chiese di controllare gli archivi dell’edificio. Cercai tra i vecchi registri digitalizzati e trovai una planimetria del 1974. Sotto il locale caldaie compariva un passaggio di servizio, chiuso dopo un cedimento.
«C’è un tunnel», comunicai. «Porta al magazzino abbandonato dietro il cortile.»
Gabriele si agitò.
«Non c’è nessun tunnel.»
Mara lo guardò.
«Ci tenevi le persone.»
«Non sapete niente!»
«So che una di loro è lì dentro», disse la donna dall’altra parte della porta. «E so che la bambina ha visto tutto.»
Mara sbiancò.
«Quale bambina?»
La serratura scattò.
La porta si aprì appena e apparve una ragazza di quindici anni, magra, con i capelli tagliati male e un braccialetto di plastica al polso. Dietro di lei c’era una donna anziana, seduta su una coperta.
«Mi chiamo Lidia», disse la ragazza. «Gabriele mi aveva detto che mia madre sarebbe arrivata pagando il debito.»
Mara le corse incontro.
«Da quanto sei qui?»
«Dodici giorni.»
Dodici giorni.
Il numero attraversò il corridoio come una lama.
Gabriele smise di divincolarsi. Aveva cercato il quaderno perché dentro c’erano i nomi, gli importi e gli orari di ogni persona nascosta nel palazzo. Mara lo aveva trovato tra i documenti del condominio e aveva copiato tutto nel registro di Neri.
Ma il quaderno non era ancora stato trovato.
Rinaldi si voltò verso Sofia.
«Dov’è?»
La bambina stringeva la felpa gialla.
«Mamma l’ha messo dove nessuno avrebbe guardato.»
«Dove?»
Sofia guardò Gabriele.
«Nella tasca rotta.»
Mara sgranò gli occhi. Aveva usato la felpa della figlia per coprire Leo, senza sapere che Sofia aveva infilato il piccolo quaderno nella tasca interna cucita male.
Rinaldi la rovesciò con cautela. Cadde un libretto nero, sottile, con le pagine umide di sudore.
Gabriele fece un rumore strozzato.
Non gli serviva più nascondersi.
Però non era ancora finita.
Alle 3:11, mentre gli agenti liberavano Lidia e l’anziana, il telefono di Mara vibrò di nuovo. Sullo schermo apparve un messaggio proveniente da un numero sconosciuto.
Mara lo lesse e lasciò cadere il telefono.
«Che cosa dice?» domandai.
Lei non riusciva a parlare.
Sofia raccolse il cellulare da terra e pronunciò lentamente le parole:
«La persona che vi ha aiutati non è dentro il palazzo. È al centro operativo.»
Tutti si voltarono verso la radio.
Io sentii un colpo nello stomaco.
Il mittente aveva allegato una fotografia. Mostrava la mia sala operativa, scattata pochi minuti prima, con il mio nome visibile sul cartellino.
«Elena», disse Rinaldi, «spegni tutte le luci della centrale e non muoverti.»
Ma ormai avevo capito.
Il pericolo non stava arrivando da via delle Officine.
Era già seduto a pochi metri da me.
Guardai il corridoio della centrale attraverso il vetro. Il collega che quella notte mi aveva portato il caffè stava accanto alla porta, con una mano dentro la tasca della giacca.
Si chiamava Pietro.
Aveva lavorato con me per sei anni.
«Pietro», dissi nel microfono. «Perché hai fotografato la mia postazione?»
Lui sorrise appena.
«Perché Gabriele non era mai stato il capo.»
Nella sala operativa qualcuno gridò. Le luci si spensero tutte insieme.
La radio di Rinaldi rimase l’unico punto luminoso nel seminterrato.
«Elena, dove sei?»
Mi abbassai dietro la console. Sentii Pietro avvicinarsi nel buio, senza fretta.
«Qui», risposi.
La mia voce uscì dalla radio aperta e arrivò fino a via delle Officine.
Pietro si fermò.
«Che cosa hai fatto?»
«Ho lasciato la linea attiva.»
Sul registro digitale, prima che la corrente saltasse, avevo inviato automaticamente il quaderno a tutti i centralini della provincia. I nomi erano già al sicuro. Le chiamate di quella notte erano già duplicate. E la voce di Pietro, trasmessa dalla radio, stava viaggiando verso ogni operatore collegato.
Rinaldi capì prima degli altri.
«Elena, tienilo occupato.»
Pietro avanzò.
«Tu non sai chi sto proteggendo.»
«No», dissi. «Ma so chi stai minacciando.»
«Gabriele avrebbe parlato.»
«Gabriele aveva paura di te.»
Dall’altra parte della linea sentii Mara stringere Sofia. Lidia piangeva piano. Neri recitava un indirizzo a Rinaldi, quello del magazzino dove sarebbero dovute arrivare altre persone all’alba.
Pietro arrivò a un passo dalla mia console.
«Dammi il registro.»
«Non ce l’ho.»
«Dammi il quaderno.»
«Non ce l’ho nemmeno.»
La sua mano uscì dalla tasca. Non aveva un’arma, ma una piccola chiave con il nastro rosso.
«Allora userò la porta dell’archivio.»
In quel momento accesi la luce d’emergenza sotto la console. Non illuminò tutta la sala, soltanto il pavimento davanti a lui.
Pietro guardò in basso.
C’erano tre persone immobili, nascoste dietro gli armadi: gli altri operatori, che avevo fatto sdraiare senza parlare. Uno di loro teneva già il pulsante d’allarme.
Pietro fece per voltarsi.
La porta si aprì e entrarono due agenti della sicurezza interna, chiamati da una collega prima che la corrente venisse interrotta.
Non ci fu inseguimento.
Non ci fu una scena spettacolare.
Pietro lasciò cadere la chiave e si sedette lentamente sul pavimento, mentre dalla radio continuavano ad arrivare le voci del palazzo.
Gabriele aveva perso il controllo del seminterrato. Pietro aveva perso il vantaggio della sorpresa. Ma la perdita più grande fu quella che nessuno di loro aveva previsto: il quaderno non era più un oggetto da rubare. Era diventato una mappa nelle mani di decine di persone.
Alle 4:06, Lidia uscì dal palazzo avvolta nella coperta dell’anziana. Sua madre venne trovata al magazzino, insieme ad altre due donne che aspettavano di essere trasferite.
Mara non si staccò mai da Sofia.
Quando Rinaldi le restituì il libretto nero, lei lo guardò a lungo.
«Avrei potuto distruggerlo», disse.
«Sì», risposi dalla radio.
«E avrei potuto fingere di non aver visto niente.»
«Sì.»
Mara abbassò gli occhi sulla figlia.
«Ma Sofia avrebbe imparato che il silenzio è più sicuro della verità.»
Sofia infilò una mano nella tasca rotta della felpa e tirò fuori un ultimo biscotto sbriciolato. Lo spezzò in due e ne diede metà a Leo.
Poi guardò il corpo di Gabriele mentre veniva portato via.
«Mamma», chiese, «adesso possiamo tenere accesa la luce?»
Mara si inginocchiò davanti a lei.
«Sì, amore. Tutte quelle che vuoi.»
Alle 4:19 la corrente tornò nell’appartamento. Dal telefono arrivò il rumore del frigorifero che ripartiva, seguito da un lungo ronzio.
Io rimasi ad ascoltare quel suono.
Non era soltanto un elettrodomestico che si riaccendeva.
Era la prova che, quella notte, qualcuno aveva provato a spegnere tutto e non ci era riuscito.
Sofia prese il microfono dalle mani di Rinaldi e disse piano:
«Elena, puoi restare ancora un po’ in linea?»
Guardai il cartellino con il mio nome, la sala piena di colleghi e la luce d’emergenza che tremava sul pavimento.
«Certo», risposi. «Finché vuoi.»
Dall’altra parte sentii Leo ridere per la prima volta.
E nella tasca rotta della felpa gialla, il piccolo quaderno continuò a custodire tutti i nomi che nessuno avrebbe più potuto cancellare.
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