Quando spinsi la porta di vetro del negozio, mio marito aveva ancora in mano il pezzo della mia camicia e mia suocera stava già raccontando a tutti che ero impazzita.
Ero scalza. La camicia azzurra premaman era aperta sul fianco e il bordo strappato mi graffiava la pancia ogni volta che respiravo. Avevo ventinove settimane di gravidanza, il piede destro sanguinava e dentro di me la bambina si muoveva con colpi brevi, spaventati, come se anche lei avesse capito che qualcosa non andava.
Indicai la strada attraverso il vetro.
—Le telecamere riprendono anche fuori?
Il cassiere alzò gli occhi. Sul cartellino c’era scritto Nicola. Aveva circa cinquant’anni, gli occhiali da lettura appesi al colletto della maglietta e una matita consumata infilata dietro l’orecchio.
—Sì. Perché?
—La prego, salvi tutto.
Non mi chiese altro. Si chinò dietro il bancone e cominciò a cliccare sul computer. Io mi sedetti su uno sgabello di plastica, con le mani strette sotto la pancia. Sentivo la polvere del cortile incollata alla pianta del piede sinistro e un sapore metallico in bocca.
Andrea era dall’altra parte della strada.
Non correva più. Mi guardava attraverso il parabrezza di un’automobile bianca parcheggiata davanti al negozio. Nella mano destra stringeva la striscia di tessuto che aveva strappato dalla mia camicia.
Nicola sollevò lo sguardo dal monitor.
—Entrerà?
—Non lo so.
—Allora chiudo.
Girò la chiave nella serratura. Quel piccolo rumore mi fece più paura di qualsiasi pugno contro il vetro. Uno sconosciuto aveva visto il mio viso per pochi secondi e aveva capito che avevo bisogno di una barriera. A casa, invece, avevo supplicato mio marito per quasi un’ora di lasciarmi uscire.
—Andrea, devo andare al negozio —gli avevo detto alle nove e mezza, mentre lui bloccava il corridoio con il corpo.
—Non vai da nessuna parte.
—Mi serve l’insulina e devo comprare qualcosa da mangiare.
—Tua madre può portartela.
—Non voglio chiamarla.
Lui aveva sorriso senza allegria.
—Certo. Perché vuoi raccontare alle persone che ti tengo chiusa in casa.
Poi aveva afferrato la camicia.
Il dolore alla coscia era cominciato molto prima, quando mi aveva spinto contro il tavolo della cucina. Non avevo urlato. Avevo paura che il sussulto facesse male alla bambina. Quando ero riuscita a liberarmi, avevo corso fuori senza scarpe.
Dopo venti minuti, la porta del negozio tremò sotto tre colpi secchi.
—Aprite! Sono la madre di Andrea!
Riconobbi la voce prima di vedere il viso di Elena. Portava un cappotto color crema, i capelli ordinati e una borsa rigida appesa al braccio. Sembrava uscita da una visita importante, non da una strada dove sua nuora incinta era fuggita scalza.
Nicola mi guardò.
Scossi la testa.
Lui non aprì.
Elena si avvicinò al vetro.
—Natascia, basta con questa scenata. Vieni a casa. Andrea è preoccupato.
Rimasi immobile.
—La gravidanza le ha dato alla testa —continuò lei, rivolta ai clienti. —Ha avuto un’altra crisi. Si è strappata la camicia da sola ed è uscita correndo. Mio figlio ha cercato soltanto di fermarla.
Uno dei clienti abbassò la bottiglia d’acqua. L’altro finse di guardare gli scaffali.
Elena sorrise con dolcezza.
—Natascia, non puoi fidarti delle tue emozioni in questo stato. Esci e torniamo insieme.
Nicola si raddrizzò lentamente.
—Sta dicendo che si è strappata la camicia da sola?
—Esattamente.
—E che è uscita da sola, senza scarpe?
—È confusa. Non sa quello che fa.
Nicola non rispose. Ruotò il monitor verso la porta e posò la mano sul mouse.
Elena smise di sorridere.
—Che cosa sta facendo?
—Le mostro qualcosa.
Sul piccolo schermo comparvero due finestre. Nicola cliccò su una cartella con la data del giorno. Poi si fermò con il cursore sopra il primo filmato, mentre io sentivo il cuore battermi contro le costole…
PARTE 2
Nicola cliccò.
Sul monitor apparve il cortile di casa nostra, ripreso dall’angolo del negozio. L’immagine era granulosa, ma abbastanza nitida da mostrare la porta spalancata e me che uscivo inciampando sui gradini.
Elena si avvicinò al vetro.
—Non ha il diritto di riprendere persone senza permesso.
—La telecamera riprende l’ingresso del negozio —disse Nicola. —La strada è davanti, signora.
Io guardavo lo schermo senza riuscire a respirare. Andrea comparve nell’immagine pochi secondi dopo. Mi raggiunse sul marciapiede, mi afferrò per la spalla e mi tirò indietro. La stoffa della camicia si tese.
Nicola fermò il filmato.
Sul fermo immagine, la mano di Andrea era chiusa sul mio fianco e il suo volto era deformato dalla rabbia.
Elena batté le dita contro il vetro.
—Questa è solo una parte. Non si vede cosa ha fatto prima.
—Infatti —rispose Nicola. —Per questo conserverò anche il resto.
Sentii le gambe cedere. Non avevo mai pensato che qualcuno potesse credermi. A casa, ogni volta che raccontavo qualcosa, Elena girava la testa verso Andrea e gli chiedeva con voce dolce se avesse bisogno di riposare. Come se il problema fosse lui, costretto a sopportarmi.
—Natascia —disse Elena—, non rendere tutto più difficile. Hai bisogno di cure.
—Ho bisogno che ve ne andiate.
La mia voce uscì roca, ma non tremò.
Andrea apparve alle spalle di sua madre. Era entrato nel negozio mentre Nicola guardava il monitor. Aveva il volto sudato e i piedi nudi sporchi di ghiaia.
—Natascia, vieni fuori.
Nicola si mise tra noi.
—Resti dove si trova.
Andrea guardò il pezzo di camicia ancora nella sua mano e lo lasciò cadere sul pavimento. Il cotone azzurro finì vicino a una cassa di mele.
—Mia moglie non sta bene —disse. —Da giorni ha attacchi di panico.
—Da giorni mi chiudi in casa —risposi.
—Vedi? È delirante.
Elena sospirò, come se quella frase le avesse dato ragione.
—Il medico lo ha detto anche ieri. Deve essere osservata.
Mi voltai verso di lei.
—Quale medico?
Per un istante nessuno parlò.
Andrea strinse la mascella.
—Non fare domande inutili.
—Quale medico, Elena?
Nicola lasciò il mouse e prese il telefono dal bancone.
—Chiamo un’ambulanza?
—No! —scattò Andrea. —Non serve. La porto io da mia madre.
—Non vado da nessuna parte con te.
Lui fece un passo avanti. Nicola alzò una mano.
—Un altro passo e chiamo i soccorsi.
Andrea si fermò, ma non distolse lo sguardo da me.
—Non sai quello che stai facendo.
—Lo so benissimo.
In quel momento una donna entrò dalla porta laterale del magazzino. Aveva un grembiule verde e un sacchetto di pane stretto al petto. La riconobbi: era Marta, la corriere che consegnava le casse al negozio. Mi aveva visto spesso con la pancia ormai enorme.
Guardò lo schermo, poi Andrea.
—Io l’ho visto —disse.
Elena si voltò.
—Visto cosa?
Marta posò il sacchetto sul bancone. Aveva le mani che tremavano.
—L’ho visto tirarla fuori dalla casa. Non cercava di fermarla. La trascinava.
Andrea fece un passo verso di lei.
—Stai attenta a quello che dici.
Marta arretrò, ma Nicola le si mise accanto.
—Raccontalo bene —disse. —Dall’inizio.
Marta indicò il monitor.
—Quando sono arrivata, lui le teneva un braccio dietro la schiena. Lei chiedeva di essere lasciata andare. Poi le ha strappato la camicia. E prima che lei corresse via, lui ha detto una cosa.
Mi si gelarono le dita.
—Che cosa ha detto? —chiesi.
Marta guardò me, poi Elena.
—Ha detto: “Se non firmi, tua figlia nascerà senza di te”.
Elena impallidì.
Andrea si voltò verso sua madre, e quel movimento bastò a farmi capire che quella frase non era inventata.
—Che cosa dovevo firmare? —domandai.
Nessuno rispose.
Nicola prese dal cassetto una busta già chiusa.
—Forse questo può aiutare.
La posò sul bancone. Sopra c’era il mio nome, scritto con una grafia che riconoscevo fin troppo bene. Ma sotto il nome, nell’angolo, compariva un timbro di uno studio notarile.
Elena fece un passo indietro.
—Non aprirla qui.
Nicola infilò un dito sotto il lembo della busta. Io trattenni il fiato, mentre la carta cominciava a cedere…
PARTE 3
La busta si aprì con uno strappo sottile.
Nicola tirò fuori tre fogli piegati e li stese sul bancone, accanto al sacchetto di pane di Marta. Il primo aveva il mio nome, la mia data di nascita e l’indirizzo della casa. Il secondo era una dichiarazione medica. Il terzo portava una firma che mi somigliava soltanto da lontano.
Lessi le prime righe e sentii il pavimento inclinarsi.
“Dichiaro di non essere in grado di gestire le mie decisioni durante la gravidanza e autorizzo Elena Rinaldi a rappresentarmi nella gestione della casa e dei beni familiari.”
—Io non ho scritto questo.
Andrea guardò sua madre.
—Mamma, non dovevi portarlo qui.
Quella frase cadde nel negozio come un bicchiere rotto.
Elena si irrigidì.
—Non dire sciocchezze. Era tutto già organizzato.
—Organizzato per cosa? —chiesi.
Nicola raccolse il terzo foglio.
—Qui c’è scritto che la signora Natascia Ferri avrebbe firmato ieri, alle sedici e trenta, davanti al notaio Bellini.
Marta si coprì la bocca.
—Ma ieri alle sedici e trenta io l’ho vista chiusa in casa.
—Ero lì —disse Andrea.
Elena lo fissò.
—Andrea.
Lui capì di aver parlato troppo tardi.
Io afferrai il bordo del bancone. La carta ruvida mi graffiò il palmo, ma non lasciai la presa.
—Perché volevate la casa?
Andrea abbassò lo sguardo.
Elena fu lei a rispondere.
—Non è soltanto la casa. È il terreno dietro la casa. Il progetto del nuovo ambulatorio passa proprio lì.
Conoscevo quel progetto. Mio padre aveva lasciato il terreno a me, con un testamento preciso. Il comune aveva già offerto una somma enorme per acquistarlo, ma io avevo rifiutato perché volevo trasformare il vecchio fienile in un centro per madri senza sostegno.
Andrea aveva sempre detto che era un’idea inutile.
—Volevate vendere il terreno —sussurrai.
—Volevamo evitare che tu facessi un disastro —disse Andrea. —Con una bambina in arrivo non puoi giocare alla benefattrice.
—E per questo mi avete dichiarata instabile?
—Dovevi solo firmare una delega temporanea.
—Con la quale avreste venduto tutto.
Elena batté la mano sul bancone.
—Io ho cresciuto Andrea da sola! Ho pagato i suoi debiti, ho salvato il suo negozio, ho messo ogni risparmio in quella casa. Tu sei arrivata con un terreno già pronto e hai deciso di sentirti superiore.
Andrea si voltò di scatto.
—Basta, mamma.
—No, non basta! Se lei non firma, perdiamo tutto.
La parola “perdiamo” rimase sospesa. Non “perde”. Noi.
Nicola prese il telefono.
—Ho già inviato una copia dei filmati a un indirizzo sicuro. E Marta può confermare ciò che ha visto.
Marta annuì, ancora pallida.
—Posso farlo.
Andrea mi fissò.
—Natascia, io non volevo farti male.
—Mi hai strappato la camicia.
—Volevo spaventarti.
—Mi hai minacciata davanti a nostra figlia.
Lui si passò entrambe le mani sul viso. Per un attimo parve davvero sconfitto, ma poi il telefono di Elena squillò.
Lei rispose, ascoltò e sbiancò.
—Che cosa c’è? —chiese Andrea.
Elena mi guardò.
—Il notaio Bellini dice che la delega è già stata registrata stamattina.
Il mio stomaco si strinse.
—Registrata con la mia firma?
—Sì.
Nicola scorse il foglio fino in fondo. Poi si bloccò.
—Qui c’è un allegato.
—Quale allegato? —domandai.
Lui lesse la riga in silenzio, mentre Andrea si avvicinava.
—Dice che il terreno non appartiene più a Natascia —mormorò Nicola. —È stato trasferito a una società.
—Quale società? —chiesi.
Nicola sollevò gli occhi.
—Quella intestata ad Andrea.
Il viso di mio marito cambiò colore.
In quel momento, da fuori, arrivò il suono di un’ambulanza. Ma non era diretta al negozio. Il telefono di Nicola vibrò ancora, e sullo schermo comparve un numero dell’ospedale.
Risposi.
Una voce femminile pronunciò il mio nome e poi disse che mia madre era stata ricoverata d’urgenza. Prima di chiudere, aggiunse una frase che mi fece dimenticare perfino il dolore ai piedi: qualcuno aveva già portato in ospedale una copia del documento firmato da me…
La busta di mia madre conteneva ciò che nessuno prevedeva…
Pensavo che la verità fosse finita nel negozio. Mi sbagliavo: il documento più importante era rimasto nascosto per anni.
«Che cosa farai del centro?»
E la mia risposta cambiò il destino di entrambe.
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