PARTE 4
Era quello della banca che custodiva il fondo dei bambini.
Tommaso non voleva rispondere.
Serena gli tolse il telefono dalla mano e attivò il vivavoce.
«Signor Riva, sono la direttrice Ferri» disse una voce femminile. «Abbiamo ricevuto una richiesta urgente di trasferimento.»
Tommaso sbiancò.
«Quale trasferimento?»
«L’intero fondo intestato a Matteo e Santiago. La richiesta è partita stamattina dal suo accesso personale.»
Mi voltai verso di lui.
«Tu hai cercato di prendere i loro soldi il giorno del funerale?»
«No.»
«La richiesta porta la sua firma elettronica» continuò la direttrice. «E indica come conto di destinazione quello della società Riva Logistica.»
Miriam fece un passo indietro.
Per la prima volta non sembrava arrabbiata. Sembrava una donna che aveva appena visto crollare il pavimento sotto i piedi.
«Non dovevi farlo» sussurrò a Tommaso.
Lui si voltò verso sua madre.
«Che cosa significa?»
«Significa che volevi i soldi prima ancora che i bambini fossero sepolti» dissi.
Tommaso scosse la testa.
«Non sono stato io.»
Serena indicò la firma nel quaderno.
«Qui risulta che lei sapeva del fondo e aveva accettato di non opporsi alla nomina di sua madre come amministratrice.»
«Mio padre mi disse che era solo una formalità. Avevo debiti con i fornitori. Miriam mi garantì che avrebbe sistemato tutto.»
«E lei cosa avrebbe ottenuto?» chiesi.
Tommaso guardò le bare vuote immaginate nella sua mente, anche se in quella stanza non c’erano. La sua bocca tremò.
«Mia madre disse che, se tu fossi stata riconosciuta responsabile della morte dei bambini, il fondo sarebbe rimasto bloccato. Poi io avrei potuto usarlo per salvare l’azienda.»
«Tu sapevi che voleva accusarmi?»
«Sapevo che ti avrebbe distrutta con le sue parole. Non sapevo del farmaco.»
«Ma hai firmato.»
«Ero disperato.»
La direttrice Ferri parlò di nuovo dal telefono.
«Signor Riva, il trasferimento è stato respinto. Suo padre aveva lasciato una clausola: ogni richiesta sarebbe stata verificata da un custode indipendente se uno dei beneficiari fosse morto in circostanze sospette.»
Mi aggrappai al bordo della scrivania.
«Un custode?»
«La signora Clara Riva.»
Tommaso alzò lentamente il viso.
Arturo mi aveva nominata custode del fondo senza dirmelo. Non come nuora, non come moglie di suo figlio, ma come persona incaricata di proteggere i suoi nipoti.
Miriam rise piano.
«Arturo mi odiava. Ha sempre voluto mettermi contro la famiglia.»
«No» disse Ada. «Lui aveva paura di lei.»
La frase cadde nella stanza come un oggetto pesante.
Ada tirò fuori dalla tasca del grembiule una busta sottile, macchiata di farina.
«Me l’ha consegnata Arturo tre giorni prima di morire. Mi disse di darla a Clara soltanto se Miriam avesse provato a farle del male.»
Mi porse la busta.
Dentro c’era una lettera scritta a mano.
Arturo spiegava di aver scoperto i debiti di Tommaso, le minacce di Miriam e una serie di prelievi dal conto dell’azienda. Aveva aperto il fondo per impedire che i bambini diventassero la garanzia dei debiti dei genitori. Aveva nominato me custode perché ero l’unica persona che, secondo lui, avrebbe preferito perdere tutto piuttosto che usare il denaro dei figli.
In fondo alla lettera c’era una frase che mi spezzò.
“Se non riuscirò a proteggere Matteo e Santiago, proteggi almeno la bambina che li ricorda.”
Emilia era rimasta nel corridoio. Aveva sentito tutto.
Mi chinai davanti a lei.
«Amore, vieni qui.»
Lei si avvicinò stringendo il coniglio di stoffa. Non mi chiese se i fratellini sarebbero tornati. Lo aveva già capito.
«La nonna andrà via?» domandò.
Guardai Miriam.
La sua borsetta era aperta sul pavimento. Tra i fazzoletti e il rossetto spuntava la scatola bianca con le lettere rosse.
«Sì» risposi. «Non vivrà più con noi.»
Miriam si aggrappò al braccio di Tommaso.
«Figlio mio, devi scegliere da che parte stare.»
Tommaso guardò me, poi la madre.
«Ho scelto troppo tardi.»
Lei gli diede uno schiaffo. Il rumore secco rimbalzò sulle pareti dello studio.
Nessuno si mosse.
Tommaso non la trattenne quando gli agenti la portarono via per gli accertamenti. Non la difese, non cercò scuse. Prima di uscire, però, Miriam si fermò davanti a me.
«Non sai cosa significa perdere un figlio» disse.
Mi venne da ridere, ma non c’era niente di divertente.
«Ne ho persi due.»
La sua bocca si chiuse.
Gli esami confermarono che nei biberon c’erano residui del farmaco acquistato da Miriam. La causa ufficiale non fu più chiamata morte improvvisa. I gemelli erano stati avvelenati da una dose che lei aveva definito innocua.
La verità non restituì il loro respiro.
Non cancellò la notte in cui li avevo trovati immobili nelle culle, né il modo in cui Tommaso aveva evitato di guardarmi mentre sua madre mi chiamava assassina.
L’azienda fallì perché i debiti erano più profondi di quanto sapessi. Tommaso cedette ogni quota rimasta e firmò una dichiarazione completa. Il fondo dei bambini venne affidato a un’amministrazione indipendente, ma io rifiutai di usarne anche un solo euro per me.
Lo destinai a un reparto che aiutava le famiglie a riconoscere gli avvelenamenti domestici e a ottenere assistenza dopo la perdita di un neonato.
Tommaso mi chiese di vedere Emilia una sola volta.
Accettai in un luogo pubblico, davanti a una biblioteca, di pomeriggio. Non gli dissi che poteva tornare a essere mio marito. Non lo era più da tempo, forse da quella firma, forse dalla prima volta in cui aveva lasciato che Miriam trasformasse il mio dolore in un’accusa.
Gli dissi soltanto:
«Puoi essere suo padre se impari a non mentirle.»
Lui annuì.
«E se non ci riesco?»
«Allora sarà lei a capirlo.»
Emilia arrivò con il coniglio di stoffa sotto il braccio. Tommaso si inginocchiò e le porse una piccola scatola di legno.
Dentro c’erano due braccialetti ospedalieri, quelli che avevano messo ai gemelli alla nascita. Su uno c’era scritto Matteo. Sull’altro Santiago.
«Nonna li aveva presi dalla cameretta» disse Tommaso. «Li ho trovati nel cassetto della sua scrivania.»
Emilia sfiorò i nomi con un dito.
«Posso tenerli io?»
«Sì» rispose lui.
La bambina ne prese uno e me lo porse.
«Mamma, questo è di Santiago.»
«Lo so.»
«E questo di Matteo.»
«Lo so, amore.»
Tommaso si alzò. Aveva il viso scavato e una cicatrice sottile sulla guancia, lasciata dal vetro della cappella quando Miriam aveva cercato di fuggire.
«Clara, non posso cambiare quello che ho fatto.»
«No.»
«Ma posso testimoniare tutto.»
«Lo farai per loro. Non per me.»
«Lo farò per loro.»
Emilia prese la mia mano. Nell’altra stringeva i due braccialetti, così piccoli che sembravano fili di carta.
Quando tornammo a casa, non entrammo nella cameretta. Ci fermammo nel corridoio, davanti al nastro rosso ormai rimosso. Sul pavimento era rimasto un pezzetto dell’etichetta strappata dal barattolo di latta.
Emilia lo raccolse.
«Mamma, possiamo buttarlo?»
La guardai.
«Sì.»
Lei lo infilò nel cestino, poi mise i braccialetti nella tasca del suo vestito.
«Domani li porto a scuola» disse. «Così racconto ai miei compagni che avevo due fratelli.»
Mi inginocchiai davanti a lei.
«Puoi raccontare tutto quello che vuoi.»
«Anche della nonna?»
La domanda rimase tra noi, più pesante di qualunque risposta.
«Solo quando sarai pronta.»
Emilia annuì e si strinse al mio collo.
Dal soggiorno arrivò il suono del vecchio carillon a forma di balena. La corrente era staccata da giorni, ma qualcuno aveva spostato il mobile e il meccanismo aveva ripreso a girare.
Una nota.
Poi un’altra.
Emilia si staccò da me e tirò fuori i braccialetti dalla tasca.
«Mamma» disse piano, «domani porto anche i loro nomi.»
Quella sera li appuntò sul suo quaderno con una matita rossa: Matteo e Santiago, uno sotto l’altro, senza cancellature.
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