PARTE 4
Il grido venne dalla galleria orientale.
Era il 19 novembre, poco dopo l’una del pomeriggio. La neve cadeva così fitta che persino la luce della lanterna sembrava solida. Io avevo ancora la mano di Carlo stretta al polso, ma non per paura: cercavo di liberarmi.
— Lasciami — dissi.
— Se apri quella porta, moriranno tutti.
— Se non la apro, moriranno qui.
Natalia mi raggiunse con la mappa e il contenitore di metallo sotto il braccio.
— Il grido veniva dal passaggio — disse. — Qualcuno è rimasto intrappolato.
Dalla sala principale arrivarono voci concitate. Il medico del villaggio, il dottor Bellini, era davvero arrivato alla caverna insieme a due uomini. Avevano trovato il vecchio sentiero della cava e seguito il suono dell’acqua.
— Ci sono feriti? — gridai.
— Un uomo con una gamba schiacciata! — rispose il dottore. — E il tunnel sta riempiendosi!
Carlo impallidì ancora di più.
— Non potete proseguire.
Il dottore si voltò verso di lui.
— Sindaco, se conosce un’uscita migliore, la indichi subito.
Carlo non rispose.
Natalia aprì il quaderno di Pietro e lesse ad alta voce:
— «La saracinesca della sorgente è dietro la parete con tre incisioni. La leva si apre soltanto tirando verso il basso.»
Guardai la parete. Tre incisioni erano nascoste sotto una crosta di calcare.
— Ecco la leva.
— Non farlo — disse Carlo.
— Perché?
— Perché non sai cosa c’è oltre.
— Tu lo sai.
Il dottore osservò il documento sigillato.
— Signora Bonderenko, questo atto è autentico. Se la sorgente e il tunnel sono sulla vostra proprietà, nessuno può comandarvi di consegnarli.
Carlo si voltò verso di lui.
— Sono il sindaco.
— E io sono un medico. In questo momento mi interessa chi può respirare ancora tra un’ora.
Presi la leva.
Il metallo era gelido. Tirai.
Per un istante non accadde nulla. Poi la parete vibrò e una massa d’acqua uscì da un canale laterale, scorrendo verso una fossa naturale. La pressione nel corridoio diminuì. Il boato della montagna si trasformò in un gemito profondo.
— Adesso! — gridai.
Il dottore e gli uomini avanzarono nel tunnel. Noi li seguimmo con corde legate alla vita. Dopo trenta metri trovammo un uomo sotto una trave. Era Marco, il fratello di Carlo.
— Aiutatemi! — gemeva.
Carlo rimase immobile.
— È mio fratello.
— Allora prendilo — dissi.
Si inginocchiò nella neve interna e afferrò la trave insieme agli altri. Per la prima volta non sembrava il sindaco, né l’uomo che aveva insultato le nostre scelte. Sembrava soltanto un fratello terrorizzato.
Liberammo Marco e raggiungemmo l’uscita orientale. Dietro una lastra rotta apparve la vecchia strada della cava, sepolta solo in parte. Dall’altra parte della bocca del tunnel c’erano uomini con pale, corde e cavalli.
La valle ci aveva visti.
Per ore lavorammo senza fermarci. Portammo fuori i bambini, poi gli anziani, poi i feriti. La neve ci entrava negli occhi e nei vestiti. Natalia distribuiva l’acqua della sorgente in secchi di rame. Io tornavo indietro ogni volta che qualcuno restava nella grotta.
Alle cinque del pomeriggio, il ponte crollò completamente.
Se non avessimo aperto il passaggio, nessuno avrebbe potuto raggiungerci.
Alle sei, Carlo cercò di riprendere il controllo.
— Questa scoperta appartiene al comune — disse davanti a tutti.
Il notaio, arrivato con il gruppo di soccorso, gli strappò il documento dalle mani.
— Non dopo aver letto questo.
— Quel documento è stato ottenuto in una grotta pericolante.
— È stato registrato prima dell’asta. E qui c’è la relazione che lei ha tenuto nascosta.
Carlo guardò me.
— Olena, possiamo sistemare la faccenda. Ti offrirò una somma equa per il terreno.
— Hai già avuto la tua occasione.
— Non puoi gestire una sorgente, una cava e un rifugio da sola.
Natalia fece un passo avanti.
— Non è sola.
Il notaio aggiunse con calma:
— Domani mattina presenterò la relazione all’ufficio provinciale. Signor Ferri, fino ad allora lei non potrà accedere ai registri comunali né disporre delle scorte pubbliche.
Carlo aprì la bocca, ma non trovò parole.
La sua autorità finì lì, davanti a un focolare costruito con le nostre mani.
Quella sera, mentre fuori la bufera continuava, il dottor Bellini accese una piccola macchina per registrare le testimonianze. Chiese a Carlo di raccontare perché avesse insistito tanto per ottenere il pendio.
— Non ho insistito — disse Carlo.
Il dottore fece girare la manovella.
Dalla macchina uscì la voce registrata del sindaco, pronunciata poche ore prima:
«Questa grotta deve essere messa a disposizione di tutti. Se vi rifiutate, farò valere l’autorità del comune.»
Carlo ascoltò in silenzio.
Poi venne la sua stessa voce, registrata vicino al focolare:
«Pietro aveva promesso di mostrarmi una cosa, prima di morire.»
Il suo viso cambiò.
Aveva sentito quelle parole uscire dalla propria bocca, ma soltanto allora capì come suonavano agli altri: non come preoccupazione, bensì come confessione.
— Spegnete quella macchina — ordinò.
— No — rispose il dottore.
— Sono il sindaco!
— Non stasera.
La mattina seguente arrivarono due funzionari provinciali. Esaminarono il documento, la mappa, il quaderno e la sorgente. Interrogarono Carlo, il notaio e tutti quelli che avevano partecipato all’asta.
Carlo tentò di dire che Pietro aveva falsificato le misurazioni.
Natalia gli mise davanti il registro dell’ufficio minerario, con la firma originale di suo fratello.
Tentò di dire che noi avevamo occupato abusivamente la caverna.
Il notaio mostrò l’atto di proprietà.
Tentò di dire che il villaggio sarebbe morto senza il suo ordine.
Il vecchio Anselmo si alzò dal giaciglio.
— Il villaggio è vivo perché le vedove hanno aperto la porta.
Carlo non ebbe più nulla da aggiungere.
Nei giorni successivi, l’ufficio provinciale sospese il suo mandato e avviò un’indagine per la falsificazione dei documenti e l’uso illegittimo delle scorte comunali. Non fui presente quando lo portarono via per interrogarlo.
Non volevo vederlo sconfitto.
Volevo soltanto smettere di vivere come se ogni uomo avesse il diritto di decidere quanto valevo.
Dopo una settimana, la caverna tornò silenziosa.
Le famiglie erano rientrate nelle loro case. Il ponte veniva ricostruito. La sala interna era stata ripulita e trasformata in magazzino comune, ma la porta restava nelle nostre mani.
Nella stanza dove avevo dormito per mesi rimase una sola cosa: il telaio di Natalia, coperto da un panno, e un chiodo vuoto sulla parete.
Su quel chiodo avevo appeso la bussola di rame di Pietro ogni sera.
La presi e la strinsi nel palmo.
Il vetro incrinato rifletteva una luce sottile.
Tre mesi dopo, in febbraio, la strada della cava era di nuovo percorribile. La sorgente dava acqua al villaggio e noi avevamo aperto un piccolo laboratorio nella sala asciutta della grotta. Natalia cuciva coperte. Io riparavo attrezzi e tenevo i registri delle provviste.
Una mattina trovai Marta seduta vicino all’ingresso con un foglio sulle ginocchia.
— Che cosa hai disegnato? — le chiesi.
— La montagna.
Sul foglio c’erano una grande collina, una porta nera e due figure minuscole davanti alla neve.
— Queste siamo noi? — domandai.
— Sì. Ma non siete piccole.
— Nel disegno lo sembriamo.
Marta scosse la testa.
— Siete piccole davanti alla montagna. Però la montagna vi ascolta.
Mi sedetti accanto a lei. Per qualche secondo non dissi nulla.
Avevo passato mesi a cercare un posto in cui sopravvivere. Non avevo capito che stavo costruendo un luogo in cui altre persone avrebbero potuto sentirsi al sicuro.
La primavera arrivò lentamente. Prima sciolse la neve intorno alle pietre, poi fece spuntare fili d’erba tra le crepe. Gli uomini del villaggio venivano ad aiutarci, non più per ordine del sindaco, ma perché avevano imparato che una porta aperta non rende una casa più povera.
Natalia appese sopra il focolare una tavola con scritto: «L’acqua è di tutti. La decisione spetta a chi ha custodito la sorgente.»
Io aggiunsi sotto il nostro nome.
Un pomeriggio ricevetti una lettera.
La portò un ragazzo a cavallo. La carta era piegata in quattro e macchiata di fango.
Riconobbi subito la grafia di Carlo.
«Olena, possiamo incontrarci. Ho commesso errori, ma la mia posizione può essere ripristinata. Se testimoni a mio favore, nessuno ti disturberà più. Ti offrirò una casa in paese.»
Lessi la frase due volte.
Poi misi la lettera nel fuoco.
Natalia mi guardò.
— Non vuoi rispondere?
— Ho già risposto.
— Con il silenzio?
— Con la mia vita.
Quella sera tornai nella sala più profonda. La sorgente scorreva piano nella vasca di pietra. Il suono era lo stesso che avevo sentito il primo giorno, quando non possedevamo nulla e tutti ci credevano pazze.
Appesi la bussola di rame al chiodo sopra l’ingresso.
L’ago tremò, esitò e poi indicò il nord.
Fuori, sulla montagna, la neve rimasta brillava alla luce della luna. Non era più una terra sterile. Era una casa, una strada, una promessa mantenuta da due donne che avevano smesso di chiedere il permesso per restare in piedi.
Natalia mi chiamò dalla stanza accanto.
— Olena, la cena è pronta.
Guardai ancora una volta la bussola incrinata.
Questa volta l’ago non tremava più.
E nemmeno io.
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