Il capo dei bracconieri mi sollevò da terra e disse che il gelo avrebbe fatto il lavoro al posto loro.
Erano le quattordici e ventisette quando il mondo si capovolse. Le cime dei pini finirono sotto i miei occhi, il cielo grigio prese il posto della neve e il sangue mi martellò nelle tempie. Sentii la corda stringere gli stivali, poi il colletto della giacca scivolarmi sul mento.
«Così impari a scrivere rapporti contro la gente sbagliata», disse l’uomo con la barba nera.
«Il vostro furgone è stato fotografato», risposi, anche se la voce mi uscì spezzata. «La targa è nel registro della riserva.»
Il più giovane rise e mi infilò una manciata di neve sulla guancia.
«Domani torniamo a prendere le ossa.»
Avevo ancora al collo il mio piccolo fischietto di ottone, quello a forma di ghianda che portavo da dodici anni. Il metallo freddo mi premeva contro la gola. Mia figlia Irina me lo aveva regalato il giorno in cui avevo ottenuto il posto di ispettore forestale.
«Perché una ghianda?» mi aveva chiesto allora.
«Per ricordarmi che anche gli alberi più grandi cominciano da qualcosa di piccolo.»
Ora non riuscivo nemmeno a raggiungerlo con le dita.
I quattro uomini si allontanarono trascinando la carcassa di un cervo. Il rumore dei loro passi diminuì, poi scomparve sotto il vento. Rimasi solo tra i pini, legato per le mani e per le caviglie, sospeso a quasi tre metri dal terreno.
Alle quindici e quattro il freddo aveva già smesso di essere dolore. Era diventato una nebbia dentro le ossa.
Provai a gridare.
«Aiuto! C’è qualcuno?»
La mia voce rimbalzò sui tronchi e morì subito. La radio era stata distrutta sotto uno scarpone. Il telefono era rimasto nella jeep, parcheggiata a più di un chilometro dalla radura. Ogni rotazione della corda mi faceva vedere il bosco in lampi obliqui.
Inspirai contando fino a quattro, come insegnavo ai nuovi ispettori durante le esercitazioni invernali. Quattro secondi. Trattenere. Espirare.
Non dovevo addormentarmi.
Poi sentii uno scricchiolio.
Non era il vento.
Tra due abeti comparve una sagoma grigia. Un lupo entrò nella radura con la neve sulle spalle e una zampa posteriore leggermente rigida. Si fermò a sei metri da me. I suoi occhi ambrati si posarono sul mio viso, poi sulle corde.
«No», sussurrai. «Non avvicinarti.»
Il lupo inclinò la testa.
Da qualche parte, sotto la giacca, il fischietto di ottone urtò contro il mio petto e produsse un suono sottile.
L’animale fece un passo.
Poi un altro.
Io trattenni il respiro mentre abbassava il muso verso la neve e cominciava lentamente ad arretrare, come se stesse prendendo la rincorsa…
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PARTE 2
…e il lupo scattò.
Il suo corpo attraversò la neve con una forza che non avrei creduto possibile per un animale ferito. Saltò verso il ramo, mancandolo di pochi centimetri, e atterrò con un tonfo. La corda oscillò. Il sangue mi salì alla testa e per un istante vidi soltanto macchie bianche.
Il lupo si rialzò subito.
Ringhiò contro la corda, non contro di me.
«Che cosa stai facendo?» mormorai.
Al secondo balzo afferrò con i denti il tratto che pendeva a un metro dal ramo. Tirò. La fibra ruvida scricchiolò, ma non cedette. Il dolore gli fece sollevare la zampa ferita, e io provai un assurdo senso di vergogna: quell’animale stava rischiando la vita per qualcuno che non conosceva.
Oppure mi conosceva.
L’idea mi attraversò la mente insieme a un ricordo. Tre mesi prima avevo trovato impronte di lupo vicino al torrente e una piccola macchia di sangue sulla neve. Avevo lasciato carne essiccata e avevo liberato da una trappola un cucciolo rimasto impigliato tra i cespugli. Non avevo mai visto la madre, ma per settimane avevo trovato le ciotole vuote.
«Sei tu?» chiesi, con le labbra ormai insensibili. «Sei venuta per il piccolo?»
Il lupo sollevò il muso. Un basso ululato riempì la radura.
Non era un richiamo di caccia.
Era un segnale.
A più di cento metri, qualcosa rispose.
Un secondo ululato. Poi un terzo.
Il branco.
Il terrore mi strinse lo stomaco. Se fossero arrivati tutti, la corda non sarebbe stata l’unico problema.
«No, ascoltami!» gridai. «Non voglio farti del male!»
Il lupo tornò a mordere la corda. Questa volta il ramo oscillò e una pioggia di neve mi cadde sul viso. I suoi denti penetrarono nella fibra. Tirò ancora.
Sentii uno strappo.
La corda si allentò di pochi millimetri.
Poi, dal fondo della foresta, arrivò un rumore diverso: un motore che arrancava sulla strada ghiacciata.
I bracconieri stavano tornando.
«Maledizione», sussurrai.
La loro voce giunse poco dopo, deformata dagli alberi.
«Controlliamo se è ancora vivo!»
Il lupo si immobilizzò. Le orecchie si abbassarono. Io vidi la sua sagoma sparire dietro un abete, ma non si allontanò.
Un fascio di luce attraversò i tronchi.
«Eccolo!» gridò il capo. «Guardate, il nostro spaventapasseri respira ancora.»
«Tagliamolo giù?» domandò il giovane.
«Prima voglio il suo taccuino. Quel vecchio ha visto troppo.»
Le porte del furgone sbatterono. Passi pesanti avanzarono sulla neve. Io cercai di muovere le dita, ma erano rigide come legno.
Il capo arrivò sotto di me e sollevò il coltello.
«Adesso mi dici dove hai nascosto le fotografie.»
«Non le ho nascoste», risposi.
«Allora morirai senza sapere perché ti hanno lasciato qui.»
Il coltello toccò la corda.
Dietro di lui, tra i rami, il lupo riapparve. Non ringhiava. Guardava il mio collo, proprio dove il fischietto di ottone era nascosto sotto la giacca.
Il capo seguì il suo sguardo.
La sua espressione cambiò.
«Aspetta», disse piano. «Quel fischietto…»
E in quel momento il mio cuore capì che non stavano cercando soltanto il taccuino…
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PARTE 3
…il capo afferrò il fischietto con una mano guantata.
«Dammelo», ordinò.
«Non toccarlo.»
«Hai capito male. Non te lo sto chiedendo.»
Il coltello rimase premuto contro la corda mentre lui tirava il laccio che teneva il fischietto al mio collo. Il metallo si staccò dalla mia giacca con uno strappo. Nello stesso istante il lupo uscì dagli alberi.
Non attaccò il capo.
Si lanciò contro il suo braccio.
L’uomo urlò e lasciò cadere il fischietto. Il coltello affondò nella neve. Il giovane sparò in aria, ma il colpo si perse tra i pini e il branco rispose con un ululato così vicino che tutti e quattro arretrarono.
Il lupo si avventò sulla corda.
«Tagliatela!» gridò uno dei bracconieri.
«Sparagli!»
Nessuno sparò. Per un secondo, perfino loro rimasero paralizzati davanti a quell’animale che mordeva la fibra con ostinazione.
La corda cedette.
Caddi nella neve e persi conoscenza.
Quando riaprii gli occhi, vidi il volto di Irina sopra di me. Aveva le guance rosse, i capelli pieni di fiocchi e teneva una coperta termica sulle mie spalle.
«Papà, guardami. Sei con me?»
«Il lupo…»
«È scappato. Ti ha trascinato lontano dal ramo prima che arrivassimo.»
Accanto a lei c’era la comandante Elena Sava, con due agenti e il fischietto di ottone chiuso in una busta trasparente.
«Mikola, ascoltami», disse Elena. «Dobbiamo sapere una cosa. Quel fischietto conteneva un registratore?»
Sentii la paura dei bracconieri tornarmi addosso, più forte del gelo.
«Sì. Da tre giorni.»
Irina mi strinse la mano.
«Perché non me l’avevi detto?»
«Perché sospettavo che qualcuno dentro l’ufficio avvertisse i cacciatori ogni volta che partivo.»
Elena aprì la busta e collegò il piccolo apparecchio a un altoparlante portatile. Dalla registrazione arrivò la mia voce, poi il rumore dei passi, le minacce, il momento in cui il capo aveva detto: “Domani torniamo a prendere le ossa”.
Nella radura nessuno parlò.
Poi si sentì una seconda voce, registrata due sere prima.
«Il vecchio passerà dalla pineta nord alle quattordici. La radio sarà fuori portata. Lasciate che trovi la carcassa.»
Irina impallidì.
Elena guardò me.
«Questa voce appartiene al direttore della riserva, Pavel Orlov.»
Il fischietto non aveva registrato soltanto l’aggressione. Aveva registrato l’ordine.
In lontananza comparvero le luci della polizia. I quattro uomini furono ammanettati sulla strada, mentre il loro capo continuava a ripetere che non sapeva nulla.
Io credevo che fosse finita.
Poi il telefono di Elena squillò.
Lei ascoltò per pochi secondi, e il colore le scomparve dal viso.
«Mikola», disse, «Orlov non è nel suo ufficio. E qualcuno ha appena aperto il deposito delle prove.»
Dalla tasca della giacca del capo emerse allora un secondo fischio, molto più breve del primo…
FINALMENTE: nessuno di noi aveva ancora capito quale registrazione fosse già partita.
Quando ascoltò la propria voce, Viktor smise di negare…
Pensavo che il pericolo fosse finito con il salvataggio. Mi sbagliavo: la verità avrebbe colpito molto più lontano.
«Quella voce non può essere la mia.»
Ma nessuno nella stanza gli credette.
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