PARTE 4
La dottoressa Bellini non lasciò il mio polso.
—David, ascoltami. Se vai là senza protezione, Maris può dire che hai minacciato la struttura. Vuole provocarti.
—Mia moglie è rinchiusa da qualche parte e lei mi chiede di restare fermo.
—Ti chiedo di essere lucido.
Lorenzo arrivò vicino all’ingresso con due uomini della sicurezza. La musica era stata spenta. Gli invitati stavano immobili, ancora circondati da piatti intatti e bicchieri pieni.
—Abbiamo localizzato la struttura —disse. —È a quaranta minuti da qui. Ma c’è un furgone che sta uscendo proprio ora.
Guardai Maris.
Lei non negò.
—Dove la porti?
—In un posto dove non potrai distruggerla con le tue bugie.
—Hai già distrutto abbastanza.
Il suo telefono squillò. Maris rispose e si allontanò di qualche passo.
—No, non trasferite i documenti —disse sottovoce. —Il conto deve restare aperto. David non può sapere della cassaforte.
Mi voltai verso Lorenzo.
—Hai sentito?
—Tutto. La registrazione è attiva.
Maris si accorse del telefono nella mano di Lorenzo e sbiancò.
—State spiando mia madre? —chiese Annie.
Mi inginocchiai davanti a lei.
—No, tesoro. Stiamo impedendo che qualcuno faccia ancora del male alla mamma.
—La troveremo?
—Sì.
Quella volta non fu una promessa detta per calmare una bambina. Fu un impegno.
Lorenzo chiamò la polizia e l’avvocata Rinaldi preparò un’istanza urgente. La dottoressa Bellini inviò al giudice i referti, la registrazione e la perizia sulla firma di Catherine.
Maris provò a riprendere il controllo.
—David, se collabori, possiamo sistemare tutto in famiglia.
—Non siamo più una famiglia finché tu decidi chi può vedere chi.
—Sono tua madre.
—E Catherine è mia moglie. Annie è mia figlia.
—Ti pentirai di avermi umiliata davanti a tutti.
—Non sei stata umiliata da me. Ti hanno sentita parlare.
Due agenti entrarono poco dopo. Maris li accolse con il mento sollevato.
—Questa è una persecuzione. Io sono la tutrice legale di Catherine.
L’agente più anziano le porse il documento del giudice.
—La tutela provvisoria è sospesa. Dovrà consegnare chiavi, telefoni e registri finanziari.
Il collier di diamanti scintillò ancora sul tavolo.
Maris lo guardò come se fosse l’unica cosa rimasta al mondo.
—David, digli di fermarsi.
Non risposi.
L’avvocata Rinaldi si avvicinò a me.
—Adesso devi ascoltare anche la parte difficile. Il tuo trasferimento di denaro è stato usato per sostenere le accuse contro di te. Maris ha pagato persone perché dichiarassero che avevi abbandonato Catherine.
—Quante?
—Tre testimoni. E uno di loro è l’amministratore della vecchia casa.
—La casa in cui vivevano?
—È stata venduta sei mesi dopo la vostra partenza. Il contratto contiene una firma falsa di Catherine.
Sentii un vuoto sotto i piedi.
Annie prese la mia mano. Il suo piccolo braccialetto umido era ancora stretto nel mio pugno.
—Papà, andiamo dalla mamma.
Partimmo prima che sorgesse il sole.
La struttura si chiamava Villa Serena, ma aveva finestre alte con grate sottili e un cancello che si chiudeva con un rumore metallico. Alle sei e venti del mattino un’infermiera ci fece entrare dopo aver visto l’ordine del giudice.
Catherine era seduta vicino alla finestra.
Quando mi vide, si portò entrambe le mani alla bocca.
—David?
La sua voce era più fragile di come la ricordavo, ma era lei.
Mi fermai sulla soglia.
—Sono qui.
—Maris diceva che non volevi vedermi.
—Maris mentiva.
Catherine si alzò lentamente. Le gambe le tremavano. Annie corse ad abbracciarla e per alcuni secondi madre e figlia rimasero strette senza dire una parola.
Poi Catherine guardò me.
—Mi hai mandato delle lettere?
—Ogni mese. E denaro.
—Non ho ricevuto niente.
—Lo so.
Le mostrai il braccialetto di stoffa. Annie lo aveva ripreso da terra e me lo aveva restituito.
Catherine lo sfiorò.
—Glielo regalasti il giorno in cui promettesti che saresti sempre tornato.
—Sono tornato troppo tardi.
—Ma sei tornato.
Non cercai di difendermi. Avrei voluto raccontarle dei bonifici, dei viaggi, delle telefonate a cui nessuno aveva risposto. Ma davanti al suo volto stanco capii che ogni spiegazione sarebbe sembrata una scusa.
—Avrei dovuto controllare —dissi. —Mi sono fidato della persona sbagliata.
Catherine mi prese la mano.
—Adesso controlla con me.
Fuori dalla stanza, Maris ascoltava attraverso la porta. Gli agenti le avevano permesso di assistere alla consegna dei documenti, ma non di avvicinarsi a Catherine.
—Catherine —disse. —Non sai quello che fai.
Mia moglie si voltò.
—So che mi hai mentito.
Maris rimase immobile.
—Ti ho protetta.
—Mi hai tenuta sola.
—David ti avrebbe abbandonata di nuovo.
Catherine scosse la testa.
—No. Tu avevi bisogno che io lo credessi.
L’avvocata Rinaldi fece partire la registrazione nella sala d’attesa della struttura. Maris ascoltò la propria voce mentre diceva: «Se lo cerchi, ti porteranno via Annie». Il suo stesso tono, riprodotto dagli altoparlanti, sembrava appartenere a un’estranea.
Maris fissò il pavimento.
—Io non parlavo così.
Lorenzo fermò la registrazione.
—È la sua voce.
—Ero arrabbiata.
—Era una minaccia —rispose l’avvocata.
Maris si sedette. Per la prima volta non aveva nessuno da comandare.
La cassaforte fu trovata quella sera, nascosta dietro un pannello nella sala da pranzo della sua casa. Conteneva le ricevute dei bonifici, copie delle procure e una busta con la fotografia di Catherine.
Sul retro della fotografia Maris aveva scritto: «Finché David crede di essere stato lasciato, il denaro resterà mio».
La polizia sequestrò tutto.
Il procedimento fu rapido, ma non semplice. Maris dovette restituire una parte del denaro, vendere la casa e affrontare le accuse per frode, falsificazione e abuso di una persona vulnerabile.
Non provai gioia quando la vidi uscire dal tribunale con il volto stanco.
Provai sollievo.
La differenza era enorme.
Casa Azzurra venne chiusa. Il collier di diamanti fu confiscato e venduto per pagare le cure di Catherine e il nuovo appartamento che affittai vicino alla clinica.
La stanza di Annie aveva una finestra larga e pareti color crema. Sul comodino c’era una lampada a forma di luna.
Per la prima volta dopo tre anni non dormiva sotto terra.
Una sera, mentre sistemavamo i suoi libri, trovai una busta di pane sotto il letto.
Mi irrigidii.
—Perché l’hai nascosta?
Annie abbassò lo sguardo.
—Avevo paura che domani non ci fosse niente.
Mi sedetti accanto a lei.
—Domani ci sarà.
—Come fai a saperlo?
—Perché adesso ci sono io. E tua madre. E persone che ci aiuteranno.
Lei rimase in silenzio, poi tirò fuori il suo braccialetto di stoffa.
—Posso tenerlo anche se è brutto?
—Non è brutto.
—È vecchio.
—È una prova.
—Di cosa?
La guardai negli occhi.
—Che sei rimasta tu, anche quando tutto il resto è cambiato.
Passarono quattro mesi.
Catherine iniziò una terapia per rallentare la malattia. Alcuni giorni ricordava ogni dettaglio. Altri confondeva il giorno con la notte. Non potevo prometterle che sarebbe guarita, ma potevo prometterle presenza.
Annie tornò a scuola. La prima settimana si agitava ogni volta che non rispondevo al telefono. Così cominciai a lasciarle un biglietto sul tavolo ogni mattina.
«Torno prima di cena.»
«Sono qui.»
«Ti voglio bene.»
Le cose semplici diventavano ponti.
Io vendetti il mio vecchio ufficio e aprii una piccola società di consulenza vicino alla clinica. Lavoravo meno, ma tornavo a casa ogni sera. Imparai a cucinare la zuppa che Catherine amava e a riconoscere il momento in cui Annie aveva bisogno di parlare senza fare domande.
A dicembre cadde la prima neve.
Annie disegnò tre figure davanti a una casa con una finestra illuminata. Mi porse il foglio durante la colazione.
—Questa siamo noi.
—E quella finestra?
—È perché adesso possiamo vedere quando qualcuno torna.
Catherine sorrise dal divano.
Quel pomeriggio arrivò un messaggio da un numero sconosciuto.
«David, ho fatto degli errori. Posso spiegarti tutto. La famiglia dovrebbe restare unita. Maris.»
Lessi quelle parole mentre Annie colorava il tetto della casa.
Avrei potuto rispondere con rabbia. Avrei potuto elencare ogni notte passata in una stanza umida, ogni pasto preso dalla spazzatura, ogni bonifico finito sul collo di mia madre.
Scrissi soltanto: «Non ti odio. Ma non tornerai nella nostra vita. Le conseguenze delle tue scelte non sono più un mio compito.»
Poi cancellai il numero.
Catherine mi guardò.
—Che cosa hai fatto?
—Ho chiuso una porta.
—E se bussasse ancora?
Presi il braccialetto di stoffa, ormai asciutto, e lo appoggiai sul davanzale accanto al disegno di Annie.
—Allora saprà che qui dentro c’è luce.
La neve continuò a cadere oltre il vetro.
Annie posò il pennarello e mi prese la mano.
Quella volta non ebbi paura che qualcuno ce la portasse via.
La porta era chiusa.
La casa era nostra.






