PARTE 4 — Ho speso gli ultimi soldi per una cavalla morente, poi tre sconosciuti la videro e uno di loro smise di sorridere

PARTE 4

La voce al telefono ripeté l’indirizzo e poi la linea cadde.

Per un secondo nessuno si mosse.

Poi vidi il fumo oltre gli alberi.

Non proveniva dalla casa. Veniva dal vecchio deposito degli attrezzi, a pochi metri dal fienile.

— Prendete Lada — gridai.

Lev afferrò la corda. Oleg aprì il cancello del recinto e Mikhail corse verso il pozzo.

Io presi due secchi, ma Pavel mi bloccò per un braccio.

— Prima le persone e gli animali. La roba si ricompra.

Il fuoco aveva già raggiunto il tetto del deposito. Le assi schioccavano, il fumo mi entrava negli occhi e la targhetta di ottone tintinnava mentre Lada veniva condotta fuori.

Yurko era ancora vicino al carro.

Stava telefonando.

— Non sono stato io — disse appena mi vide. — Andrea, ascoltami, possiamo sistemare tutto.

— Chi hai chiamato?

— Un avvocato.

— Chiamalo ancora.

Yurko portò il telefono all’orecchio.

— Mi serve che tu venga subito. C’è stato un incendio e questi uomini mi accusano di furto.

La risposta dall’altra parte fu abbastanza forte da farsi sentire anche a distanza. Yurko impallidì.

— Che significa che non mi rappresenti più?

Ascoltò in silenzio.

— Ti pagherò domani.

Un’altra pausa.

— Non puoi abbandonarmi proprio adesso.

L’avvocato aveva già chiuso.

Pavel chiamò i vigili del fuoco, Lev la polizia. Mikhail continuò a gettare acqua sul lato del deposito, mentre Oleg portò Lada nella stalla di pietra, lontana dalle fiamme.

Io rimasi davanti a Yurko.

— Perché hai appiccato il fuoco?

— Non l’ho fatto.

— Allora perché sei ancora qui?

— Sono venuto a riprendermi ciò che è mio.

— Lei non è mai stata tua.

La sua bocca si contrasse.

— Tu non sai niente di affari.

— So riconoscere una creatura affamata quando la vedo.

— Era malata. Non sarebbe sopravvissuta.

Mikhail tornò dal deposito con una scatola di metallo annerita. La posò su una vecchia botte e la aprì.

Dentro c’erano fogli umidi, una seconda corda e un apparecchio per registrare la voce.

Lev lo accese.

La voce di Yurko uscì gracchiante, ma chiarissima.

«Se la cavalla muore, la vendiamo come animale senza marchio. Se vive, la nascondiamo fino a quando Varenko smette di cercarla.»

Yurko arretrò.

— Non potete usare quella roba.

— Perché? — chiese Lev. — Perché senti la tua stessa voce?

Il mercante fissò l’apparecchio. Per la prima volta lo vidi ascoltarsi da fuori, senza il sorriso, senza la possibilità di interrompere l’uomo che aveva parlato.

«Non darle troppo cibo. Deve sembrare debole.»

La registrazione terminò.

Yurko si coprì il volto con entrambe le mani.

Arrivarono i vigili del fuoco e poco dopo due agenti. Trovarono la tanica di cherosene dietro il deposito, le impronte di Yurko vicino alla porta e i documenti falsificati nella scatola.

Lui provò a spiegare tutto.

Disse che la cavalla era abbandonata.

Disse che io avevo frainteso.

Disse che la registrazione era stata manipolata.

Ma ogni parola si scontrava con la targhetta identificativa, il certificato veterinario, il marchio e la voce che continuava a ripetere ciò che aveva detto.

Gli agenti lo portarono via quella sera.

Non provai soddisfazione.

Mentre il carro della polizia si allontanava, pensai soltanto a quanto vicino ero stato a premere il grilletto per porre fine alla sofferenza di Lada.

Il deposito era bruciato quasi completamente. La casa aveva perso una finestra e parte del tetto, ma la stalla era intatta.

Nel box rimasto vuoto trovai la vecchia corda spezzata.

La targhetta di ottone era ancora legata a un’estremità, annerita dal fumo ma riconoscibile. La mezzaluna incisa sembrava brillare tra la fuliggine.

La presi e la strinsi nel pugno.

Due giorni dopo portammo Lada alla tenuta Varenko. Camminava lentamente, ma senza fermarsi. Lev mi diede il denaro per il mangime e per riparare la casa. Io accettai soltanto una parte.

— Hai salvato una cavalla che vale più di quanto possiedi — disse.

— Io avevo bisogno che qualcuno mi guardasse come mi ha guardato lei.

Lev non fece altre domande.

Rimasi alla tenuta per lavorare. Non diventai ricco. Riparai il tetto, vendetti il vecchio trattore e affittai i campi più secchi. Ogni mattina controllavo Lada prima ancora di bere il caffè.

Dopo tre settimane riuscì a galoppare nel recinto grande.

Dopo due mesi tornò a riconoscere il fischio di Oleg.

Dopo tre mesi mia nipote Marta venne a trovarmi con un disegno piegato in quattro.

Aveva nove anni e viveva con sua madre in città. Si vergognava della mia casa bruciata, delle mie mani rovinate e delle scarpe sempre coperte di terra.

Quella mattina entrò nella stalla stringendo il foglio.

— Posso darle da mangiare?

— Solo un pezzetto alla volta.

— Come hai fatto tu?

— Come abbiamo fatto tutti e due.

Marta porse una carota a Lada. La cavalla la prese con delicatezza.

La bambina sorrise.

— Lei ti ha scelto.

Guardai il muso scuro dell’animale.

— Forse ci siamo scelti a vicenda.

Sul disegno c’eravamo io, Marta e Lada davanti a una stalla con il tetto rosso. Sopra la porta, la bambina aveva disegnato una piccola mezzaluna.

Passarono i mesi. Arrivò il primo gelo e poi la neve. La tenuta cambiò odore: fieno asciutto, legna bruciata, cuoio pulito. Io imparai a dormire senza sobbalzare a ogni rumore nel cortile.

Yurko fu condannato per furto, falsificazione e incendio doloso. Non andai al processo. Testimoniai una sola volta, in una stanza luminosa, davanti a persone che prendevano appunti senza ridere.

Quando mi chiesero se provassi odio, risposi di no.

— Ha scelto di diventare quell’uomo. Io ho scelto di non diventare come lui.

Qualche settimana dopo ricevetti una lettera dal carcere.

Yurko scriveva che aveva perso tutto, che nessuno gli dava lavoro, che io avrei potuto aiutarlo perché sapevo quanto fosse difficile ricominciare.

In fondo alla pagina aveva aggiunto: «Ti restituirò la cavalla se mi ritiri la denuncia».

Lessi la frase due volte.

Poi risposi con una sola riga.

«Lada non è mai stata tua, e nemmeno la mia pace.»

Non ricevetti altre lettere.

Un mattino di dicembre Marta venne a trovarmi prima dell’alba. Entrammo nella stalla mentre fuori cadeva una neve sottile.

Lada dormiva in piedi. Quando sentì il nostro passo, sollevò la testa.

Marta indicò la targhetta di ottone appesa vicino alla porta.

L’avevo pulita, ma una macchia nera era rimasta dentro l’incisione della mezzaluna.

— Perché la tieni lì? — chiese.

— Per ricordarmi che quella mattina avevo soltanto due grivne.

— Eppure hai comprato una vita.

Scossi la testa.

— No. Ho comprato il tempo necessario perché lei potesse salvarsi da sola.

Lada si avvicinò alle sbarre e soffiò piano sulla mano di Marta.

La bambina rise sottovoce.

Io rimasi ad ascoltare il piccolo tintinnio dell’ottone nel silenzio della stalla.

Quella volta non era un suono di catena.

Era un campanello.

E Lada corse verso la luce.

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