PARTE 4 — Ho trovato un neonato nella bufera, ma quando il re entrò nella mia capanna il suo volto cambiò

PARTE 4

…— Caterina.

La voce veniva dalla cappella.

Kirill mi afferrò il polso e mi spinse dietro di sé.

— Restate qui — ordinò ai soldati.

— Non lascio Marco.

— Neppure io.

Dario approfittò del momento per cercare di fuggire, ma Argo gli bloccò la strada. Il cancelliere cadde in ginocchio davanti al lupo.

— Kirill, ascoltami. Posso spiegare.

— Hai avvelenato le mie guardie.

— Per proteggere il regno.

— Hai ordinato la morte di mio figlio.

Dario guardò Marco e poi me.

— Non sapevo che fosse con lei.

Kirill fece un passo verso di lui.

— Ma sapevi che sarebbe morto.

Il cancelliere aprì la bocca, ma nessuna parola uscì.

Orfeo raccolse il coltello dalla tunica di Dario. Sulla lama brillava una polvere scura.

— È veleno del sonno — disse. — Lo stesso trovato nei bicchieri delle guardie.

Dario si aggrappò al bordo del tavolo.

— Se mi arrestate, il consiglio vi farà guerra.

— Il consiglio ha già scelto da che parte stare — rispose Kirill. — Ora vedremo quanti avranno il coraggio di confessarlo.

Dario venne legato. Prima di uscire, Kirill gli fece ascoltare la pergamena.

Orfeo lesse ad alta voce la frase scritta da Bianca.

— Proteggilo o muori.

Dario rimase immobile.

Poi Kirill gli fece ascoltare un cilindro di rame trovato nella sua stanza. Orfeo aveva registrato le confessioni del prigioniero e di due guardie corrotte. La voce di Dario comparve nella registrazione, fredda e sicura.

«La bambina è viva? Allora trovatela prima che ricordi chi è. Se resiste, uccidetela insieme all’erede.»

Dario chiuse gli occhi.

Sentire le proprie parole dalla bocca di un altro lo distrusse più delle urla di Kirill. Capì di non poterle ritrattare, perché la sua stessa voce aveva già detto tutto.

— Io ho servito il regno — mormorò.

— No — disse Kirill. — Hai servito la tua paura.

Scendemmo nella cappella. Sotto l’altare trovammo una porta di ferro. Dietro c’era una stanza stretta, illuminata da una sola candela.

Una donna dai capelli bianchi sedeva contro il muro.

Quando mi vide, si portò una mano alla bocca.

— La cicatrice — sussurrò. — È davvero lei.

Kirill si inginocchiò.

— Bianca?

La donna annuì.

Aveva il volto scavato, ma gli stessi occhi grigi di suo fratello.

— Dario mi ha tenuta qui per dodici anni. Mi ha fatto credere che mia figlia fosse morta.

Io avanzai lentamente.

— Perché hai scritto quella frase?

Bianca guardò Marco.

— Perché Dario aveva scoperto che l’erede sarebbe stato attaccato. Ho cercato di portarlo fuori dal palazzo, ma una delle guardie mi ha tradita. Ho affidato il bambino ad Argo e ho scritto l’unico messaggio che potesse arrivare a chiunque avesse ancora un cuore.

— Come sei arrivata a me?

— Ti ho vista anni fa, al mercato. Ho riconosciuto il sole d’argento sulla tua pelle. Non ho potuto avvicinarmi. Dario mi sorvegliava.

Mi toccai dietro l’orecchio.

Per tutta la vita avevo pensato che quella cicatrice fosse il segno della mia povertà, non della mia origine.

Bianca mi prese il viso tra le mani.

— Mi dispiace, figlia mia.

Io non risposi subito.

Avevo immaginato mia madre in centinaia di modi, ma mai rinchiusa sotto una cappella. La abbracciai con Marco stretto tra noi, e per la prima volta il dolore che avevo portato da bambina ebbe un volto.

Le guardie arrestarono Dario, Gnat e tutti gli uomini coinvolti. Il consiglio si riunì all’alba. Le registrazioni, i sigilli e la pergamena furono presentati davanti ai nobili.

Kirill non chiese vendetta.

Chiese giustizia.

Dario fu condannato all’esilio perpetuo e alla confisca dei beni. Gnat confessò in cambio della vita e fu mandato nelle miniere del confine. Le guardie corrotte persero il grado e furono processate.

Io non assistetti alla lettura delle sentenze.

Ero nella stanza di Marco, seduta accanto alla culla.

Sul gancio della parete era rimasto il mio vecchio mantello, quello con le toppe e la fibbia di rame. La neve sciolta aveva lasciato una macchia scura sul bordo.

Per anni quella stanza era stata vuota.

Adesso respirava.

Tre mesi dopo, Bianca camminava di nuovo nel giardino del palazzo. Aveva ancora bisogno di un bastone, ma ogni mattina voleva vedere il sole sorgere sopra le montagne.

Kirill smise di impartire ordini quando entrava nella mia stanza. Bussava.

Una sera si fermò sulla soglia.

— Posso entrare?

— Sì.

Guardò Marco, che dormiva con una mano chiusa sul piccolo sole d’argento.

— Non so come ringraziarti.

— Non devi ringraziarmi. Devi imparare a tenerlo al sicuro senza trasformare il palazzo in una prigione.

Kirill abbassò gli occhi.

— Ci proverò.

— Non provarci per me. Fallo per lui.

Lo vidi annuire.

Poche settimane dopo lasciai la capitale per vivere nella valle orientale. Non volevo diventare una dama di corte, né un simbolo da mostrare ai nobili. Aprii una piccola casa per gli omega senza branco e per i bambini rimasti soli durante la guerra.

Kirill mi offrì terre, oro e guardie.

Accettai soltanto la vecchia serra abbandonata vicino al fiume.

Lì coltivai erbe medicinali. Marco imparò a camminare tra i vasi di terracotta. Argo dormiva davanti alla porta e spaventava chiunque arrivasse con intenzioni cattive.

La prima neve dell’inverno cadde mentre Marco disegnava sul pavimento con un pezzo di carbone.

— Che cos’è? — gli chiesi.

— La nostra casa.

Nel disegno c’erano quattro figure: io, Marco, Bianca e un grande lupo bianco. Kirill compariva poco distante, con le braccia aperte.

— E il re?

Marco scosse la testa.

— Non è il re. È papà.

Mi si riempirono gli occhi di lacrime.

Quella sera arrivò un messaggero con una lettera di Dario. Era breve. Diceva che il suo esilio era stato ingiusto, che il consiglio lo aveva manipolato e che io avrei dovuto tornare a palazzo per il bene della famiglia.

In fondo c’era una promessa: avrebbe potuto restituirmi tutto ciò che mi spettava.

Bruciai la lettera nella stufa.

Il messaggero rimase sulla soglia.

— Devo portare una risposta?

— Sì.

— Quale?

Guardai Marco, poi il disegno sul pavimento.

— Digli che non sono più la bambina che potevano nascondere.

Il messaggero chinò il capo e partì.

Kirill arrivò il giorno dopo, senza scorta. Aveva la neve sulle spalle e un piccolo sacchetto tra le mani.

Dentro c’era la fibbia di rame del mio vecchio mantello, lucidata fino a brillare.

— L’ho trovata tra le cose recuperate dalla capanna — disse. — Pensavo volessi tenerla.

La presi.

Era fredda, ma non mi fece più male toccarla.

La cucii al nuovo mantello di Marco, proprio sopra il cuore.

Argo sollevò la testa e ululò verso le montagne. Marco rise e corse fuori, lasciando piccole impronte nella neve appena caduta.

Io lo seguii con la mano sulla fibbia di rame.

La casa non era più una trappola.

Era una scelta.

E per la prima volta nella mia vita, nessuno stava aspettando che io morissi per poter vivere.

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