Il neonato aveva le labbra blu quando lo trovai tra le zampe di un lupo bianco grande quasi quanto un cavallo.
La bufera cancellava ogni sentiero e il vento mi tagliava il viso come schegge di vetro. Ero uscita dalla capanna per controllare le trappole, ma sotto i pini sentii un pianto così debole che per un istante pensai fosse il verso di un uccello ferito.
Poi vidi lui.
Il lupo era immobile nella neve, con il muso abbassato e gli occhi dorati fissi su di me. Tra le sue zampe giaceva un bambino avvolto in seta bianca. Sul bordo della coperta era cucito un piccolo sole d’argento, ormai quasi coperto dal ghiaccio.
Feci un passo indietro.
Il lupo non ringhiò. Si limitò a spostarsi, lasciando libero il bambino.
— Vuoi che lo prenda io? — sussurrai, senza sapere perché gli stessi parlando.
L’animale inclinò la testa.
Mi chinai. Il piccolo era gelido e non piangeva più. Tra le pieghe della coperta trovai un pezzetto di pergamena legato con un filo color rame. C’erano soltanto tre parole: Proteggilo o muori.
Avrei dovuto chiamare aiuto.
Invece infilai il bambino sotto il mio mantello di lana e corsi verso casa. Il lupo mi seguì senza fare rumore, lasciando impronte profonde accanto alle mie.
Nella capanna accesi la stufa, misi a scaldare il latte di capra e passai la notte con il bambino premuto contro il petto. Ogni volta che si agitava, gli accarezzavo la fronte. Ogni volta che lo stringevo, smetteva di piangere.
All’alba gli diedi un nome.
— Ti chiamerò Marco — gli dissi.
Il lupo dormiva davanti alla porta, con la coda avvolta sulle zampe. Io invece non riuscii a chiudere gli occhi. Ero un’omega senza branco, abituata a vivere con poco e a non chiedere niente a nessuno. Ma quel bambino aveva trasformato la mia piccola casa in un bersaglio.
La vicina, Marta, arrivò poco dopo mezzogiorno con il viso sconvolto.
— Stanno cercando l’erede del regno del Nord — disse, stringendo il suo scialle tra le dita. — Il figlio del re alfa Kirill è scomparso durante la notte.
Guardai Marco. Poi il lupo.
— Vuoi dire che questo bambino è suo figlio?
Il lupo si alzò e appoggiò il muso contro la mia mano.
Mi cedettero le ginocchia.
Kirill era famoso anche nei villaggi più lontani. Spietato, potente, incapace di fidarsi. Dicevano che detestasse gli omega e che avesse fatto sparire chiunque avesse osato sfidarlo.
Nel pomeriggio arrivò Gnat, un uomo del mio passato, con una pistola alla cintura e il sorriso di chi aveva già contato la ricompensa.
— Dammi il bambino, Caterina.
— Non so di cosa parli.
— Lo sai benissimo. Il palazzo pagherà oro per lui.
Fece un passo.
Il lupo fu tra noi prima ancora che io potessi respirare. Gnat urtò la porta, cadde nella neve e fuggì zoppicando. Era vivo.
Ed era questo il problema.
Adesso sapeva dove trovarci.
Il mattino seguente sentii il rumore degli zoccoli. Marco si svegliò. Il lupo balzò in piedi. La porta tremò sotto un colpo così forte che il barattolo del latte cadde dal tavolo e si frantumò sul pavimento.
Un uomo alto entrò nella capanna, vestito di nero. Dietro di lui c’erano soldati armati.
Non avevo bisogno di sentire il suo nome.
Kirill.
I suoi occhi grigi si posarono sul bambino.
— Dov’è mio figlio?
Marco cominciò a piangere. Kirill si mosse verso la culla, ma io mi misi davanti a lui.
— Non toccarlo.
Il suo sguardo si fece tagliente.
— Mi stai dando un ordine?
— Ho trovato tuo figlio quasi morto nella neve. Qualcuno voleva che morisse.
La parola rimase sospesa tra noi.
Kirill smise di respirare per un istante.
Presi la pergamena da sotto la coperta e la sollevai.
— Questa era con lui.
Kirill allungò la mano.
Io non gliela consegnai.
— Se sei davvero suo padre, dimmi una cosa. La persona che ha scritto queste parole può essere ancora accanto a te?
Il re fissò il foglio. La sua mano rimase sospesa. Poi il volto gli cambiò, come se avesse riconosciuto una minaccia molto più vicina della mia capanna. Afferrò lentamente la pergamena e la voltò verso la luce, mentre il pollice scivolava sul bordo macchiato di neve…
PARTE 2
…e Kirill non alzò più gli occhi dalla pergamena.
Il fuoco scoppiettava nella stufa, ma nella capanna era calato un freddo diverso. Uno dei soldati si mosse verso la culla. Il lupo mostrò i denti e il soldato si fermò immediatamente.
— Chi ha scritto questo? — domandai.
Kirill piegò il foglio con estrema cura.
— Ho visto questa grafia sulle lettere del palazzo.
— Di chi?
— Non qui.
— È mio figlio quello che hai trovato davanti alla porta. Ho rischiato la vita per lui. Merito una risposta.
Kirill mi fissò. Per la prima volta non sembrava un re. Sembrava un uomo che aveva appena scoperto di aver lasciato entrare il nemico nella propria casa.
Prese Marco dalla culla.
Il bambino spalancò la bocca e urlò. Kirill lo tenne contro il petto, rigido, quasi spaventato dalla sua stessa forza.
— Sono tuo padre — disse piano. — Sono qui.
Marco pianse ancora più forte.
— Dammelo — dissi.
— Non hai il diritto di…
— E tu non hai il diritto di lasciarlo urlare per dimostrarmi chi sei.
Il lupo si avvicinò alla culla. Kirill lo guardò, poi guardò me. Dopo qualche secondo mi porse il bambino senza discutere.
Marco smise di piangere appena appoggiò la guancia al mio collo.
Il re abbassò lo sguardo.
— Non succede con nessun altro.
— Succede perché ha paura.
— Di me?
— Di tutti voi.
Le parole gli ferirono il volto più di un colpo. Lo vidi stringere la mascella.
— Tornerai al palazzo con noi.
— No.
— Non era una richiesta.
— Allora puoi portarmi via con la forza, ma il bambino verrà con me.
Kirill fece un passo. Il lupo gli si mise davanti, enorme, silenzioso.
Uno dei soldati sussurrò:
— Maestà, è Argo.
— So chi è — rispose Kirill.
Il lupo non distolse gli occhi da lui.
Kirill si voltò verso il soldato.
— Nessuno tocchi la donna.
Poi prese il mio mantello dal gancio. Era cucito con toppe diverse e aveva una fibbia di rame che avevo recuperato anni prima da una slitta distrutta. Me lo porse.
— Se resti qui, Gnat tornerà con più uomini. Se vieni con me, potrò proteggerti.
— Non mi fido di te.
— Nemmeno io mi fido di chi ha scritto quella frase.
Fuori, i cavalli scalpitavano. La neve batteva contro i vetri come dita impazienti.
Marta comparve sulla soglia, pallida.
— Caterina, ho visto uomini armati sulla collina. Non sono soldati del re.
Kirill sfilò la spada.
— Quanto tempo?
— Pochissimo.
Il re mi guardò.
— Adesso capisci perché devi venire.
Non capivo ancora perché avesse riconosciuto quella grafia. Ma capivo una cosa: la minaccia non era finita nel momento in cui Kirill aveva trovato il figlio. Era appena entrata nella mia vita.
Avvolsi Marco nel mantello e salii sul cavallo davanti a Kirill. Argo corse accanto a noi mentre lasciavamo la capanna.
Dopo pochi minuti, un grido esplose tra gli alberi.
Gnat.
La freccia colpì il tronco proprio sopra la mia testa. Kirill spronò il cavallo e mi strinse con un braccio, mentre i soldati rispondevano al fuoco.
— Chi ti ha mandato? — urlò.
Gnat rise dalla foresta.
— Non sono venuto per il bambino, re Kirill! Sono venuto per la donna!
Kirill si voltò verso di me.
— Perché?
Non ebbi il tempo di rispondere. Argo si lanciò tra gli alberi e tornò poco dopo trascinando un uomo ferito per il colletto. Nella cintura del prigioniero c’era un piccolo sigillo di cera nera.
Kirill lo raccolse.
Sul sigillo c’era lo stemma della sua famiglia.
Il re diventò immobile.
— Questo marchio appartiene a qualcuno che non dovrebbe essere vivo — disse.
— Chi?
Prima che potesse rispondere, il prigioniero sorrise mostrando i denti insanguinati.
— Chiedetelo alla regina madre — sussurrò. — Lei sa perché l’omega deve morire…
PARTE 3
…e quelle parole fecero rallentare persino i cavalli.
Kirill trascinò il prigioniero fino alla carrozza e ordinò ai soldati di legargli mani e piedi. Io tenevo Marco stretto al petto, ma sentivo il suo cuore battere contro il mio come un tamburo impazzito.
— Chi è la regina madre? — chiesi.
Kirill mi guardò attraverso la neve.
— Mia madre è morta dodici anni fa.
— Allora il prigioniero ha mentito.
— Oppure qualcuno vuole farmi credere che sia morta.
Arrivammo al palazzo poco prima di mezzanotte. Le torce illuminavano le mura e il ghiaccio brillava sulle statue dei lupi. Mi portarono nella sala delle mappe, dove un medico anziano aspettava accanto a un tavolo coperto di documenti.
Kirill mise la pergamena davanti a lui.
— Dimmi la verità, maestro Orfeo.
Il vecchio la osservò a lungo, poi si tolse gli occhiali.
— Questa è la grafia della principessa Bianca.
Kirill impallidì.
— Mia sorella è morta insieme a nostra madre.
— È ciò che il consiglio ha dichiarato. Ma io non ho mai visto i loro corpi.
Mi si strinse lo stomaco.
— Bianca ha lasciato Marco nella neve?
Orfeo scosse il capo.
— No. La frase è stata scritta da lei, ma il bambino è stato abbandonato da qualcun altro. Guardate il margine.
Kirill avvicinò la pergamena alla fiamma.
Una seconda impronta apparve sotto la cera: tre piccoli punti disposti a triangolo.
— Il marchio della guaritrice reale — disse Orfeo. — Bianca lo usava per segnalare i messaggi urgenti.
Kirill strinse i pugni.
— Mia sorella è viva.
In quel momento la porta si aprì. Entrò il cancelliere Dario, elegante e sorridente, con una tunica blu scura e un anello d’oro al dito.
— Maestà, sono felice che abbiate ritrovato l’erede.
Marco cominciò a piangere.
Dario fece per avvicinarsi, ma Argo, sdraiato vicino al camino, sollevò la testa e ringhiò.
Il sorriso del cancelliere vacillò.
Kirill prese il foglio.
— Conosci questa grafia?
— No.
— Hai appena guardato il margine prima di guardare il bambino.
Dario rimase zitto.
Io ricordai il prigioniero, il sigillo, le parole sulla regina madre. E ricordai il modo in cui Gnat aveva detto il mio nome, come se non fosse venuto a cercare soltanto una ricompensa.
— Dario — dissi — perché volevano me?
Il cancelliere mi fissò.
— Non so chi tu sia.
Orfeo fece un passo avanti.
— L’omega porta una cicatrice a forma di mezzaluna dietro l’orecchio sinistro?
Toccai istintivamente la pelle.
— Sì.
Il vecchio impallidì.
— Quella cicatrice veniva impressa ai neonati della casa reale per identificarli dopo le razzie. Caterina non è un’omega qualunque.
Kirill si voltò verso di me.
— Che cosa stai dicendo?
Orfeo indicò il piccolo sole d’argento cucito sulla coperta di Marco.
— Il simbolo della linea materna di Bianca. E la ragazza porta lo stesso simbolo inciso sulla pelle.
Dario fece un passo indietro.
Kirill estrasse la spada.
— Chi è Caterina?
Orfeo aprì un registro antico. Le pagine odoravano di polvere e cera.
— La figlia perduta della principessa Bianca. La bambina che il consiglio dichiarò morta insieme a sua madre.
Nella sala calò un silenzio assoluto.
Io non riuscivo a respirare.
— No — dissi. — Mia madre era una contadina. Sono cresciuta in una capanna.
— È ciò che ti hanno fatto credere — rispose Orfeo.
Kirill mi fissò, sconvolto.
— Sei mia nipote.
Dario si lanciò verso il tavolo. Argo lo fermò con un balzo, facendolo cadere tra i documenti. Dalla sua manica scivolò un coltello sottile.
Kirill gli puntò la spada alla gola.
— Dove si trova Bianca?
Dario rise, ma il suo viso era ormai bianco.
— Sotto la cappella. E quando la troverete, sarà già troppo tardi.
Un soldato irruppe nella sala, senza fiato.
— Maestà, le guardie della porta orientale sono state avvelenate. Qualcuno ha aperto i cancelli.
Kirill si voltò verso Marco.
Dal corridoio arrivò il suono di molti passi.
Poi una voce femminile pronunciò il mio nome, con la stessa identica inflessione che avevo sentito nei miei sogni d’infanzia…
La voce nella cappella pronunciò il mio nome…
Credevo che il pericolo fosse finito quando avevamo trovato il traditore. Mi sbagliavo: la verità sulla mia famiglia stava per cambiare ogni cosa.
«Hai servito la tua paura.»
Dario smise finalmente di sorridere.
👇 Il finale della storia è già aperto






