PARTE 4
Il nastro si interruppe proprio lì.
Per alcuni secondi nessuno si mosse.
La lampada appesa al soffitto oscillava lentamente, e ogni volta che passava sopra il volto di Oksana lo rendeva più pallido.
«Mamma?» disse.
Annuii, anche se non riuscivo a parlare.
Galina era morta da sei anni. Avevo conservato ogni sua fotografia, ogni ricetta scritta a mano, ogni biglietto lasciato sul tavolo. Ma non avevo mai sentito quella registrazione.
Il procuratore riavvolse il nastro.
«Non possiamo ascoltarlo qui», disse. «Prima dobbiamo metterlo sotto sequestro.»
«È mia moglie», risposi.
«E potrebbe essere una prova decisiva.»
Roman, già vicino alla porta, si voltò.
«Non ascoltatelo. È una manipolazione.»
Nessuno gli prestò attenzione.
Per la prima volta da quando era entrato nel fienile, Roman non controllava più la stanza. Non controllava gli agenti, il procuratore, Pavlo o la paura degli altri.
Controllava soltanto il proprio respiro.
Quella notte portarono via lui e le due guardie.
Andrej fu trasferito all’obitorio del distretto.
Zor’ka rimase con noi.
Pavlo non promise che sarebbe sopravvissuta. Le immobilizzò la gamba, le somministrò antibiotici e mi ordinò di non lasciarla sola per le successive dodici ore.
«Nikolaj, se la febbre sale, è finita.»
«Allora resterò qui.»
«Hai sessantotto anni e una coscia che sembra spezzata.»
«Lei ha una gamba schiacciata e continua a respirare.»
Pavlo sospirò.
«Con te è impossibile discutere.»
«Lo diceva anche Galina.»
Alle tre del mattino Oksana uscì dal fienile per telefonare a Lev. Io rimasi seduto accanto a Zor’ka, con una coperta sulle ginocchia e la mano appoggiata al suo collo.
Poi sentii un rumore alle mie spalle.
Era Roman.
Uno degli agenti lo aveva riportato dentro per recuperare il cappotto, ma lui si fermò davanti al vecchio registratore.
Pavlo premette il tasto di riproduzione.
La voce di Roman riempì il fienile.
«Se Andrej parla, fate in modo che sembri un incidente.»
Roman ascoltò la frase fino alla fine.
La sua bocca si aprì appena.
«Io non ho detto questo.»
Pavlo non lo guardò.
«Lo hai appena sentito.»
«Quella non è la mia voce.»
L’agente accanto a lui indicò il registratore.
«È la tua voce, Hnatiuk.»
Roman si passò una mano sul viso. Il gesto era piccolo, quasi infantile.
Capì in quel momento che non bastava più negare. Aveva ascoltato se stesso come avrebbe ascoltato un estraneo, e aveva riconosciuto ogni pausa, ogni respiro, ogni parola pronunciata con la sicurezza di chi credeva di essere intoccabile.
«Chi altro ha una copia?» domandò.
«Non lo so», rispose il procuratore.
Roman mi fissò.
«Tu non capisci cosa succederà. La cooperativa crollerà. La tua terra verrà pignorata.»
«Forse.»
«Posso ancora sistemare tutto.»
«No.»
Fu la prima volta che gli dissi quella parola senza rabbia.
Il mattino dopo arrivò la seconda cassetta, recuperata dalla polizia nella fodera della sella. La voce di Galina era bassa e stanca.
«Nikolaj, se stai ascoltando, significa che Andrej ha avuto un incidente oppure Roman ha scoperto tutto. La terra dietro il fienile non è stata venduta. Ho messo i documenti a nome di Oksana, perché Roman voleva usarla per coprire i debiti della cooperativa.»
Oksana mi guardò.
«Mamma ha fatto questo per me?»
«Sì.»
«Perché non me l’hai mai detto?»
«Perché non lo sapevo.»
Sul nastro Galina continuò.
«Non volevo che nostra figlia ereditasse la paura. Volevo darle un posto in cui nessuno potesse dirle che valeva meno degli altri.»
Oksana si sedette sulla balla di fieno. Le lacrime le scesero senza rumore.
Io rimasi in piedi davanti al documento, incapace di toccarlo.
Per sei anni avevo creduto che Galina fosse morta portandosi dietro ogni progetto. Invece aveva lasciato una strada. Non per me.
Per nostra figlia.
Roman fu accusato di falsificazione, appropriazione indebita e di aver ordinato l’incidente di Andrej. Le due guardie collaborarono con gli investigatori. Il tribunale restituì ai piccoli allevatori i terreni e gli animali registrati illegalmente.
Io non andai a ogni udienza.
Non volevo che la mia vita diventasse una stanza costruita attorno a Roman.
Quando il giudice lesse la sentenza, Oksana mi prese la mano.
«Papà, sei contento?»
Guardai fuori dalla finestra del tribunale. Era iniziato a nevicare.
«Sono sollevato.»
«Non è la stessa cosa.»
«No. La contentezza fa rumore. Il sollievo respira.»
Dopo la sentenza tornammo al fienile.
Zor’ka era ancora lì.
La sua gamba rimase rigida e non tornò mai più a correre come prima, ma imparò a camminare con una calma che sembrava quasi dignità. Le costruimmo un recinto vicino al meleto. Ogni mattina Oksana le portava una mela tagliata in quattro.
La stanza degli attrezzi, invece, rimase vuota.
Era il posto in cui avevo tenuto il registro delle spese, la sella di Andrej e il piccolo registratore. Dopo la morte di Galina, quella stanza era stata piena di oggetti che non riuscivo a buttare.
Un pomeriggio trovai soltanto la sua fotografia sul davanzale.
Oksana aveva svuotato tutto.
«Perché l’hai lasciata qui?» domandai.
«Perché questa è la prima stanza in cui mamma ha salvato qualcosa senza essere presente.»
Non le risposi.
Le fotografie non hanno bisogno di spiegazioni.
Passarono sette mesi.
Il processo finì. I debiti furono cancellati. La terra dietro il fienile venne intestata a Oksana, come Galina aveva stabilito. Lev trovò lavoro nella città vicina e Oksana iniziò a occuparsi dei conti dell’allevamento.
Io continuai a usare la matita.
Ogni mattina annotavo il peso del fieno, la quantità d’acqua e le medicine di Zor’ka. Oksana aveva installato un telefono nuovo nell’ufficio e insisteva perché usassi un’agenda stampata.
«Papà, almeno prova.»
«La matita non si scarica.»
«Nemmeno tu, a quanto pare.»
«Io sì. Solo che lentamente.»
In ottobre, Zor’ka fece il primo passo senza appoggiarsi alla staccionata.
Oksana stava accanto a lei. Io osservavo dalla porta.
«Hai visto?» gridò.
«Ho visto.»
«Ha camminato.»
«Ha scelto di farlo.»
«Parli di lei o di te?»
Finsi di non sentire.
A novembre arrivò la prima neve dell’anno.
Oksana trovò un pezzo di legno e tracciò nel fango una casa, tre persone e una cavalla con una gamba enorme.
«Questa siamo noi», disse.
«Hai disegnato la gamba troppo grande.»
«È la parte che l’ha tenuta viva.»
Mi chinai e guardai il disegno.
«E io?»
«Tu sei quello con la matita.»
«Non ho una faccia?»
«No. Hai le mani.»
Quella sera ricevetti una lettera da Roman, spedita dal carcere. Non la aprii subito. Rimase tre giorni sul tavolo, sotto il vecchio fermacarte di ferro.
Alla fine la lessi.
Diceva che si era pentito, che aveva agito per paura, che voleva parlarmi. Diceva che nessuno conosceva la pressione sotto cui aveva vissuto.
In fondo c’era una frase: «Puoi ancora aiutarmi a ricominciare.»
Presi un foglio pulito e scrissi una sola risposta.
«Non sono più responsabile delle conseguenze delle tue scelte.»
Non provai gioia mentre chiudevo la busta.
Soltanto pace.
Quando tornai al recinto, Zor’ka stava sotto il melo. La neve le copriva il dorso e il vecchio fiocco rosso che Oksana aveva legato alla cavezza era diventato rigido per il gelo.
Mi avvicinai con il fazzoletto ricamato di Galina tra le dita. Lo avevo portato per cinquantuno anni ogni volta che avevo paura. Quella sera lo legai alla staccionata, accanto al recinto.
Il vento lo fece tremare.
Zor’ka sollevò la testa.
«Non devi più aspettare nessuno», le dissi.
Lei fece un passo verso di me.
E la neve, per la prima volta, non sembrò una minaccia.
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