«Congratulazioni, avete appena perso una nuora, una casa e quel poco di rispetto che mi era rimasto!» dissi, lanciando l’anello dalla finestra.
Il piccolo anello d’oro sparì oltre il rettangolo nero del vetro. Un secondo dopo sentimmo un tintinnio metallico sulla strada bagnata. Aveva colpito il tetto di un’auto ed era rotolato chissà dove.
Nessuno parlò.
Nella sala da pranzo l’orologio antico continuava a battere i secondi, mentre il profumo del pollo arrosto si mescolava all’odore acre del liquore versato nel bicchiere di Sergej Petrovic. Artyom era immobile in mezzo al tappeto, con una mano ancora sollevata.
«Che cosa hai detto?» domandò.
Lo guardai. Un’ora prima avevo creduto che quello sguardo mi avrebbe accompagnata per tutta la vita. Adesso mi sembrava soltanto il volto di uno sconosciuto.
«Hai sentito benissimo.»
Sergej Petrovic si sistemò gli occhiali con due dita.
«Un caratterino niente male. Io stavo solo spiegando come funzionano le famiglie normali.»
«Le famiglie normali non decidono cosa fare della casa di una persona mentre quella persona è seduta a tavola.»
«Non travisare. Dopo il matrimonio la casa sarebbe stata della famiglia. È logico.»
Posai lentamente il tovagliolo accanto al piatto. La seta aveva assorbito una goccia di vino rosso e quella macchia mi sembrò l’unica cosa viva nella stanza.
«La casa è mia. L’ho comprata prima di conoscere vostro figlio. Ho pagato ogni rata per sei anni.»
Artyom fece un passo verso di me.
«Agata, mio padre si è espresso male. Possiamo parlarne con calma.»
«Con calma?»
La mia voce non tremava. Ed era proprio questo a spaventarmi.
«Dopo che hai firmato dal notaio una procura generale a tuo nome, senza dirmelo?»
Artyom si fermò.
«Quale procura?» chiese suo padre.
«Artyom, rispondi.»
Lui si passò la mano sul viso. Aveva ancora una briciola di torta sul polsino bianco.
«Era una formalità. Serviva per aiutarti con le bollette e con la banca.»
«Una formalità che ti permetteva di vendere la mia casa.»
Nadezda Ivanovna, seduta sul bordo del divano, abbassò gli occhi. Le sue dita stringevano il fazzoletto fino a farlo diventare una corda.
«Non avrei mai venduto niente» disse Artyom.
«Allora perché hai mentito?»
Non rispose.
Tre giorni prima, un notaio mi aveva telefonato chiedendomi se conoscevo il contenuto della procura depositata con la mia firma. Avevo risposto di sì, anche se non sapevo nulla. Poi avevo ascoltato il silenzio dall’altra parte e avevo capito che qualcosa non tornava.
«Me ne vado» dissi.
Presi la borsa dalla sedia. Il suo manico di cuoio aveva una piccola cucitura dorata che avevo fatto riparare la settimana precedente. La strinsi forte, come se potesse impedirmi di cadere.
Artyom allungò una mano.
«Non andartene così.»
«Non toccarmi.»
Uscii.
Solo nell’androne mi accorsi che le ginocchia mi tremavano. Fuori, l’asfalto lucido rifletteva le finestre illuminate. Mentre aspettavo il taxi, il telefono squillò.
Era il notaio.
«Signora Agata, mi ascolti con attenzione. Ho trovato un’altra cosa. Deve venire qui domattina, ma non venga da sola.»
«Che cosa ha trovato?»
La donna inspirò lentamente.
«Non posso dirglielo per telefono. Però le chiedo una cosa: non rientri più in quella casa e non firmi nulla.»
In quel momento, dietro il cancello, vidi Artyom affacciato alla finestra. Non sembrava arrabbiato. Sembrava terrorizzato.
Il notaio aggiunse: «Porti anche la copia della procura che suo marito…»
«Non è mio marito» la interruppi.
Dall’altra parte calò un silenzio pesante. Poi la donna disse: «Allora porti tutto quello che ha ricevuto da lui. Anche il messaggio cancellato.»
Il taxi arrivò. Aprii la portiera, ma prima di salire guardai ancora la finestra.
Artyom non si era mosso.
Il mattino dopo, alle otto e venti, entrai nello studio notarile con la borsa stretta al petto. Il notaio aveva già preparato una cartella color crema e stava allungando la mano verso il primo documento quando la porta si spalancò…
PARTE 2
…La porta si spalancò e Artyom entrò senza fiato, seguito da suo padre.
«Agata, aspetta!»
Il notaio ritrasse subito la mano dalla cartella. La copertina color crema scivolò di qualche centimetro sulla scrivania, producendo un fruscio secco.
«Qui non potete entrare così» disse la donna. «Questo è uno studio professionale.»
«Sono il suo futuro marito» ribatté Artyom.
«Non lo è più» risposi.
Sergej Petrovic chiuse la porta alle sue spalle.
«Non rendiamo tutto più difficile. Possiamo chiarire in famiglia.»
«La mia famiglia non entra negli studi notarili per convincermi a non leggere i documenti.»
Avevo dormito meno di due ore. Sul tavolo della cucina, durante la notte, avevo raccolto le ricevute dell’ipoteca, l’atto di acquisto e le fotografie della firma che Artyom mi aveva chiesto mesi prima con la scusa di una pratica bancaria. Ogni foglio era piegato in una busta trasparente. Ogni volta che la guardavo provavo una fitta allo stomaco.
Il notaio mi fece cenno di sedermi.
«Signora, le ho chiesto di venire perché la procura registrata a suo nome presenta un’anomalia.»
Artyom fece un passo avanti.
«Quale anomalia?»
«Non devo rispondere a lei.»
Sergej Petrovic sbatté il palmo sulla scrivania.
«Mio figlio non ha commesso alcun reato!»
«Nessuno lo ha accusato di questo. Per ora.»
La parola “ora” rimase sospesa nella stanza.
Il notaio aprì la cartella, ma non guardò i fogli. Prima prese un piccolo registratore digitale dal cassetto e lo posò accanto alla lampada.
«Tre giorni fa, quando ho telefonato alla signora Agata, ho registrato la conversazione secondo la procedura prevista. Durante quella telefonata lei ha dichiarato di non aver mai firmato la procura.»
Artyom impallidì.
«Non capisco.»
«Lo capirai presto» dissi.
Era la prima volta che usavo il suo stesso tono. Sentii una calma fredda salirmi dal petto alla gola.
La procura conteneva una firma simile alla mia, ma non identica. Il tratto finale era più lungo, la pressione della penna diversa. La mia firma vera terminava con una curva breve, quasi spezzata. Quella sul documento sembrava copiata da una fotografia.
«Potrebbe essere un errore» disse Artyom.
«Potrebbe» rispose il notaio. «Per questo ho inviato il documento a un perito calligrafico. Il risultato preliminare parla di riproduzione ottenuta da un’immagine digitale.»
Sergej Petrovic si voltò verso il figlio.
«Hai usato una fotografia della sua firma?»
«No!»
«Allora perché il perito dice questo?»
Artyom mi guardò.
«Agata, ti giuro che non sapevo nulla. Papà mi ha portato i documenti, ha detto che li avevi già firmati…»
Sergej Petrovic diventò livido.
«Non coinvolgermi nelle tue bugie.»
«Sei stato tu a dire che lei avrebbe ceduto la casa!»
Il notaio accese il registratore.
Dall’apparecchio uscì una voce maschile, bassa e sicura. Era quella di Sergej Petrovic. La registrazione proveniva da una piccola applicazione che avevo attivato sul telefono la sera della cena, quando avevo capito che la discussione non sarebbe stata casuale.
«Basta farle firmare la procura e poi la vendita è una formalità» diceva la voce. «Quando sarà sposata, non potrà più fare tante storie.»
Nadezda Ivanovna non era nello studio, ma il ricordo del suo fazzoletto stretto tra le dita mi tornò davanti agli occhi.
Artyom fissava il registratore.
«Papà, hai detto questo?»
«È una frase montata.»
«La tua voce non è montata» dissi.
«Tu ci hai registrati?»
«Sì.»
Il suo volto si svuotò.
Il notaio chiuse la cartella.
«La procura verrà contestata immediatamente. Le consiglio di rivolgersi alla polizia e a un avvocato. Inoltre, stanotte qualcuno ha tentato di accedere al fascicolo digitale della proprietà.»
«Chi?» chiesi.
La donna guardò lo schermo del computer.
«L’accesso è stato effettuato utilizzando le credenziali del suo compagno.»
Artyom si aggrappò allo schienale della sedia.
«Io ero a casa.»
«Appunto» disse il notaio. «L’accesso è stato eseguito alle due e tredici. Dal suo indirizzo di rete.»
Il telefono di Artyom squillò.
Lui guardò il numero e smise di respirare.
«Chi è?» domandai.
Non rispose.
Sul suo schermo comparve un messaggio: “Se lei parla, perdiamo tutto. Vieni subito al deposito.”
Artyom sollevò lentamente gli occhi verso di me. E in quel momento capii che la procura non era la parte peggiore della storia. Qualcuno aveva paura che io raccontassi ciò che avevo visto mesi prima, quando Artyom mi aveva chiesto di firmare un semplice modulo e aveva nascosto il telefono sotto il tavolo…
PARTE 3
…«Che cosa hai visto?» domandò il notaio.
Artyom si precipitò verso il telefono, ma io fui più veloce. Gli afferrai il polso. La sua pelle era fredda e umida.
«Non cancellare quel messaggio.»
«Lasciami!»
«No.»
Il notaio chiamò la polizia. Sergej Petrovic iniziò a gridare che tutto era una follia, ma nessuno gli prestò più attenzione. La porta dello studio rimase chiusa e, per la prima volta da mesi, non ero io quella che cercava di mantenere la pace.
Aprii la cartella che avevo portato da casa e tirai fuori una chiavetta di memoria avvolta in un fazzoletto di carta.
«La sera della cena non ho registrato soltanto mio suocero» dissi.
Artyom sbiancò.
«Agata…»
«Fammi parlare.»
Inserii la chiavetta nel computer del notaio. Sullo schermo apparve un filmato ripreso dalla telecamera del mio ingresso. Era di quattro mesi prima. Artyom entrava nel mio appartamento con Sergej Petrovic. Credevano che io fossi al lavoro.
Il video non aveva audio, ma mostrava chiaramente Sergej Petrovic mentre indicava i muri, la cucina, il balcone. Artyom teneva in mano una cartellina e fotografava ogni stanza.
Poi arrivava una terza persona: un uomo con un cappotto marrone e una valigetta nera.
Il notaio si chinò verso lo schermo.
«Chi è?»
«Un agente immobiliare» risposi. «L’ho riconosciuto dalla targhetta sul cappotto. Quando ho visto il filmato, ho capito che stavano già preparando la vendita.»
Artyom scosse la testa.
«Non era una vendita. Cercavamo una stima.»
«Con una procura falsa?»
«Io non sapevo che fosse falsa.»
«Ma sapevi che volevate vendere casa mia.»
Artyom abbassò lo sguardo.
Quella fu la risposta.
Il notaio avviò il secondo file. Questa volta si sentì la voce di Artyom, registrata durante una telefonata che avevo trovato sul vecchio telefono lasciato in auto.
«Appena lei firma, mio padre chiude il debito. Io avrò la mia parte e tu potrai smettere di vivere da dipendente.»
Seguì la voce di Sergej Petrovic.
«Non innamorarti troppo, ragazzo. Una donna con una casa è un’occasione, non una moglie.»
Nella stanza calò un silenzio assoluto.
Artyom fissava lo schermo come se quelle parole fossero state pronunciate da un altro uomo.
«Avevo paura» disse. «Mio padre aveva debiti. Minacciava di perdere tutto. Io pensavo di poter sistemare la situazione e poi restituirti ogni cosa.»
«Vendendo la mia casa?»
«Non sarebbe successo.»
«Era già successo nella tua testa.»
Sergej Petrovic batté il pugno contro il muro.
«Questa ragazza ci ha incastrati!»
«No» rispose il notaio. «Vi siete incastrati da soli.»
Arrivarono due agenti. Copiarono i file, sequestrarono la procura e ascoltarono le dichiarazioni di tutti. Artyom cercò di avvicinarsi a me.
«Agata, ti amo davvero.»
Mi sentii spezzare, ma non feci un passo indietro.
«L’amore non ha bisogno della mia firma falsificata.»
Sergej Petrovic venne accompagnato fuori per primo. Artyom rimase seduto, con le mani tra i capelli. Sembrava finalmente vedere il prezzo delle sue scelte.
Pensavo che fosse finita quando il mio telefono squillò.
Era l’agente immobiliare del video.
«Signora, mi dispiace. Io credevo che il proprietario fosse d’accordo. Ma devo dirle una cosa: suo compagno non è l’unico coinvolto. Il deposito dove si incontravano appartiene a una società intestata a…»
L’uomo si interruppe.
«A chi?» chiesi.
«A sua madre. E nei registri della società c’è un trasferimento fatto questa mattina. La casa è stata usata come garanzia per un prestito già approvato.»
Guardai Artyom.
Lui non aveva sentito le parole, ma capì dal mio volto che il pericolo era molto più grande della procura.
Sul telefono arrivò una nuova notifica bancaria: “Richiesta di erogazione imminente. Importo: centottantamila euro.”
Il denaro non era ancora stato versato.
Ma qualcuno stava per farlo.
E la firma falsa non era l’unico documento che avevano preparato…
Quando ascoltò la propria voce, capì di aver perso tutto…
Credevo che la verità avrebbe chiuso quella storia. Invece aprì una porta che nessuno di loro aveva previsto.
«Una donna con una casa è un’occasione, non una moglie.»
Artyom smise di guardare lo schermo.
👇 Il finale della storia è già aperto






