PARTE 4
…Il notaio lesse il messaggio due volte, poi prese il telefono.
«Chiamo subito la banca.»
Io rimasi in piedi accanto alla finestra. Fuori, una pioggia sottile rigava il vetro e trasformava le automobili in macchie tremolanti.
Artyom si alzò.
«Devo andare al deposito.»
«No» dissi.
«Se non vado, mio padre farà qualcosa.»
«Tuo padre ha già fatto abbastanza.»
«Agata, non capisci. Se il prestito viene erogato, useranno la tua proprietà come garanzia.»
«Lo so.»
«Allora lasciami parlare con loro.»
Lo guardai a lungo.
«Per mesi hai parlato con loro senza di me. Adesso parleranno con la polizia.»
La sua bocca si aprì, ma non uscì nessuna parola.
Il notaio riuscì a bloccare temporaneamente l’operazione. Il direttore della banca, avvertito dall’avvocata che avevo chiamato quella mattina, sospese l’erogazione e congelò ogni pratica collegata alla procura.
Per la prima volta, Artyom capì che non sarebbe bastata una telefonata per rimettere tutto a posto.
Il suo telefono squillò ancora.
«È mio padre» disse.
«Rispondi in vivavoce» ordinò l’avvocata, appena arrivata nello studio.
Artyom esitò.
«Adesso» ripeté lei.
Lui premette il tasto verde.
«Dove sei?» urlò Sergej Petrovic. «La banca sta bloccando tutto. Devi convincere Agata a ritirare la denuncia.»
Artyom chiuse gli occhi.
«Papà, non posso.»
«Puoi eccome! Sei tu che hai portato i documenti!»
Nella stanza nessuno si mosse.
La voce dall’altoparlante riempiva ogni angolo.
«Hai detto che lei non avrebbe mai controllato la procura!» continuò Sergej. «Hai detto che bastava sposarla e la casa sarebbe diventata nostra!»
Artyom guardò il telefono come se avesse appena scoperto un animale velenoso dentro la propria mano.
Io invece ascoltai.
Ascoltai l’uomo che mi aveva chiamata figlia durante le feste e aveva scelto il mio appartamento come soluzione ai suoi debiti.
L’avvocata fece un cenno. La conversazione venne salvata come prova.
«Papà» disse Artyom, «la polizia è qui.»
Dall’altra parte ci fu un silenzio.
Poi la chiamata si interruppe.
Sergej Petrovic fu fermato quella stessa sera nel deposito. Aveva con sé una cartella con il contratto di prestito, una copia dell’atto della mia casa e un secondo documento con una firma ancora più rozza della prima.
Nadezda Ivanovna venne ascoltata come testimone. Piangeva senza fare rumore.
«Io sapevo che volevano vendere» disse. «Pensavo che Artyom avrebbe fermato tutto. Gli ho chiesto di farlo.»
«E lui?» domandò l’agente.
«Mi ha detto che ormai non poteva più tirarsi indietro.»
Quella frase mi ferì più di tutte le altre.
Non perché lo amassi ancora come prima.
Ma perché capii quante volte aveva avuto la possibilità di scegliere me e aveva scelto la paura.
Nei giorni successivi, Artyom mi telefonò ventisette volte. Mandò messaggi lunghi, messaggi brevi, messaggi senza parole.
La prima volta risposi.
«Che cosa vuoi?»
«Voglio spiegarti.»
«Ti ho ascoltato per mesi.»
«Non ero lucido.»
«Eri lucido quando hai fotografato le stanze.»
«Mio padre mi ha manipolato.»
«Ma sei entrato in casa mia con lui.»
«Avevo paura di perderlo.»
Inspirai lentamente.
«E io cosa ero?»
Artyom rimase in silenzio.
«Una soluzione?» chiesi.
Non rispose.
Da quel momento smisi di rispondere.
Una settimana dopo ci fu il confronto ufficiale. L’avvocata fece partire la registrazione nella sala della procura. Artyom era seduto di fronte a me, con il volto stanco e la barba cresciuta.
Dalle casse uscì la sua voce.
«Appena lei firma, mio padre chiude il debito. Io avrò la mia parte.»
Artyom abbassò la testa.
Sentire le proprie parole pronunciate da un apparecchio gli fece più male di qualsiasi accusa. Si coprì il viso con entrambe le mani.
«L’ho detto davvero» mormorò.
«Sì» rispose l’avvocata. «E lo hai detto sapendo che la casa non era tua.»
Sergej Petrovic tentò di negare tutto, ma i filmati, la registrazione, il documento falsificato e i dati bancari raccontavano la stessa storia.
Il tribunale bloccò definitivamente il prestito, annullò la procura e impose il sequestro dei beni usati per coprire i debiti. Sergej Petrovic venne condannato per falsificazione e tentata frode. Artyom ricevette una pena sospesa e l’obbligo di risarcire le spese legali.
Non provai gioia.
Provai sollievo.
La mia casa era salva.
La stanza che avevo preparato per Artyom rimase vuota. Sul comodino trovai ancora la sua fotografia, quella scattata al nostro primo viaggio fuori città. La presi, la guardai per qualche secondo e la misi in una scatola.
Poi notai l’anello.
Lo aveva trovato il portiere sotto una siepe, vicino al marciapiede. Me lo consegnò dentro un piccolo sacchetto di carta, con ancora attaccato un frammento di foglia bagnata.
Lo tenni tra le dita.
Non era più una promessa.
Era soltanto metallo.
Passarono tre mesi.
Cambiai la serratura, ridipinsi l’ingresso e trasformai la stanza vuota in un piccolo studio. Al mattino lavoravo vicino alla finestra, con il rumore dei tram in lontananza e il caffè che si raffreddava accanto al computer.
La domenica aiutavo mia madre a fare la spesa. Il lunedì portavo fiori freschi sul davanzale. Ogni cosa era piccola, ma ogni cosa apparteneva finalmente a me.
Una sera nevicò per la prima volta quell’inverno. La città diventò silenziosa e chiara.
Il telefono vibrò.
Era Artyom.
“Ho finito di pagare la prima rata del risarcimento. So che non vuoi vedermi, ma vorrei parlarti. Non per chiederti la casa. Solo per chiederti perdono.”
Rimasi a guardare lo schermo.
Per mesi avevo immaginato quel momento. Avevo pensato che avrei provato rabbia, o forse il desiderio di fargli male con una frase perfetta.
Invece provai soltanto stanchezza.
Scrissi: “Ti perdono per poter essere libera, non per tornare indietro. Ti auguro di imparare dalle tue scelte. Non venire più a casa mia.”
Poi cancellai il suo numero.
Posai l’anello sul davanzale. La luce della neve entrava dalla finestra e si rifletteva sull’oro ormai opaco.
Lo lasciai lì fino al mattino.
Quando mi svegliai, non c’era più nessuna promessa da mantenere.
C’era solo la mia casa.
E finalmente, anch’io.
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