PARTE 4
La voce al telefono non si presentò.
Disse soltanto:
— Se portate Elena al San Matteo, cercate l’infermiera Teresa Galli. Non fidatevi di quello che vi dirà Marco.
Poi la chiamata terminò.
Rimasi con il telefono in mano, mentre fuori dall’aereo gli addetti spostavano i passeggeri verso il terminal. Le ruote dei carrelli stridevano sul pavimento. Un bambino piangeva per il volo cancellato.
Elena mi fissava.
— Non so chi fosse — disse.
— Ma conosci la parte che non mi hai raccontato.
Marco si irrigidì.
— Andiamo in ospedale.
— Prima mi dici chi è Teresa Galli.
Marco guardò Elena.
Quello sguardo bastò.
— È la madre di Davide — disse.
Il bicchiere d’acqua cadde dalle mani di Sara e si ruppe sul pavimento.
Elena si portò entrambe le mani alla bocca.
— Mi avevi detto che era morta — sussurrò.
— Non è morta — rispose Marco.
— Perché mi hai lasciato credere il contrario?
Marco chiuse gli occhi.
— Perché era lei ad aver aggredito Davide. Lo teneva chiuso in casa. Gli dava farmaci per farlo dormire. Quando i servizi sociali lo hanno portato via, lei è sparita. Mi ha minacciato di riprenderselo.
— E tu hai pensato che una bugia fosse il modo migliore per proteggerlo? — chiesi.
— Pensavo di proteggerlo da lei.
Elena vacillò. La afferrai per i gomiti.
Era leggera.
Molto più leggera di quanto ricordassi.
— Andiamo — dissi.
— Luca…
— In ospedale. Tutti e due.
Sara raccolse i frammenti del bicchiere con un fazzoletto. Aveva le lacrime sulle guance.
— Vi accompagno — disse.
— Tu devi restare con l’equipaggio.
— La mia ultima tratta è già finita.
Elena la guardò.
— Sara, non trasformare tutto in una processione.
— Non è una processione. È il minimo che posso fare dopo averti aiutata a mentire per otto mesi.
Quella confessione mi fece male più della diagnosi.
— Tutti sapevano? — domandai.
Sara non rispose.
Marco prese la cartellina blu e la aprì. Dentro c’erano certificati medici, moduli di donazione e una lettera con il timbro dell’ospedale.
— Elena non voleva che tu sapessi perché pensava che avresti lasciato il lavoro per starle accanto — disse.
— Avrei lasciato qualsiasi cosa.
— Lo so. Era proprio quello che temeva.
Elena abbassò gli occhi.
— Dopo l’incidente di tuo padre, hai venduto il tuo laboratorio per assisterlo. Non ti sei lamentato mai, ma ho visto cosa ti ha fatto. Quando i medici mi hanno detto che il cuore peggiorava, ho pensato che ti avrei tolto tutto di nuovo.
— Non mi hai tolto niente. Mi hai tolto la possibilità di sceglierti.
La frase la piegò più del dolore fisico.
Partimmo per il San Matteo con l’auto di Marco. Io sedevo dietro con Elena. Il portachiavi d’ottone era ancora nella mia mano. Il bordo dell’ala si era piegato quando era caduto sul pavimento dell’aereo.
Nessuno parlò per i primi dieci minuti.
Poi Elena disse:
— Davide non è mio figlio.
— Lo so.
— Ma quando ha aperto gli occhi dopo il trapianto, mi ha chiesto se sarei tornata.
— E tu cosa gli hai detto?
— Che le persone che ricevono un aiuto devono restituirlo restando vive.
Guardai il suo profilo pallido.
— Allora resta viva.
— Ci sto provando.
Al pronto soccorso, Teresa Galli ci aspettava davanti alle porte automatiche. Aveva circa quarant’anni, i capelli rasati da un lato e una benda sulla mano destra.
Marco si fermò.
— Non dovevi venire qui.
— Mio figlio è dentro.
— Non puoi avvicinarti a lui.
Teresa guardò Elena.
— Lei deve sapere che cosa hai fatto.
— Ho fatto tutto per proteggerlo.
— No. Hai fatto tutto per controllare chi poteva vederlo.
Due infermieri uscirono dal corridoio. Uno teneva una cartella, l’altro una mascherina pediatrica.
— Davide ha bisogno del consenso del genitore — spiegò il medico. — Il trattamento deve iniziare subito.
Teresa tese la mano verso Marco.
— Firma tu.
Marco rimase immobile.
— Non posso.
— Sei suo padre.
— Non più, secondo i documenti.
La verità cadde tra loro come un oggetto pesante.
Mi voltai verso Elena.
— Che cosa significa?
Lei mi consegnò il foglio che aveva tenuto piegato nella tasca.
Era un provvedimento di tutela temporanea. Il padre biologico di Davide era Marco, ma aveva rinunciato alla tutela quando il bambino era stato affidato ai servizi sociali. Teresa, invece, aveva conservato la potestà genitoriale, anche se era sottoposta a un programma di recupero.
Marco non aveva mentito soltanto sulla sua morte.
Aveva mentito perché, se Teresa fosse tornata, avrebbe perso il controllo di ogni decisione.
Teresa mi fissò.
— Elena ha donato il midollo credendo che mio figlio fosse solo. Io ero in una struttura di cura. Non potevo entrare in ospedale, ma ero viva.
Elena si portò una mano al petto.
— Marco mi aveva detto che non volevi più saperne di lui.
Teresa rise senza allegria.
— Mi aveva detto che, se avessi insistito, avrebbe fatto trasferire Davide lontano.
Marco fece un passo indietro.
— Non volevo perderlo.
— Lo hai perso quando hai trasformato la paura in una gabbia — disse Teresa.
Il medico interruppe la discussione.
— Decidete adesso. Ogni minuto conta.
Teresa firmò.
Marco rimase accanto al muro, incapace di guardare Elena.
Davide fu portato in sala per il trattamento. Elena chiese di vederlo, ma il medico le disse che non poteva entrare.
— Sono il suo donatore — disse.
— E io sono sua madre — rispose Teresa. — Ma oggi non basta esserlo. Oggi dobbiamo fare ciò che gli serve.
Elena annuì e si sedette su una sedia di plastica.
Il dolore le arrivava a ondate. Io le tenni la mano.
— Perché non mi hai mai detto di Davide? — domandai.
— Perché avevo paura che mi chiedessi di rinunciare alla donazione. Non per egoismo. Perché ti eri appena ripreso dall’intervento di tuo padre e io non volevo vederti perdere un’altra persona.
— Avresti potuto fidarti di me.
— Mi fidavo di te. Non mi fidavo della vita.
Restammo così mentre il corridoio si riempiva di passi e porte che si aprivano.
Dopo quasi un’ora, il medico uscì.
— Il trattamento è iniziato. Le prossime ore saranno decisive, ma il bambino ha reagito.
Teresa si piegò in avanti, premendo la fronte sulle mani.
Marco fece per avvicinarsi, ma lei alzò il palmo.
— Non ancora.
Lui si fermò.
Non protestò.
Fu il primo gesto onesto che gli vidi fare quella notte.
Elena appoggiò la testa sulla mia spalla.
— Adesso mi odierai? — chiese.
— Sono arrabbiato.
— È diverso?
— Sì. L’odio vuole che l’altro soffra. Io voglio che tu smetta di soffrire da sola.
Lei strinse il portachiavi tra le nostre mani.
— L’ala si è piegata.
— Si può aggiustare.
— Non tutto si aggiusta.
— No. Ma alcune cose si possono finalmente smettere di nascondere.
All’alba, il medico ci lasciò entrare nella stanza di Davide. Il bambino aveva il viso piccolo tra i cuscini e una cannula sotto il naso. Quando vide Elena, sorrise appena.
— Sei venuta davvero.
Elena si sedette accanto al letto.
— Te l’avevo promesso.
Davide guardò il mio portachiavi.
— È un aereo?
— Sì.
— Funziona ancora?
Guardai l’ala piegata.
— Se vola piano.
Il bambino rifletté, poi prese una matita dal comodino. Sul retro del suo foglio disegnò un aereo con un’ala più bassa dell’altra.
— Allora può portare tutti lo stesso — disse.
Elena pianse senza nascondersi.
Marco rimase sulla soglia. Teresa gli stava accanto, senza toccarlo.
— Puoi entrare — disse lei. — Ma non parlare per primo.
Marco entrò.
Si inginocchiò vicino al letto e guardò suo figlio.
— Ho avuto paura — disse.
Davide gli prese un dito.
— Anch’io.
Nient’altro.
Non ci fu una promessa solenne. Non ci fu una riconciliazione improvvisa. Soltanto quattro adulti costretti a stare davanti alle conseguenze delle proprie decisioni e un bambino che aveva bisogno che, almeno quella volta, nessuno decidesse al posto suo.
Più tardi, il cardiologo visitò Elena. La sua carriera di assistente di volo era finita, ma le propose un programma di cura e riabilitazione. Non garantì miracoli. Garantì soltanto una possibilità.
Elena firmò i moduli con la mano tremante.
Io firmai come persona da contattare.
Quando uscimmo dalla stanza, Marco ci fermò vicino all’ascensore.
— Luca, non so come ripagarti.
— Non ripagare me.
— E Elena?
Lei lo guardò.
— Prenditi cura di tuo figlio senza usare il passato come una scusa.
Marco annuì.
Teresa prese la cartella medica dalle sue mani.
— E lascia che sia io a essere sua madre, quando ne ho il diritto.
Marco consegnò la cartella.
Quella fu la parte più difficile per lui.
Non perdere Elena.
Perdere il controllo della sua storia.
Qualche ora dopo, nella stanza di Davide, il bambino finì il disegno e mi porse il foglio. Aveva scritto i nostri nomi dentro l’aereo: Elena, Luca, Davide, Teresa.
Marco non c’era ancora.
Sul bordo, Davide aveva aggiunto una frase con lettere storte:
«Non è importante chi pilota, se nessuno nasconde la rotta.»
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