PARTE 4
— Il vecchio indirizzo di Caterina? — ripetei.
La signora Bellini annuì.
— Quello della casa dove vivevi prima di arrivare da zia Zina. L’indirizzo di tua madre.
Per qualche secondo nessuno parlò.
Vittorio aveva ancora una mano infilata nella manica del cappotto. Larissa stringeva il braccio di Artem. Zia Zina teneva il foglio davanti agli occhi, ma non lo leggeva più.
— Mia madre è morta nove anni fa — dissi.
— Lo so. Ma nei registri è comparso un certificato che la indica come persona autorizzata a rappresentare tua zia.
— È impossibile.
— Impossibile non significa inesistente — rispose la signora Bellini. — Per questo vi ho chiesto di non affrontare tutto da sole.
Vittorio si avvicinò al tavolo.
— Questa è una follia. Io non conosco nessuna tutrice.
— Eppure qualcuno ha utilizzato i tuoi dati per accedere alla pratica — disse la donna. — Il numero di telefono indicato era quello della tua società.
Larissa si voltò verso il marito.
— Hai detto che non conoscevi nessuno.
— Non conosco nessuno!
— La pratica è stata caricata dal computer dell’ufficio — continuò la signora Bellini. — Ma la firma digitale appartiene a una consulente che ha lavorato con il signor Pavlov per quasi un anno.
Vittorio diventò livido.
— Marina non c’entra.
La frase uscì troppo in fretta.
Tutti lo guardarono.
— Chi è Marina? — chiese zia Zina.
Vittorio non rispose.
Larissa lasciò il suo braccio.
— La tua socia?
— Una contabile.
— Quella che ti telefonava la notte?
— Non è il momento.
— È esattamente il momento — dissi.
La signora Bellini prese il telefono e compose un numero. Mise la chiamata in vivavoce.
— Signora Riva? Sono Bellini, della filiale. Siamo ancora nella sala della bocciofila. Può venire?
La risposta arrivò dopo un lungo silenzio.
— Sono già davanti all’edificio.
Dieci minuti dopo entrò una donna dai capelli neri, con una cartella verde stretta sotto il braccio. Aveva circa quarant’anni e camminava come chi si è preparato a lungo a incontrare qualcuno che teme.
Vittorio arretrò.
— Marina, vattene.
— Non posso più farlo — disse lei.
Posò la cartella sul tavolo e tirò fuori una busta gialla, consumata agli angoli.
— Tre anni fa mi hai chiesto di preparare la pratica per trasferire l’appartamento a una società. Mi hai detto che tua madre era d’accordo. Poi mi hai dato una copia del documento di Pavel come testimone e mi hai fatto usare il vecchio indirizzo di Caterina perché non volevi che nessuna delle due ricevesse le comunicazioni.
— Stai mentendo.
Marina aprì la busta.
— Ho conservato le istruzioni scritte che mi hai lasciato. Non registrazioni. Fogli firmati da te, con le date e gli importi.
Posò il primo documento accanto alla torta ormai dimenticata.
— La società doveva vendere l’appartamento per quattrocentocinquantamila rubli. Tu ne avresti trattenuti trecentomila per i debiti. Il resto sarebbe andato a una struttura privata intestata a tua moglie.
Larissa guardò il marito come se lo vedesse davvero per la prima volta.
— Mi avevi detto che la struttura era per mamma.
Vittorio aprì la bocca, ma Marina lo anticipò.
— E avevi detto a me che Larissa avrebbe firmato come beneficiaria. Non volevo più partecipare.
— Perché hai aspettato tanto? — domandai.
Marina abbassò il viso.
— Perché avevo paura. E perché pensavo che nessuno avrebbe creduto a una consulente che aveva accettato il lavoro.
Zia Zina prese il foglio con entrambe le mani.
— Hai rubato il denaro di Caterina per pagare i tuoi debiti. Hai cercato di vendere la casa in cui io ho cresciuto lei. E mi hai raccontato che ero stata dimenticata.
Vittorio si mise a sedere.
— Mamma, io ero sommerso.
— Lo so.
— Avevo licenziato sei persone. I fornitori mi minacciavano. Non sapevo dove andare.
— Avresti potuto venire da me.
— Tu avresti chiamato Caterina.
— Sì.
La risposta fu semplice e definitiva.
Vittorio si coprì il volto. Non provai soddisfazione. Provai stanchezza.
La signora Bellini raccolse i documenti.
— Domattina sospendiamo la pratica e restituiamo a zia Zina il controllo del conto. Per il resto, dovrete sottoscrivere un accordo di rimborso. Senza denaro inventato, senza firme altrui.
— Non posso pagare centotrentamila rubli — disse Vittorio.
— Allora cederai i mezzi della società e lavorerai per restituire il debito — rispose zia Zina.
— Mi stai cacciando dalla tua vita?
Lei gli guardò le mani. Erano le stesse mani che da bambino le stringevano il grembiule quando attraversavano la strada.
— Ti sto togliendo il diritto di decidere al posto mio.
Quella notte accompagnai zia Zina a casa. Il suo appartamento era ancora quello di sempre: il tavolino con una gamba più corta, la credenza piena di tazze spaiate e il divano dove avevo studiato per l’esame di economia.
Lei aprì il cassetto della cucina e tirò fuori un quaderno dalla copertina color crema. Ogni pagina era piena di date, voti, ricette e piccoli appunti.
— Guarda — disse.
In fondo a una pagina c’era scritto: «Caterina, primo stipendio. Ha comprato il pane e si è vergognata di non poter fare di più».
— Te lo ricordavi?
— Ricordo tutto quello che riguarda te.
— Io ti mandavo i soldi perché tu non dovessi più scegliere tra le medicine e il riscaldamento.
— E io li mettevo da parte.
Mi voltai.
— Come, li mettevi da parte?
Zia Zina sorrise appena.
— La signora Bellini mi aveva spiegato che arrivavano. Vittorio mi convinceva che fossero rimborsi sbagliati, ma io non gli credevo del tutto. Ogni volta che potevo, mettevo da parte contanti. Non molti. Quanto bastava.
Aprì una scatola di latta piena di buste numerate.
— Non ho speso i tuoi quindicimila.
Dentro c’erano quasi tutti i versamenti, conservati in ordine, mese dopo mese.
La guardai senza riuscire a parlare.
— Perché non me l’hai detto?
— Perché volevo capire se mi aiutavi per amore o per paura di perdermi.
— Zia, io ti ho già persa una volta. Avevo sedici anni e nessuno voleva prendermi.
Lei mi accarezzò la guancia.
— Io ti ho scelta proprio quel giorno. Non sei stata un debito da pagare.
La mattina seguente andammo in banca insieme. Zia Zina firmò tre volte, lentamente, mentre Vittorio consegnava le chiavi dei furgoni della società come garanzia. Marina rimase accanto a noi e dichiarò per iscritto tutto ciò che sapeva.
Larissa non accompagnò il marito.
Portò Artem a casa di sua sorella e gli disse che nessun appartamento sarebbe stato venduto per coprire bugie che lui non aveva il coraggio di raccontare.
Vittorio non finì in prigione e non ci fu nessuna scena da film. Dovette però rinunciare alla società, lavorare come autista per una cooperativa e versare ogni mese una quota precisa del debito. La somma venne restituita poco alla volta, senza applausi e senza perdono automatico.
Zia Zina non lo cacciò dal cuore.
Lo cacciò dal conto bancario.
Fu una differenza enorme.
Con il denaro rimasto, lei fece una cosa che nessuno si aspettava. Non comprò una casa più grande e non accettò una badante scelta da Vittorio. Creò un piccolo fondo per studenti rimasti senza famiglia, amministrato dalla scuola dove avevo studiato.
Alla prima consegna delle borse, nella palestra del vecchio istituto, zia Zina indossò il suo spillo d’argento. Io lessi i nomi dei ragazzi uno alla volta.
Tra loro c’era una ragazza di sedici anni con una valigia consumata e lo sguardo fisso sul pavimento.
Quando finii l’elenco, zia Zina le mise in mano una chiave della stanza che aveva affittato per lei vicino alla scuola.
— Non è carità — disse. — È tempo. Te ne do abbastanza per scegliere cosa diventare.
La ragazza la guardò, confusa.
— E se poi la deludo?
Zia Zina si voltò verso di me.
— Allora studierà più forte domani.
Io infilai la mano nella tasca del cappotto e sentii il manico piegato del vecchio cucchiaino che avevo regalato quella sera. Zia Zina me lo aveva restituito senza spiegazioni.
Poi capii.
Non era un ricordo della prima colazione. Era il cucchiaino con cui, a sedici anni, avevo mescolato lo zucchero nel primo tè bevuto a casa sua.
Quella ragazza lo prese quando glielo allungai.
— Tienilo — le dissi. — Ma non aspettare che qualcuno ti salvi tutta la vita.
Zia Zina mi diede una gomitata.
— E non dirle nemmeno che deve cavarsela da sola.
La ragazza sorrise per la prima volta.
Sul palco, dietro di noi, il nome di zia Zina era scritto su un cartello semplice: Fondo Pavlov per gli studenti senza casa.
Lei lo lesse, poi scosse la testa.
— Dovevi mettere anche il tuo cognome.
— No.
— Perché?
Guardai il cucchiaino tra le dita della ragazza, il manico storto che rifletteva la luce della palestra.
— Perché tu mi hai dato un posto dove restare. Io voglio darlo a chi sta ancora aspettando su una panchina.
Zia Zina sorrise, e questa volta non guardò la porta.
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