PARTE 4
Il telefono continuò a squillare tra le pietre del mausoleo.
Nessuno si mosse.
Guardai quel nome impossibile sullo schermo e sentii il sangue gelarsi nelle vene. Victor Hale. Mio padre. Il nome che avevo aspettato per tre anni e che Vanessa aveva pronunciato come una sentenza.
—Rispondi —disse Elio.
—Potrebbe essere una trappola.
—Oppure la spiegazione che manca.
Premetti il tasto verde.
—Pronto?
Dall’altra parte arrivò un respiro breve, seguito da una voce femminile.
—Daniel? Sono la dottoressa Rinaldi, del laboratorio forense. Il numero di tuo padre era stato programmato per trasferire automaticamente le chiamate a noi se l’analisi avesse confermato la presenza del veleno.
Chiusi gli occhi.
—Avete trovato qualcosa?
—Abbiamo trovato molto più di una sostanza. Nel tessuto del cuore c’è una concentrazione compatibile con un veleno somministrato in dosi ripetute. Non è stato un infarto naturale.
Damien si appoggiò alla parete.
—Non sapete niente —mormorò.
La dottoressa lo sentì.
—È Damien Hale con te?
Lui sollevò lo sguardo.
—Come fa a conoscere il mio nome?
—Perché la polizia ha già il mandato perquisire la vostra casa. E perché tuo padre aveva consegnato al laboratorio una lettera con entrambi i nomi.
La chiamata terminò.
Per qualche secondo sentii soltanto le gocce cadere dal tetto del mausoleo.
Poi il telefono di Damien vibrò.
Una volta.
Due.
Tre.
Lui guardò lo schermo e rispose con mani tremanti.
—Vanessa?
Dall’altoparlante uscì una voce furiosa.
—Dove sei? Ci sono agenti davanti alla porta. Dicono che cercano documenti e medicinali. Devi chiamare subito l’avvocato.
—La fiala è stata trovata.
Silenzio.
—Che cosa hai detto?
—Papà aveva registrato tutto.
La voce di Vanessa cambiò.
—Damien, ascoltami. Non dire una parola. Non ammettere niente.
Ma il mausoleo era già pieno di parole.
Elio premette un pulsante sul secondo registratore. La registrazione di quella notte partì dall’inizio, e la voce di Damien riempì la stanza.
«Voglio solo quella scatola.»
«Sei appena uscito di prigione e vuoi già tornarci?»
«Spegni quella registrazione.»
Damien ascoltò le proprie frasi senza poterle interrompere. Il volto gli si accartocciò, come se qualcuno gli avesse mostrato uno specchio per la prima volta.
—Io non volevo… —disse.
—Volevi cosa? —chiesi.
—Volevo spaventarti.
—Mi hai seguito al cimitero, conoscevi la scatola e sapevi della registrazione. Non puoi più fingere di essere soltanto il figlio ignorante che Vanessa difendeva.
—Lei ha organizzato tutto.
Le sue parole rimasero sospese.
Elio abbassò il registratore.
—Adesso stai cercando di salvare te stesso.
Damien si coprì il volto. Io non provai gioia. Solo una stanchezza immensa, come se avessi portato quella verità sulle spalle per tre anni senza sapere che aveva un peso.
Alle nove e venti arrivarono gli agenti. Vanessa fu fermata davanti alla casa, ancora avvolta nella vestaglia di seta di mio padre. In cucina trovarono le bottiglie di medicinali, il doppio fondo della scatola e il computer con i trasferimenti falsificati.
Il mio avvocato, Miriam Conti, mi raggiunse all’alba.
—La tua condanna verrà riaperta —disse. —Ma c’è un problema più urgente.
—Quale?
Mi porse una cartellina sottile.
—Tuo padre non ha lasciato soltanto la registrazione. Ha intestato a te una quota dell’azienda. Vanessa ha cercato di vendere tutto domani mattina.
Guardai il nome di mio padre sulla prima pagina.
E capii che la battaglia non era finita nel mausoleo. Era appena cominciata.






