Credevano che il ritorno dei Cassadine fosse solo una voce, ma quando pronunciai quel nome il notaio smise di sorridere

Quando il notaio pronunciò il nome di Nikolas Cassadine nella sala piena di giornalisti, la vedova seduta accanto a me lasciò cadere la tazza di caffè e nessuno osò raccoglierla.

Era martedì, poco dopo le nove, nella vecchia biblioteca della Fondazione Cassadine a Port Charles. Fuori, la pioggia rigava i vetri alti e faceva tremare le bandiere nere appese all’ingresso. Dentro, l’odore della cera per mobili si mescolava a quello metallico dei termosifoni. Io tenevo tra le dita il mio portachiavi di ottone, una piccola chiave senza serratura che Nikolas mi aveva regalato otto anni prima.

«Non può essere qui», sussurrò Lucian Varga, l’amministratore della fondazione.

«Non ho detto che sia qui», rispose il notaio, Alberto Rinaldi. «Ho detto che il suo nome compare in un documento depositato questa mattina.»

Lucian si voltò verso di me. Aveva il volto tirato, ma gli occhi erano troppo lucidi per essere soltanto sorpresi.

«Elena, tu sapevi qualcosa?»

La domanda mi colpì come uno schiaffo.

«Se avessi saputo che Nikolas era vivo, non sarei rimasta a piangere davanti alla sua tomba per sette anni.»

Nella stanza calò un silenzio pesante. Mio figlio Luca, seduto nell’ultima fila con la nonna, strinse il suo quaderno contro il petto. Aveva otto anni e portava ancora la felpa con il razzo cucito sulla manica, quella che suo padre gli aveva comprato prima di salire sullo yacht da cui non era mai tornato.

«Mamma», disse piano, «papà torna davvero?»

Non riuscii a rispondere.

Il notaio posò sul tavolo una cartella di cuoio color miele. La fibbia era graffiata in tre punti, proprio come quella che avevo visto l’ultima volta nella mano di Nikolas. Sentii il sangue ritirarsi dalle guance.

«Questa cartella è stata consegnata da un corriere anonimo alle sette e quarantadue», spiegò Rinaldi. «Contiene istruzioni personali del signor Cassadine e una registrazione destinata a sua moglie.»

«Sua moglie non è più sua moglie», disse Lucian. «Nikolas è stato dichiarato morto.»

«Dichiarato disperso», lo corressi. «Il corpo non è mai stato trovato.»

Lucian mi lanciò uno sguardo gelido.

«Dopo sette anni, Elena, la differenza non cambia nulla.»

«Cambia tutto quando qualcuno vuole vendere la sua casa, chiudere la fondazione e trasferire milioni in un conto che nessuno ha mai visto.»

Lucian fece un passo verso di me. Il suo anello d’argento batté contro il legno del tavolo.

«Fai attenzione.»

«Sono stata attenta per sette anni. È per questo che sono ancora qui.»

La fondazione era l’unica cosa rimasta a me e a Luca. Nikolas l’aveva creata per finanziare l’ospedale pediatrico di Port Charles, ma dopo la sua scomparsa Lucian aveva preso il controllo di ogni conto, ogni firma, ogni decisione. Io avevo conservato i registri e impedito che il nome Cassadine venisse cancellato. Per questo mi odiava.

Il notaio aprì la cartella, ma prima che potesse estrarre la busta interna, le luci si spensero.

Luca gridò.

Un rumore secco arrivò dal corridoio, seguito dal tintinnio di vetri rotti. Qualcuno aveva sfondato una finestra al piano terra.

«Nessuno si muova!» urlò una guardia.

Io afferrai la mano di mio figlio. Il portachiavi di ottone mi si conficcò nel palmo, ma non lo lasciai.

Poi il telefono del notaio squillò nel buio.

Una sola volta.

Rinaldi guardò lo schermo e diventò bianco.

«Chi è?» chiesi.

Lui non rispose. Fece scivolare il dito sul telefono e ascoltò. Dopo tre secondi mi porse l’apparecchio.

Dall’altra parte sentii un respiro lento, controllato.

Poi una voce maschile disse: «Elena, non aprire quella cartella davanti a Lucian.»

Il mio cuore smise di battere.

«Nikolas?»

La linea rimase aperta. Il respiro si interruppe. Nel corridoio qualcuno cominciò a correre verso di noi, mentre Rinaldi tendeva la mano verso la cartella……

PARTE 2

…e in quel momento la porta della biblioteca si spalancò.

Entrò una donna con un impermeabile nero, i capelli bagnati incollati alle guance e una pistola abbassata lungo la gamba. La guardia sollevò le mani, ma lei mostrò un tesserino della polizia e gridò: «Tutti indietro dal tavolo!»

Era la detective Mara Ortiz, la stessa che aveva guidato le ricerche dopo l’esplosione dello yacht di Nikolas.

Lucian scattò verso la cartella.

Io gli afferrai il polso.

«Togliti.»

«Non sai cosa stai facendo.»

«Per la prima volta, invece, lo so benissimo.»

La pelle del suo polso era fredda e sudata. Sentii il suo battito correre sotto le dita. Mara si avvicinò e gli puntò gli occhi addosso.

«Signor Varga, lasci la signora Marlowe.»

Lucian obbedì, ma non distolse lo sguardo da me.

Rinaldi chiuse la porta e abbassò le tende. Alle dieci e dieci la biblioteca sembrava una stanza sotterranea, illuminata soltanto da una lampada verde che lasciava ombre lunghe sui ritratti degli antenati Cassadine.

«La telefonata è stata registrata?» chiese Mara.

Il notaio annuì.

«Il sistema di sicurezza memorizza ogni chiamata ricevuta sulla linea interna.»

«Riproduciamola.»

Dalle casse uscì di nuovo la voce.

«Elena, non fidarti di Lucian. Non fidarti di nessuno che ti dica che sono morto.»

Luca si alzò dalla sedia.

«È papà.»

Mia madre lo afferrò per la spalla.

«Siediti, tesoro.»

«Ma è papà!»

La voce tacque per un istante, poi aggiunse: «Se vuoi vedere tuo figlio vivo e libero, porta la cartella al vecchio osservatorio alle undici e mezza. Vieni sola.»

La registrazione terminò con un clic.

Io rimasi immobile, con la chiave d’ottone stretta nel palmo. Non poteva essere un errore. Conoscevo la voce di Nikolas: la pausa prima delle parole difficili, il modo in cui abbassava il tono quando aveva paura.

«È una trappola», disse Lucian.

«Perché ti preoccupa tanto?»

«Perché qualcuno sta usando il nome di un morto per destabilizzare la fondazione.»

Mara lo fissò.

«E perché lei ha paura che sia vivo?»

Lucian sorrise, ma il sorriso non raggiunse gli occhi.

«Perché se Nikolas fosse vivo, detective, dovrebbe spiegare dove si trovava quando sua moglie firmava i documenti che lei stessa ora sta contestando.»

Quelle parole mi gelarono.

«Io non ho firmato nessun trasferimento.»

«La tua firma compare su tre autorizzazioni bancarie.»

«Sono false.»

«Questo lo stabilirà un perito.»

Mara prese la cartella e la sollevò con un fazzoletto. Sul bordo interno c’era una macchia scura, quasi ruggine. Non era sangue. Era terra umida.

«Chiunque l’abbia lasciata conosce l’accesso al tunnel sotto la tenuta», disse. «Quel passaggio è stato chiuso dopo l’incendio.»

«Nikolas conosceva ogni corridoio della casa», risposi.

«Anche Lucian», osservò Mara.

Lui fece un passo indietro.

Alle undici e venti partimmo per l’osservatorio. Io guidavo una vecchia automobile presa in prestito da mia madre, mentre Mara ci seguiva a distanza. Luca era rimasto con lei, ma prima di uscire mi aveva infilato in tasca un disegno piegato in quattro: lui, io e un uomo senza volto sotto un cielo viola.

«Se è papà, gli darai il disegno?» mi aveva chiesto.

«Sì.»

«E se non è lui?»

Avevo cercato di sorridere.

«Allora gli chiederò perché conosce la voce di tuo padre.»

Il vecchio osservatorio sorgeva sulla collina, oltre il cimitero. A mezzanotte meno cinque, la porta di ferro era già aperta. Dentro, la polvere copriva le scale e un orologio fermo segnava le quattro e diciassette.

Sul pavimento trovai una fotografia di Nikolas e Luca davanti al mare. Sul retro c’era una frase scritta con la grafia che avevo imparato a riconoscere anche sui biglietti della spesa: «La verità non è nella cartella. È sotto la casa.»

Mara si chinò.

«Elena, guarda.»

Tra le assi sporgeva un piccolo dispositivo di registrazione.

Lo accesi.

La voce di Nikolas disse: «Se state ascoltando questo messaggio, significa che Lucian ha già trovato il modo di arrivare a voi. E significa anche che il bambino…»

La registrazione si interruppe.

Dal piano inferiore arrivò un colpo sordo.

Poi un secondo.

Mara estrasse la pistola.

«Qualcuno è entrato nella tenuta.»

Io guardai la fotografia tra le mie dita. Sul volto di Nikolas c’era un’espressione che non avevo mai visto: paura.

Dalla radio della detective esplose una voce concitata.

«Ortiz, abbiamo trovato un uomo ferito nel tunnel sotto la villa. Ha chiesto soltanto di parlare con Elena Marlowe.»

Mara mi afferrò il braccio.

«Rimani qui.»

Ma io stavo già scendendo le scale, seguendo il rumore dell’acqua che gocciolava e una traccia di fango fresco. In fondo al corridoio, una porta blindata era socchiusa. Dall’altra parte qualcuno respirava con fatica.

«Nikolas?» chiamai.

Una voce rispose, roca e vicinissima: «Non sono io quello che devi temere.»

La porta cominciò ad aprirsi dall’interno……

PARTE 3

…e il volto che apparve non era quello di Nikolas.

Era Adrian Cassadine, il cugino che tutti credevano morto in un incidente in Grecia. Aveva una ferita sulla fronte e una mano premuta contro il fianco. Mara lo trascinò fuori dal passaggio, mentre io rimanevo davanti alla porta, incapace di muovermi.

«Dov’è Nikolas?» domandai.

Adrian rise senza allegria.

«Vivo. Ma se vuoi che rimanga tale, devi smettere di cercarlo nel modo sbagliato.»

Alle dodici e venticinque eravamo nella stanza segreta sotto la villa Cassadine. Le pareti erano rivestite di pietra umida, e una vecchia caldaia respirava come un animale addormentato. Rinaldi aveva raggiunto il gruppo con una valigetta nera. Lucian arrivò pochi minuti dopo, accompagnato da due uomini.

Mara puntò la pistola.

«Un altro passo e vi arresto tutti.»

Lucian sollevò le mani.

«Sono venuto a proteggere la fondazione.»

«No», disse Adrian. «Sei venuto a recuperare il registro.»

Rinaldi aprì la cartella di cuoio. Dentro non c’era denaro, né un testamento. C’era un cilindro di metallo, un fascicolo notarile e una chiavetta di memoria.

Il notaio inserì il dispositivo nel computer portatile.

Sul muro comparve un filmato registrato in una stanza buia. Nikolas era seduto davanti alla telecamera. Aveva la barba lunga, una cicatrice sulla guancia e gli stessi occhi che Luca aveva ereditato.

Mi portai una mano alla bocca.

«Elena, se stai vedendo questo, significa che non ho potuto tornare da te. Non ancora.»

«Quando è stato registrato?» chiese Mara.

Rinaldi guardò i dati del file.

«Tre settimane fa.»

Il filmato continuò.

«La notte dell’esplosione non sono morto. Adrian mi ha tirato fuori dall’acqua. Avevo scoperto che Lucian stava svuotando la fondazione e usando la mia identità per autorizzare i trasferimenti. Quando ho provato a denunciarlo, ha minacciato Elena e Luca.»

Lucian impallidì.

«È una falsificazione.»

Adrian gli si avvicinò.

«Dillo ancora.»

Nikolas guardava la telecamera.

«Ho lasciato che tutti mi credessero morto perché Lucian aveva uomini nella polizia, nella banca e perfino nell’ospedale. Ma non potevo restare nascosto per sempre. La cartella contiene la prova che Elena non ha mai firmato quei documenti. La sua firma è stata copiata da un modulo scolastico di Luca.»

Sentii le ginocchia cedere. Mi appoggiai al tavolo di pietra.

«Mio figlio…»

«Luca è il vero beneficiario della fondazione. Non lo sapevi perché Lucian ha eliminato la clausola dal testamento.»

Mara aprì il fascicolo. Dentro c’era una perizia grafologica, firmata da tre esperti, insieme ai registri bancari originali. Sotto il testamento compariva una frase scritta a mano da Nikolas: «Nessuna decisione potrà essere presa senza Elena Marlowe e mio figlio.»

Lucian si lanciò verso il computer.

Mara lo bloccò contro il muro.

«È finita.»

«Non avete niente!» urlò lui. «Un video senza valore e documenti rubati!»

Rinaldi estrasse il cilindro di metallo e lo aprì. Dentro c’era un piccolo campione biologico sigillato.

«Il laboratorio ha già eseguito l’analisi», disse. «Il campione appartiene a Nikolas Cassadine. Il confronto genetico con Luca conferma una compatibilità padre-figlio del novantanove virgola novantanove per cento.»

Lucian smise di dimenarsi.

Io chiusi gli occhi.

Nikolas era vivo.

Non era una voce, non era una registrazione contraffatta, non era il desiderio disperato di una donna rimasta sola. Era vivo.

Adrian indicò il muro dietro la caldaia.

«È lì che lo tengono.»

Mara si voltò di scatto.

«Chi?»

«Gli uomini di Lucian. Nikolas è stato ferito mentre cercava di raggiungere la casa.»

Un telefono squillò nella tasca di Lucian. Nessuno parlò. Lui guardò lo schermo e il suo volto cambiò.

Rinaldi lesse il messaggio sopra la sua spalla.

«Trasferimento completato. Il ragazzo è con noi.»

Il mondo si rovesciò.

«Luca?» gridai.

Mia madre telefonò in quell’istante, piangendo.

«Elena, sono entrati in casa. Hanno portato via Luca. Hanno lasciato soltanto il suo quaderno.»

Mi precipitai verso l’uscita, ma Mara mi trattenne.

«Se corri senza sapere dove andare, lo metti in pericolo.»

Lucian sorrise per la prima volta.

«Adesso finalmente parleremo alle mie condizioni.»

Sul telefono comparve una nuova immagine: Luca seduto su una sedia, il suo razzo cucito sulla manica, e dietro di lui una porta con il simbolo di un faro.

Adrian fissò la fotografia e sussurrò: «Quella non è una stanza. È il molo privato della tenuta.»

Poi il telefono di Mara squillò.

La voce di Nikolas disse: «Elena, ascoltami. Non venire al molo. La bomba è già stata armata…»

PARTE FINALE

La voce dal molo fece cambiare tutto ciò che sapevo…

Credevo che la verità avrebbe chiuso la ferita. Invece ha aperto l’ultima porta, quella dietro cui qualcuno teneva mio figlio.

Nikolas ascoltò la propria voce dagli altoparlanti.
«Se mi portate via, il detonatore parte.»
E per la prima volta capì di essere prigioniero delle sue stesse parole.

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