PARTE 4 — Mia sorella annunciò la morte di papà mentre lui beveva il mio caffè, poi una frase al telefono le fece perdere il sorriso

PARTE 4

Quell’uomo stava venendo da me proprio allora.

Papà non fece domande inutili. Prese il cappotto dalla sedia e mi disse di chiudere la porta a chiave.

— Chi è? — chiesi.

— Non lo so. Ma se Gleb ha pagato qualcuno, voglio che trovi la polizia qui prima di lui.

Il telefono squillò di nuovo.

Era Vittoria.

— Non rispondere — dissi.

Papà mi guardò.

— Devo farlo.

Premette il tasto verde.

— Papà, ascoltami. Possiamo sistemare tutto.

— No, Vittoria.

— Gleb è nel panico. Non voleva arrivare a questo punto.

— A quale punto?

Lei inspirò, e per la prima volta la sua voce sembrò davvero quella di mia sorella, non quella della donna che aveva annunciato la morte di nostro padre come si comunica un cambio di programma.

— Ha preso il telefono dalla scrivania. Io non sapevo che avesse usato la tua firma.

— Ma sapevi del testamento falso.

Silenzio.

— Sì.

Papà chiuse gli occhi.

— Perché?

— Perché mi ha detto che, se non ti avessi convinto a firmare, avremmo perso tutto. La casa è ipotecata. Abbiamo debiti.

— E per liberarvi dai debiti avete deciso di dichiararmi morto?

Vittoria iniziò a piangere.

— Mi dispiace.

— Ti dispiace perché il piano è fallito o perché hai capito che sono vivo?

Lei non rispose.

In quel momento sentimmo un’automobile fermarsi davanti al cancello. I freni stridettero sulla ghiaia bagnata.

Papà mi fece cenno di allontanarmi dalla finestra.

Pochi secondi dopo qualcuno bussò.

Tre colpi.

Poi altri due.

La polizia arrivò nello stesso istante, con le luci azzurre riflesse sulle finestre. Un uomo alto fece un passo indietro e tentò di raggiungere la sua auto, ma due agenti lo bloccarono prima che aprisse la portiera.

— Signor Bassi? — domandò una donna mostrando il distintivo. — Siamo qui per il tentativo di frode e per l’accesso non autorizzato alla sua proprietà.

Papà indicò la cartella.

— Ho anche una registrazione e il nome di chi lo ha mandato.

L’uomo non parlò.

Pochi minuti dopo, mentre gli agenti ascoltavano la registrazione nella mia cucina, Gleb chiamò Vittoria. Lei rispose senza accorgersi che il telefono era ancora in vivavoce.

— Devi dire che hai trovato tu il testamento — ordinò lui. — Io non c’entro.

— Ma sei tu che hai copiato la firma.

— L’ho fatto perché tu mi hai detto che tuo padre non avrebbe mai lasciato nulla a te!

La voce rimbalzò sulle pareti.

Vittoria impallidì.

Io guardai papà. Lui non si mosse.

L’agente prese il telefono e disse:

— Signor Gleb, questa conversazione è stata registrata. Le consiglio di non parlare più.

Dall’altra parte arrivò un respiro affannato.

— Natalia, ascoltami — implorò Vittoria. — Sono tua sorella.

— Sì — risposi. — E proprio per questo avresti dovuto sapere quanto mi avrebbe fatto male.

Il primo gesto degli investigatori fu sigillare lo studio di papà. Il secondo fu chiamare la banca. Il terzo fu accompagnare Vittoria e Gleb a fornire spiegazioni.

Non ci fu nessuna scena trionfale.

Papà rimase seduto al tavolo, con le mani appoggiate sulle ginocchia. Sembrava più stanco che soddisfatto.

— Ho lasciato che la paura mi convincesse di non essere amato — disse.

— Non sei stato tu a tradire — risposi.

— Ma sono stato io a non vedere.

Due giorni dopo andammo dal notaio Rinaldi. La stanza odorava di carta e cera per mobili. Sul tavolo c’era il testamento autentico, quello con la firma di papà e la data corretta.

— La casa sarà intestata a Natalia — spiegò il notaio. — Le somme saranno divise tra le due figlie, ma Vittoria riceverà la sua parte soltanto dopo la chiusura dei debiti documentati e delle indagini.

Papà annuì.

— È giusto.

— E Gleb? — domandai.

— Dovrà rispondere delle sue azioni. La procura deciderà il resto.

Quando uscimmo, papà rimase fermo sul marciapiede.

— Ti aspettavi di ereditare la casa? — mi chiese.

— No. Mi aspettavo che tu vivessi ancora abbastanza da rimproverarmi di comprare troppi libri.

Lui rise piano.

— Quello posso ancora farlo.

La sera stessa tornai nella casa di famiglia per controllare lo studio. La stanza era stata rovistata. Cassetti aperti, fotografie spostate, il tappeto piegato in un angolo.

Sul muro, però, era rimasta una sola immagine: io e papà davanti al mare, con i capelli spettinati dal vento. Vittoria non aveva mai amato quella foto. Diceva che sembravamo due bambini.

La presi dalla cornice.

Dietro, trovai la ricevuta del primo bonifico che avevo fatto per le cure di papà. La data risaliva a sette anni prima.

Non provai orgoglio.

Solo una tristezza calma, quasi adulta.

La vecchia stanza di quando ero ragazza era vuota. Sul davanzale restava una scatola di latta con dentro biglietti del cinema, fotografie e una matita rossa consumata. La presi e la infilai in borsa.

Le mie cose non sarebbero finite vicino al garage.

A gennaio, tre mesi dopo, papà venne a vivere nell’appartamento sopra il mio. La casa familiare era stata venduta per pagare i debiti e chiudere le spese legali. Vittoria aveva lasciato la città. Il processo non era ancora terminato, ma lei aveva restituito il denaro preso dalla banca e aveva firmato un accordo per risarcire papà.

Gleb aveva perso il lavoro e non cercava più di chiamarmi.

Vittoria, invece, scrisse una volta.

La lettera arrivò in una busta bianca, con la sua grafia inclinata. Diceva che le mancavo, che aveva sbagliato, che forse un giorno avrei potuto perdonarla.

Papà la lesse insieme a me.

— Vuoi risponderle? — domandò.

— Non oggi.

— E domani?

Guardai la finestra. Nel cortile stava iniziando a nevicare.

— Forse un giorno potrò perdonarla. Ma non tornerò a salvarla dalle conseguenze delle sue scelte.

Papà annuì.

— È una risposta.

Le settimane passarono con una semplicità che non avevo mai considerato preziosa. Al mattino lavoravo al tavolo vicino alla finestra. Papà annaffiava le piante e brontolava contro il riscaldamento. La domenica preparavamo la pasta insieme, litigando su quanta farina servisse.

Una sera trovai sul frigorifero un disegno fatto dalla figlia della vicina, venuta a giocare con papà. Aveva disegnato una casa gialla, due persone davanti alla porta e un sole enorme sopra il tetto.

— Chi sono? — chiesi.

— Tu e tuo padre — disse la bambina. — Qui nessuno muore.

Papà rimase in silenzio.

Io gli strinsi la mano.

A marzo arrivò un’altra lettera di Vittoria, questa volta più breve.

«Ho pagato la prima rata. Vorrei vederti.»

La tenni per qualche giorno nel cassetto.

Poi risposi con una sola frase: «Quando sarai pronta a parlare senza chiedermi di dimenticare, saprai dove trovarmi.»

Non era una vendetta.

Era una porta lasciata socchiusa, ma non spalancata per chiunque avesse voglia di entrare.

L’ultima domenica di quel mese papà preparò il caffè. Io apparecchiai la tavola e tirai fuori la vecchia tazza con il limone dipinto sul bordo. La scheggiatura sopra la foglia era ancora lì.

Papà la indicò.

— Dovresti comprarne una nuova.

— Questa funziona.

— È tutta rotta.

— Non tutta.

Lui sorrise e versò il caffè. Poi si sedette davanti a me, proprio come quella mattina in cui mia sorella lo aveva dichiarato morto.

Fuori, il primo sole di primavera scioglieva la brina sui balconi.

Papà sollevò la tazza.

— Alla vita?

— Alla vita — risposi.

La ceramica scheggiata brillò nella luce.

E quella volta nessuno riuscì a portarmi via casa.

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