PARTE 4
Era qualcuno che consideravo famiglia.
«Elena» disse il pubblico ministero.
Per qualche secondo non riuscii a capire. Guardai mia sorella attraverso la porta socchiusa. Stava aiutando Alina a colorare una casa con il tetto rosso.
«Mia sorella?»
«Il biglietto è stato acquistato usando i suoi dati. Ma non significa che sia coinvolta. Stiamo verificando».
Chiusi la chiamata e rimasi immobile. La paura cambiò forma. Fino a quel momento avevo combattuto contro Marina e Vittorio. Adesso il piano sembrava allungarsi dentro la mia stessa famiglia.
Elena sollevò lo sguardo.
«Che cosa è successo?»
Le raccontai del biglietto. Lei lasciò cadere il pennarello.
«Io non ho comprato niente».
Davide controllò il telefono e la banca. Dopo tre minuti alzò la testa.
«Il pagamento è partito da un conto aperto questa mattina».
«A nome di chi?» domandai.
«Di Vittorio».
La trappola era chiara. Volevano usare il nome di Elena per creare un’altra emergenza, portare Alina fuori dalla protezione della polizia e far sembrare che io e mia sorella stessimo litigando per la sua custodia.
Il pubblico ministero fece bloccare il biglietto. La polizia tornò alla casa per cercare altri documenti. Marina non aveva più nessuno da convincere, ma continuava a telefonare.
Prima chiamò me.
«Sergio, possiamo sistemare tutto».
«No».
«Non capisci che Vittorio mi ha costretta?»
«Ti ha costretta a versare le gocce nel bicchiere?»
Silenzio.
«Erano soltanto vitamine».
«Ti ha costretta a filmare Alina mentre piangeva?»
«Volevo dimostrarti che aveva bisogno di aiuto».
«E l’incidente?»
Dall’altra parte sentii un respiro corto.
«Non so niente dell’incidente».
Davide mi fece cenno di mettere la chiamata in vivavoce. La registrazione era già attiva.
«Hai detto che avremmo usato il filmato» dissi.
«Non era quello che intendevo».
«Lo abbiamo sentito tutti».
Marina cominciò a piangere, ma per la prima volta le sue lacrime non mi mossero. Non perché fossi diventato insensibile. Perché avevo capito che per anni avevo confuso la pietà con l’amore.
La seconda chiamata arrivò dall’avvocato di Marina.
«Il mio assistito desidera collaborare» disse.
«La sua assistita».
«Marina sostiene di essere stata manipolata da Vittorio».
«E Vittorio?»
«Ha chiesto un accordo».
«Non sono io a decidere».
«Potrebbe ritirare le accuse e parlare con lei».
Guardai Alina. Il portachiavi a forma di balena dondolava dalla cerniera del suo zaino.
«Non ritirerò nulla».
«Signor Sergio, se lei rifiuta, sua moglie potrebbe affrontare anni di carcere».
«Non la sto mandando in carcere io. Ci è arrivata da sola».
Poche ore dopo, la polizia trovò nel computer di Vittorio il progetto completo. C’erano modelli di vendita, firme imitate, messaggi con la psicologa e una tabella con le dosi somministrate ad Alina. C’erano anche le istruzioni per provocare il mio incidente: il sedativo, l’orario, la strada secondaria dove nessuno avrebbe visto la macchina.
Vittorio confessò dopo che gli mostrarono la registrazione della sua stessa voce.
La scena avvenne in una stanza spoglia della questura. Io ero seduto dietro il vetro insieme a Davide. Un agente fece partire l’audio.
«Se Sergio non firma, useremo il filmato dell’incidente».
La voce di Vittorio risuonò dagli altoparlanti.
Lui abbassò gli occhi.
«Non ricordavo di averlo detto».
L’agente fermò la registrazione.
«Lo ha detto lei».
Vittorio guardò il vetro come se potesse vedermi.
«Marina voleva solo la casa».
«E lei?»
«Io volevo la società».
Fu la prima risposta sincera che gli sentii pronunciare.
Marina collaborò soltanto dopo aver capito che non sarebbe stata protetta da Vittorio. La psicologa perse l’abilitazione e ammise di aver scritto la relazione senza visitare davvero Alina. Il laboratorio confermò il rapporto tossicologico originale. Il tribunale assegnò a me la tutela esclusiva di mia figlia e congelò ogni bene ereditato da Irene.
Non provai gioia quando arrivarono le condanne. Provai stanchezza. Una stanchezza immensa, come se avessi tenuto una porta chiusa per tre anni e finalmente qualcuno avesse tolto il peso dall’altra parte.
La casa rimase vuota per settimane.
Quando tornai con Alina, trovai ancora il bicchiere di vetro nel mobile della cucina. Lo presi e lo gettai via. Non volevo più che quel bordo trasparente ricordasse a mia figlia la paura.
Nella stanza di Marina restava una sola fotografia: lei, io e Alina davanti al mare. Alina la guardò a lungo.
«Era davvero felice quel giorno?»
Mi sedetti accanto a lei.
«Io lo ero».
«E lei?»
«Non lo so».
Alina strinse il portachiavi a forma di balena.
«Adesso posso tenere questo?»
«Era già tuo».
Passarono quattro mesi. Ci trasferimmo in una città più piccola, vicino alla scuola di Elena. Io lasciai il vecchio ufficio e aprii un laboratorio di restauro di mobili. Mi piaceva lavorare con il legno perché ogni graffio poteva essere levigato, ma nessuna venatura doveva essere cancellata.
Alina tornò a dormire tutta la notte. Disegnava case con finestre grandi e porte sempre aperte. Ogni martedì andavamo dalla terapeuta e ogni sabato compravamo pane caldo nella panetteria all’angolo. La vita non era diventata perfetta. Era diventata prevedibile. E per noi quella era una forma di felicità.
A novembre arrivò il primo freddo. Alina tornò da scuola con un disegno sotto il braccio. Aveva colorato tre persone davanti a una casa: lei, io ed Elena. In cima aveva scritto: Qui nessuno mette niente nel succo.
Lessi la frase due volte. Poi la abbracciai.
«Ti piace la nostra nuova casa?»
«Sì».
«Perché?»
«Perché quando ho paura posso dirlo».
Quella sera trovai un messaggio di Marina. Era stato scritto dal carcere, tramite il suo avvocato. Diceva che le dispiaceva, che aveva sbagliato, che desiderava vedere Alina anche solo per pochi minuti.
Rimasi a lungo davanti allo schermo. Un tempo avrei cercato una spiegazione che la salvasse. Avrei pensato alla solitudine, alla paura, alle promesse che mi aveva fatto.
Quella volta risposi con una sola frase: «Alina non è pronta e io non cambierò questa decisione».
Poi cancellai il messaggio senza aspettare risposta.
La sera dopo, mentre preparavo la colazione, Alina appese il suo disegno al frigorifero usando una calamita a forma di balena. Il piccolo portachiavi di Irene restò accanto al foglio, consumato sulla coda ma ancora lucido.
Fuori cominciò a nevicare.
Alina mi prese la mano.
«Papà?»
«Sì?»
«Oggi parti?»
Guardai la neve sul davanzale, poi la porta aperta della cucina.
«No, tesoro».
E per la prima volta quella risposta non fu una promessa. Fu casa.
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