PARTE 4
Era già partita verso il luogo dove teneva l’unica persona che poteva costringerci a tacere.
Rinaldi fu il primo a muoversi.
«Nessuno esce da qui» ordinò.
Due agenti bloccarono Viktor contro il banco degli attrezzi. La giurista chiamò la polizia militare, mentre io afferravo il cappotto di Olena.
«Come si chiama l’ospedale?»
«San Michele.»
«E tuo fratello?»
«Luca. Stanza dodici.»
Partimmo con due automobili alle quindici e sette. La pioggia cominciò durante il tragitto, sottile e insistente, trasformando i parabrezza in vetro opaco.
Olena teneva entrambe le mani sul grembo.
«Andrej, mi dispiace.»
«Lo so.»
«No. Non lo sai. Io ho creduto a Viktor perché aveva trovato i debiti di Luca, le ricevute della clinica, tutto. Mi ha detto che poteva aiutarlo. Poi ogni volta che provavo a tirarmi indietro…»
«Ti minacciava.»
«Minacciava lui. E te.»
Guardai la strada.
Non avevo ancora deciso se sarei riuscito a perdonarla. Ma sapevo che in quel momento dovevamo arrivare da Luca prima degli uomini di Viktor.
All’ospedale trovammo la stanza vuota.
Il letto era sfatto. Una flebo oscillava ancora, facendo tintinnare il gancio metallico. Sul comodino c’era il portachiavi di Luca, un piccolo cane di plastica con un orecchio scheggiato.
Olena lo raccolse e si portò la mano alla bocca.
«Lo hanno preso.»
Rinaldi osservò la finestra.
«Non dal corridoio. Dalla rampa di servizio.»
Il custode ci mostrò le immagini delle telecamere. Alle quattordici e quarantuno due infermieri spingevano Luca su una barella. Ma uno dei due aveva le scarpe lucide e camminava come un uomo abituato a portare una fondina.
Il filmato terminava davanti a un furgone bianco.
Sul fianco c’era il simbolo di una ditta di trasporti che aveva lavorato per il comune.
Rinaldi chiamò il numero stampato sulla fiancata. Rispose un uomo che disse di non avere nessun mezzo in servizio.
Poi sentimmo un telefono squillare.
Era quello di Olena.
Il messaggio conteneva una fotografia di Luca seduto su una sedia, in un magazzino buio. Aveva un labbro spaccato, ma era cosciente.
Sotto l’immagine comparvero nove parole: «Portate la scheda al vecchio deposito entro le diciassette.»
Olena iniziò a piangere.
«Non possiamo andare.»
«No» disse Rinaldi. «Andremo, ma non faremo ciò che chiedono.»
Il vecchio deposito si trovava oltre la ferrovia, in una zona industriale abbandonata. Arrivammo alle sedici e cinquantadue con la scheda falsa in una custodia trasparente.
Io entrai per primo.
Il pavimento era coperto di vetri e il tetto lasciava cadere acqua dentro vecchi fusti arrugginiti. Luca era legato a una sedia vicino alla parete.
Accanto a lui stava Bellini.
«Lasciate la custodia» disse.
«Prima liberalo» risposi.
«Tu non dai ordini.»
Da una passerella sopra di noi, Viktor apparve con una pistola in mano. Aveva perso ogni traccia del sorriso del bar.
«Il problema di voi uomini addestrati» disse «è che credete sempre di avere un piano.»
«Il tuo piano era già finito quando hai parlato davanti alla telecamera» risposi.
Per la prima volta lo vidi veramente spaventato.
Rinaldi fece scattare l’altoparlante nascosto nella mia giacca. La voce di Viktor riempì il deposito.
«Basta provocarlo davanti alla gente. Se reagisce, abbiamo il pretesto.»
Viktor ascoltò le proprie parole.
La pistola gli tremò.
«Spegnetelo!» gridò.
Olena fece un passo verso Luca.
«Tu mi hai usata.»
«Ti ho protetta!»
«Mi hai insegnato a tradire l’uomo che amo.»
Bellini tentò di afferrare la custodia. Io gli bloccai il polso e lo costrinsi a terra senza colpirlo. Rinaldi disarmò Viktor pochi secondi dopo.
La polizia militare entrò dal portone posteriore.
Viktor fu ammanettato. Bellini anche.
Nessuno applaudì.
Luca venne portato via in ambulanza, vivo e cosciente. Prima di salire, prese la mano di Olena.
«Non potevi salvarmi mentendo per sempre» disse.
Lei annuì tra le lacrime.
Il processo arrivò mesi dopo. La registrazione, i registri recuperati e le telecamere dell’ospedale ricostruirono ogni passaggio. Viktor perse il grado, il lavoro e la libertà. Bellini restituì il denaro e ricevette una condanna. Io non fui chiamato a vendicarmi di nessuno.
Mi bastò dire la verità.
Olena testimoniò contro di loro e accettò le conseguenze delle sue scelte. Non tornammo insieme quel giorno. Ci volle tempo, terapia e molte conversazioni in cui nessuno dei due poteva nascondersi dietro il silenzio.
Tre mesi dopo, affittai una piccola officina a Brindisi, vicino al porto. La mattina aprivo alle sette. Il primo rumore era quello della serranda, il secondo quello della macchina per il caffè.
Luca veniva spesso ad aiutarmi. Camminava ancora con cautela, ma rideva di nuovo.
Olena abitava in un appartamento dall’altra parte della città. Ci vedevamo il sabato, senza fingere che il dolore fosse sparito e senza permettergli di decidere tutto per noi.
Una sera di novembre trovai sulla mia scrivania una busta. Dentro c’era una lettera di Viktor, scritta dal carcere.
Diceva che aveva perso tutto, che adesso capiva quanto fosse stato facile confondere il controllo con il potere. Mi chiedeva di ritirare alcune dichiarazioni.
Lessi fino alla fine.
Poi risposi con una sola frase: «Non ti impedirò di affrontare ciò che hai scelto.»
Non provavo gioia.
Solo pace.
Passò un altro mese. La prima neve dell’inverno cadde sul porto, sottile come cenere chiara. Olena venne in officina con due bicchieri di caffè e un disegno fatto dalla figlia di Luca: una barca gialla su un mare enorme.
«Ha detto che la barca sei tu» mi spiegò.
«Spero almeno che non affondi.»
Olena sorrise.
«Adesso sai dove andare.»
La guardai. Non era una promessa di tornare indietro. Era qualcosa di più difficile: la possibilità di ricominciare senza cancellare ciò che era successo.
Prima di chiudere l’officina, infilai la mano nella tasca e toccai il vecchio portachiavi d’ottone a forma di ancora. Aveva attraversato il bar, la minaccia, il deposito e tutti i giorni in cui avevo creduto di aver perso il controllo della mia vita.
Lo appesi al gancio vicino alla porta.
Quella sera il vento mosse piano la serranda.
L’ancora tintinnò nel buio.
E per la prima volta non serviva più a tenermi fermo.
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