Avevo ancora la terra del cimitero sotto le scarpe quando Beatrice mi chiuse la porta della villa in faccia.
Non erano passate nemmeno due ore dalla sepoltura di Tadeo. Indossavo ancora il vestito nero, le calze umide e il piccolo scialle color prugna che lui mi aveva regalato l’inverno precedente. Stringevo la fotografia incorniciata di mio figlio, l’unica cosa che pensavo di poter portare via.
Beatrice si mise davanti al quadro.
— Quello resta qui — disse.
— È la fotografia di Tadeo.
— E tutto ciò che si trova in questa casa appartiene a me, ormai.
Parlava piano. Era quello a farmi più male. Non c’era rabbia nella sua voce, né dolore. Sembrava soltanto una donna che finalmente aveva ottenuto ciò che aspettava da anni.
Dietro di lei, nella villa da quattro milioni di euro a Pedralbes, brillavano i lampadari che avevo pulito per decenni. Sul tavolo erano ancora disposti i bicchieri della veglia, intatti, mentre il profumo delle rose funebri si mescolava a quello del caffè bruciato.
— Dove dovrei andare? — domandai.
Beatrice indicò due valigie appoggiate nell’ingresso. Erano vecchie, con le ruote consumate e le fibbie macchiate di ruggine.
— In montagna. Nella baita di Tadeo.
— Non posso vivere lì. Non c’è nemmeno l’elettricità.
— Allora avresti dovuto pensarci prima di aggrapparti così tanto a mio marito.
Quelle parole mi attraversarono come una lama. Avevo cucinato per Tadeo quando lei non tornava a casa. Avevo vegliato accanto al suo letto durante le febbri. Avevo sopportato i suoi silenzi, le sue offese, persino il modo in cui Beatrice mi chiamava “la domestica” davanti agli ospiti.
Tutto per restare vicino a mio figlio.
E Tadeo non c’era più.
Beatrice aprì la porta principale. Fuori, il vialetto era pieno di fango e il cielo aveva il colore del piombo.
— Vai a piangere altrove, Onoria.
— Tadeo non avrebbe voluto questo.
Per la prima volta, il suo volto si irrigidì.
— Tadeo non può più volere niente.
Il viaggio durò quasi cinque ore. Quando scesi dall’automobile, il vento dei Pirenei mi tagliò il viso. La baita era appoggiata contro una pineta, lontana da ogni altra casa. Le finestre erano incrinate, il tetto perdeva acqua e dentro c’era un odore acre di muffa e legno bagnato.
Mi sedetti sul pavimento con la fotografia sul petto. La cornice aveva un angolo scheggiato; passai il pollice su quella ferita mentre piangevo.
Quella notte odiai Tadeo.
Lo odiai per essere morto. Per avermi lasciata sola. Per non avermi mai raccontato cosa accadeva davvero in quella casa.
La mattina seguente iniziai a pulire. Non perché avessi speranza, ma perché avevo bisogno di muovere le mani. Spazzai la cenere, aprii le finestre e raccolsi i vetri rotti. In un angolo trovai un piccolo altare di legno che Tadeo aveva portato lì sette anni prima, quando parlava di restaurare la baita.
Posai la sua fotografia sull’altare.
Poi cercai qualcosa con cui reggere una candela. Tra pentole deformate e barattoli vuoti trovai un pesante candelabro di ferro, ricoperto di ossido. Mi scivolò dalle dita.
Cadde accanto all’altare con un suono metallico.
Cavo.
Rimasi immobile. Mi inginocchiai e passai le dita tra le assi. Sotto la polvere sentii una fessura perfettamente diritta. Tirai con l’unghia, ma il legno non cedette.
Allora notai due minuscoli chiodi nuovi, diversi da tutti gli altri.
Presi un coltello dalla cucina e infilai la lama nella fessura. La tavola cominciò a sollevarsi. Proprio in quel momento, nella valle, il mio telefono squillò.
Era Beatrice.
— Hai trovato qualcosa nella baita? — chiese.
Il sangue mi si gelò.
Guardai la botola che stavo aprendo e, dall’altra parte della linea, sentii il suo respiro diventare improvvisamente affannoso…
PARTE 2
…non risposi subito. Rimasi con il coltello infilato tra le assi e il telefono premuto contro l’orecchio.
— Onoria? — insistette Beatrice. — Ti ho fatto una domanda.
— Perché vuoi sapere cosa sto facendo?
— Perché quella baita è pericolosa. Ci sono vecchie travi, animali selvatici, chissà cos’altro. Devi stare lontana dal pavimento.
Guardai la fessura sotto l’altare. Il legno intorno era consumato, ma i due chiodi luccicavano come se fossero stati messi da poco.
— Hai già mandato qualcuno a controllarla?
Silenzio.
— Beatrice?
— Non toccare niente — disse infine. — Domani verrà un uomo a prenderti.
— E se non volessi andarmene?
La sua voce si fece più bassa.
— Non costringermi a chiamare la polizia.
— Per quale motivo? Perché vivo in una casa che apparteneva a Tadeo?
— Perché sei instabile dal dolore.
Riattaccò.
Rimasi sola, con il vento che faceva vibrare i vetri incrinati. Avevo paura, ma sotto la paura sentivo qualcosa di diverso. Una certezza scomoda: Beatrice non temeva che la baita mi cadesse addosso. Temeva ciò che potevo trovare sotto il pavimento.
Alle tre del pomeriggio uscii per cercare aiuto. Camminai fino al villaggio più vicino, con gli scarponi pieni di fango e la fotografia di Tadeo avvolta in un panno. Entrai nell’emporio di una donna anziana di nome Marta. Il suo campanello tintinnò sopra la porta.
— Lei è Onoria, vero? — domandò Marta.
— Come fa a conoscermi?
— Suo figlio veniva qui. Comprava chiodi, vernice e candele. Parlava sempre di quella baita.
Le raccontai della botola. Marta smise di sistemare i barattoli di miele.
— Tadeo mi chiese una cosa strana, qualche mese prima di morire.
— Che cosa?
— Mi domandò se conoscevo qualcuno capace di aprire una serratura senza lasciare segni. Quando gli chiesi perché, mi disse che non poteva fidarsi di nessuno.
Sentii lo stomaco stringersi.
— Non mi ha mai parlato di problemi.
— Forse voleva proteggerti.
Marta mi consegnò un piccolo scalpello avvolto in carta da pane.
— Portalo. E non rimanere sola, stanotte.
Tornai alla baita prima del buio. Alle sette, un’auto nera si fermò davanti alla porta. Ne scese un uomo robusto con un cappotto marrone.
— Signora Onoria, sono venuto per accompagnarla in città.
— Chi l’ha mandata?
— Sua nuora.
— Non me ne vado.
L’uomo guardò verso l’altare.
— Le conviene non rendere le cose difficili.
Presi il telefono e lo sollevai.
— Se entra, chiamo i carabinieri.
Mi fissò per alcuni secondi, poi fece un passo indietro. Prima di risalire in macchina, disse:
— Beatrice non vuole farle del male. Vuole soltanto evitare che lei riapra vecchie ferite.
Quando l’auto scomparve tra gli abeti, chiusi la porta con il chiavistello. Poi spostai l’altare.
Con lo scalpello di Marta lavorai sui chiodi. Il primo cedette con un gemito. Il secondo resistette così a lungo che mi si spezzò un’unghia. Quando finalmente la tavola si sollevò, sotto di essa apparve una scatola di metallo avvolta in una tela cerata.
La scatola aveva una serratura piccola e, sopra, una parola incisa.
Il nome di mio figlio.
Tadeo.
La portai vicino alla finestra. Dentro la serratura era infilata una chiave sottile, legata a un nastro color rame. Non era una chiave abbandonata. Era stata preparata per me.
Le mie mani tremavano mentre la giravo.
Il coperchio si aprì di pochi centimetri. Vidi una busta, un registratore e una fotografia piegata. Prima che potessi toccarli, il telefono squillò di nuovo.
Questa volta non era Beatrice.
Era un numero sconosciuto.
— Parlo con la madre di Tadeo Valdés? — domandò una voce maschile.
— Sì.
— Mi chiamo Adrián Serra. Sono l’avvocato di suo figlio. Se ha aperto quella scatola, significa che Beatrice ha già provato a farla sparire.
Mi aggrappai al bordo del tavolo.
— Mio figlio è morto in un incidente.
— È quello che le hanno fatto credere.
Dall’altra parte sentii un respiro lento.
— Signora, tra pochi minuti le dirò perché Tadeo ha nascosto le prove nella sua baita. Ma prima deve sapere una cosa: la notte in cui è morto, suo figlio mi ha lasciato un messaggio…
PARTE 3
…Adrián mi mandò il messaggio sul telefono. Lo ascoltai con la scatola aperta davanti a me e la pioggia che colpiva il tetto come una raffica di sassolini.
La voce di Tadeo era bassa, stanca, irriconoscibile.
— Se mi succede qualcosa, non credere alla versione di Beatrice. Ho scoperto cosa ha fatto con i conti della società e con la mia assicurazione. La scatola è per mia madre. Lei saprà cosa fare.
Il messaggio terminava con un rumore secco, poi un sussurro.
— Mamma, mi dispiace.
Premetti di nuovo il tasto. E ancora.
Mio figlio era vivo quando aveva registrato quelle parole. Aveva paura. E io, mentre credevo che fosse morto in un incidente stradale, ero stata mandata via dalla sua casa dalla donna che lui temeva.
— Che cosa è successo quella notte? — domandai.
Adrián parlava dalla sua abitazione a Barcellona. Mi disse che Tadeo aveva scoperto trasferimenti illegali dai conti della società a tre società intestate a prestanome. La firma elettronica risultava sua, ma lui aveva trovato un accesso eseguito dal computer di Beatrice.
— Voleva denunciarla?
— Aveva già preparato tutto. Il giorno della morte doveva incontrarmi.
— E l’incidente?
— I freni dell’auto erano stati manomessi. La polizia lo archiviò come guasto meccanico perché il rapporto originale sparì per quarantotto ore.
Sentii il sangue abbandonarmi il viso.
— Perché non mi ha chiamata prima?
— Beatrice controllava il telefono di suo figlio. Io ho aspettato che lei trovasse la scatola. Tadeo aveva previsto che sarebbe stata cacciata dalla villa.
Mi voltai verso il contenuto del contenitore. La busta era chiusa con ceralacca color avorio. Il registratore aveva una spia rossa ancora accesa. La fotografia piegata mostrava Tadeo davanti alla villa, con un livido scuro sul polso.
— Posso aprire la busta?
— Deve farlo davanti a un testimone. Ho già chiamato la procura e una marescialla sta arrivando.
Poco dopo, un fuoristrada si fermò davanti alla baita. Entrarono la marescialla Lucia Ferrer e Adrián, che aveva guidato per tutta la notte. La legna bagnata crepitava nella stufa mentre posavamo la scatola sul tavolo.
— Signora Onoria — disse Lucia — questa è la sua ultima possibilità di fermarsi.
— Ho smesso di fermarmi quando hanno seppellito mio figlio.
Adrián tagliò la ceralacca.
Dentro c’erano copie dei bilanci, una chiavetta di memoria e una lettera indirizzata a me. Lucia lesse i documenti, poi collegò la chiavetta al suo portatile. Apparvero registrazioni, messaggi e immagini della telecamera interna della villa.
In una di esse, Beatrice entrava nello studio di Tadeo alle ventitré e diciassette, la notte prima dell’incidente. Aveva in mano una tanica e indossava guanti neri.
Nella seconda, Tadeo la affrontava.
— Hai trasferito il denaro per due anni — diceva lui.
— Non alzare la voce.
— Domani vado dalla polizia.
Beatrice si avvicinava al suo viso.
— Se lo fai, tua madre perderà tutto.
La registrazione si interrompeva, ma l’audio continuava. Si udiva un colpo, poi Tadeo che ansimava.
— Beatrice, lascia quei freni stare!
Lucia si portò una mano alla bocca. Adrián chiuse gli occhi. Io rimasi seduta, stringendo il bordo della fotografia fino a sentire la scheggia della cornice nella pelle.
— Non è morto nell’incidente — dissi.
Adrián scosse lentamente la testa.
— L’incidente è stato provocato. Ma la registrazione non dimostra ancora chi abbia dato l’ordine.
In quel momento il telefono di Lucia squillò. Ascoltò in silenzio, poi guardò me.
— Hanno trovato un secondo veicolo abbandonato vicino al luogo dell’incidente. E il proprietario è qualcuno che conosce bene Beatrice.
Prima che potessi chiedere altro, arrivò un nuovo messaggio sul telefono di Adrián. Lo lesse e impallidì.
— Che cosa succede? — domandai.
Lui mi mostrò lo schermo.
Era una fotografia recente della mia baita. Scattata dall’esterno. Sotto c’era una frase: “La prossima volta non troverai una scatola.”
Lucia si alzò di scatto e portò la mano alla fondina.
— Chiunque l’abbia inviata sa che abbiamo trovato le prove.
Fuori, tra gli alberi, un ramo si spezzò.
Poi qualcuno bussò tre volte alla porta…
La voce di Beatrice riempì la stanza, poi tutto cambiò…
Pensavo che la verità avrebbe portato sollievo. Invece mi costrinse ad ascoltare ciò che avevo rifiutato di vedere.
“Queste sono le tue parole, Beatrice.”
Per la prima volta, lei non riuscì a rispondere.
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