Quando le iene circondarono Maya e il suo cucciolo, tre ombre nere irruppero nella riserva e il mio collega impallidì

Il primo grido di Kibo arrivò dalle telecamere pochi secondi prima che la settima iena chiudesse il cerchio intorno a lui e a Maya.

Ero nella torre di controllo, a nord della riserva, con una mano stretta alla radio e l’altra appoggiata sul bordo metallico del tavolo. Il monitor tremava per il vento. Sullo schermo, Maya stava con le zampe piantate nella polvere, il corpo enorme disposto davanti al suo giovane.

Kibo aveva appena compiuto sei anni. Era forte, curioso, ancora abbastanza ingenuo da non capire il pericolo. Continuava a spingere il muso contro il fianco della madre, mentre lei cercava di tenerlo dietro di sé.

— Quante sono? — chiesi.

Lidia, la veterinaria, contò rapidamente le sagome.

— Sette. No… otto. Daniel, la recinzione del settore delle iene è aperta per almeno dieci metri.

Un colpo di vento fece sbattere la lamiera della torre. Quel rumore mi attraversò il petto come un avvertimento.

— Prendi il fuoristrada. Avvisa tutti. Nessuno entri da solo.

Sul monitor, due iene si spostarono verso il fianco sinistro di Maya. Altre tre iniziarono ad avvicinarsi a Kibo da dietro. Maya caricò con una velocità che non le vedevo da anni, ma una delle zampe posteriori cedette per un istante.

Kibo barritò.

Io sentii il sangue abbandonarmi il viso.

— Maya, resisti — mormorai, anche se non poteva sentirmi.

Poi, nell’angolo della telecamera del sentiero settentrionale, qualcosa attraversò l’immagine.

Era una macchia scura, bassa e velocissima.

— Che cos’è? — domandò Lidia.

Aumentai l’ingrandimento. La figura correva con la testa bassa e le orecchie piegate all’indietro. Dietro di lei ne comparvero altre due.

Per un momento pensai a cani selvatici. Nella riserva, però, non ce n’erano. Avevamo controllato quel settore proprio il giorno prima.

La prima figura entrò nella zona illuminata dal sole. Sotto il collo aveva una macchia bianca a forma di mezzaluna.

Mi si bloccò il respiro.

— Non è possibile — dissi.

Lidia si avvicinò allo schermo.

— Che cosa hai visto?

La seconda sagoma svoltò accanto a un cespuglio secco. Un orecchio era segnato da una cicatrice obliqua. La terza era più piccola delle altre, ma correva davanti, come se conoscesse perfettamente la strada.

Avevo visto quelle tre creature sei anni prima, avvolte dagli anelli di un enorme serpente vicino al canale d’irrigazione. Le avevo tirate fuori dalla terra rovente una alla volta, mentre Maya mi impediva di avvicinarmi troppo.

Carbone. Ombra. Moro.

I tre cuccioli neri che Maya aveva protetto dopo aver perso il proprio piccolo.

— Daniel, dobbiamo muoverci — disse Lidia. — Se sono davvero loro, stanno andando dritti verso le iene.

Afferrai le chiavi del veicolo. La radio gracchiò.

— Settore orientale, la barriera interna non risponde! — urlò una voce.

— Tutti lontani dal recinto! Portate i dardi sedativi, ma non sparate finché non ve lo ordino!

Corsi giù per le scale. Il corrimano freddo mi scivolò sotto il palmo, mentre nella testa tornava un’immagine impossibile: tre cuccioli tremanti sotto l’ombra di un’elefantessa in lutto.

Quando raggiunsi il fuoristrada, il motore tossì due volte prima di avviarsi. Le ruote affondarono nella sabbia.

Sul piccolo schermo del cruscotto vidi Carbone entrare nel cerchio delle iene. Non rallentò. Ombra si spostò a sinistra. Moro a destra.

Maya girò lentamente la testa.

Per un istante, l’elefantessa rimase immobile.

Poi Carbone si fermò proprio davanti a Kibo, sollevò il muso e lanciò un latrato che fece voltare tutte le iene. Maya mosse la proboscide verso di lui, come se stesse cercando un odore sepolto nella memoria.

Una iena si abbassò, pronta a balzare.

Io schiacciai l’acceleratore e vidi Lidia indicare qualcosa sul monitor.

— Daniel! Dietro Maya! La rete si sta spezzando!

Sullo schermo, una delle iene saltò verso il giovane elefante, mentre Ombra si lanciava di lato e Moro spalancava le fauci.

Io afferrai la radio, ma prima che riuscissi a parlare, nella torre arrivò un rumore secco, come di metallo piegato. Lidia si voltò verso il raccoglitore delle mappe e impallidì.

— Daniel… quella non è la sola recinzione danneggiata.

Aprì il cassetto, tirò fuori una cartella marrone e allungò la mano verso la prima pagina…

PARTE 2

…ma la mano di Lidia si fermò a pochi centimetri dalla cartella.

— Che cosa c’è scritto? — chiesi, senza distogliere gli occhi dallo schermo.

— Non lo so ancora. L’ho trovata stamattina nella sala delle comunicazioni. Era sotto le mappe dei vecchi recinti.

La radio esplose di voci sovrapposte.

— Una iena è fuori dal gruppo!

— Il cancello nord non si chiude!

— Daniel, il fuoristrada sta arrivando al settore in meno di un minuto!

Sul monitor, la scena cambiò in un lampo. Carbone si era piantato davanti a Kibo, abbaiando contro la iena più vicina. Ombra correva in cerchio sul lato sinistro, costringendo due animali a voltarsi. Moro, il più piccolo, era passato dietro a Maya e mordeva la coda di una iena ogni volta che quella tentava di avanzare.

Maya fece un passo.

Non fu una carica. Fu qualcosa di più lento e terribile. Sollevò la proboscide, emise un suono basso e colpì il terreno con una zampa. La polvere salì come fumo.

Le iene arretrarono.

— Stanno formando una barriera — disse Lidia.

— Non possono sapere che cosa stanno facendo.

— Forse non devono saperlo.

Le dita mi tremavano sul volante. La pista era piena di pietre e rami spezzati. A ogni curva il fuoristrada sobbalzava, mentre cercavo di raggiungere Maya prima che un animale trovasse un varco.

Un nuovo latrato arrivò dalla radio, più vicino dei precedenti.

— Sono cani della comunità — disse una guardia. — Li ho visti passare lungo il vecchio ponte!

— Quanti?

— Tre. Neri. Stanno correndo verso il settore degli elefanti.

Mi si strinse la gola.

Le famiglie della comunità avevano adottato i cuccioli sei anni prima. Avevo seguito la loro partenza, avevo visto Carbone salire su un camioncino con una bambina avvolta in una coperta gialla, Ombra andare da un allevatore di capre e Moro restare con una coppia che viveva vicino alla collina.

Non avrebbero dovuto essere lì.

Il fuoristrada sbucò dietro un gruppo di alberi secchi. Davanti a me vidi la recinzione divelta e la sagoma di Maya. Una iena le girava intorno, mentre Kibo premeva il fianco contro quello della madre.

— Ferma il veicolo! — ordinò Lidia via radio. — Se scendiamo adesso, li spaventiamo tutti!

Spensi il motore a pochi metri dal recinto. La portiera vibrava ancora quando balzai a terra.

— Maya! — gridai.

L’elefantessa girò la testa. Nei suoi occhi riconobbi la stessa attenzione che aveva mostrato vicino al canale, anni prima. Non paura. Non confusione.

Riconoscimento.

Carbone corse fino alla rete spezzata, abbaiò contro di me e poi si voltò verso Maya. La macchia bianca sotto il collo era sporca di terra. Ombra aveva una zampa sanguinante. Moro ansimava, ma non smetteva di muoversi.

Una iena tentò di aggirare Carbone.

Moro le saltò contro il muso.

L’animale reagì con un colpo secco. Il cane rotolò nella polvere.

— Moro! — urlai.

Maya avanzò con una furia improvvisa e la iena scappò. Ma il movimento le costò caro. La sua gamba posteriore cedette di nuovo e Kibo emise un barrito disperato.

Lidia sollevò il fucile sedativo.

— Se colpisco la iena, rischio Maya.

— Aspetta.

— Daniel, non abbiamo tempo.

Carbone si avvicinò lentamente alla proboscide di Maya. Lei lo toccò sulla schiena, proprio come aveva fatto quando era un cucciolo. Poi il cane si voltò e corse verso il lato orientale del recinto.

Gli altri due lo seguirono.

Maya li guardò andare, ma Kibo era ancora dietro di lei.

— Perché si stanno allontanando? — domandò Lidia.

La risposta arrivò dal rumore di una lamiera che cedeva oltre il recinto.

Le tre figure nere non stavano fuggendo.

Stavano attirando le iene lontano dagli elefanti.

Carbone corse verso il vecchio canale di scolo, dove la recinzione era più bassa. Le iene lo inseguirono. Ombra e Moro si separarono, creando due direzioni diverse.

Io mi lanciai verso il cancello manuale.

— Se attraversano il canale, resteranno intrappolati — gridai.

Lidia mi afferrò per il braccio.

— Daniel, guarda la cartella.

La aprii contro il cofano del fuoristrada. Dentro c’erano una fotografia scolorita, una ricevuta veterinaria e una pagina scritta a mano da qualcuno che conosceva Maya molto meglio di noi.

Lessi la prima riga.

E il mio stomaco si chiuse.

La firma in fondo alla pagina apparteneva alla persona che aveva deciso di separare i tre cani dalla riserva, ma sotto quella firma c’era una frase aggiunta anni dopo, con un inchiostro diverso.

Lidia lesse sopra la mia spalla.

— Daniel… qui dice che qualcuno li ha tenuti insieme per tutto questo tempo.

Dall’altra parte del recinto, Carbone lanciò un guaito. Poi la radio gracchiò una voce che non sentivo da sei anni.

— Sono Elena Rojas. Ho trovato i cani. E so perché sono tornati proprio oggi…

PARTE 3

…La voce di Elena tremò nella radio, ma ogni parola arrivò limpida.

— Sono vicino al ponte vecchio. Non sparate alle iene. I cani le stanno portando verso il burrone asciutto.

— Elena, come fai a conoscere quei cani? — domandai.

— Perché Moro vive con me da sei anni, Daniel.

Mi voltai verso Lidia. Lei aveva ancora la fotografia tra le dita. Nella foto, tre cuccioli neri dormivano contro le zampe di Maya. Sul retro c’era una data: quattro giorni dopo il loro salvataggio.

— Ma tu sei la proprietaria di Moro? — chiesi.

— Sono la donna che li ha adottati tutti e tre. Non separatamente. Insieme.

La notizia mi colpì più delle urla provenienti dal recinto.

— Ci avevano detto che erano stati affidati a tre famiglie diverse.

— Era quello che volevano farvi credere. La riserva stava cercando di liberarsi degli animali più difficili da gestire. I tre cuccioli piangevano ogni volta che venivano separati. Così li portai nella mia fattoria. Ombra e Carbone restarono con me. Moro andò da mio fratello per pochi mesi, poi tornò. Non hanno mai smesso di stare insieme.

— E come sono arrivati qui?

Elena inspirò vicino alla radio.

— Perché conoscono il richiamo di Maya.

Dietro di noi, un’esplosione di latrati fece voltare tutti. Carbone correva lungo il bordo del canale, inseguito da tre iene. Ombra passò davanti a loro e cambiò direzione. Moro si fermò proprio sul ciglio del burrone asciutto.

Aveva il pelo impolverato e una zampa ferita, ma il muso era rivolto verso Maya.

Maya lo vide.

Il suo barrito fece vibrare i pannelli della recinzione.

Le iene si bloccarono.

Carbone tornò indietro, affiancò Ombra e insieme si misero davanti a Moro. Non erano più cuccioli che cercavano un riparo. Erano tre animali adulti che proteggevano il punto più vulnerabile del gruppo.

— Sono loro — sussurrai. — Sono davvero loro.

Lidia abbassò lentamente il fucile.

— E Maya li ha riconosciuti.

Una iena fece un passo verso Moro.

Maya colpì la terra.

Il boato scosse il terreno e la iena arretrò. Kibo, dietro sua madre, prese coraggio e avanzò di mezzo passo. Carbone si voltò verso di lui e abbaiò una volta, come se gli stesse ordinando di restare vicino a Maya.

Poi la situazione precipitò.

La recinzione orientale cedette con uno schianto. Un palo arrugginito cadde nel canale e aprì un passaggio verso il settore abbandonato. Le iene, spaventate, si dispersero. Due corsero verso le colline. Altre quattro rimasero davanti agli elefanti.

— Dobbiamo chiudere il passaggio! — gridai.

— Se ti avvicini, ti vedranno come una minaccia — rispose Lidia.

Elena intervenne dalla radio.

— Daniel, ascoltami. La pagina che hai trovato non parla solo dei cani. In fondo c’è il nome di chi ha lasciato aperto il cancello oggi.

Guardai il foglio. La firma era di Renato Vale, il responsabile della manutenzione della riserva.

Renato era accanto a me, con il volto coperto di polvere.

— Non sono stato io — disse subito.

— Non ho pronunciato il tuo nome.

Il suo sguardo scivolò verso la cartella.

Bastò quello.

— Tu sapevi della recinzione — dissi.

— Sapevo che era danneggiata. Non che le iene sarebbero uscite.

— Perché hai cancellato il rapporto di controllo?

Renato fece un passo indietro.

— Perché se avessero chiuso il settore, avrebbero trasferito gli animali. E io avrei perso il contratto.

Lidia lo fissò con disgusto.

— Hai messo a rischio Maya e Kibo per un contratto?

— Non volevo che morisse nessuno!

In quel momento, una iena caricò contro Ombra. Carbone le piombò addosso, ma l’animale lo colpì con il fianco e lo scaraventò contro il terreno.

— Basta! — urlai.

Afferrai il tubo dell’acqua dal fuoristrada e aprii la valvola. Il getto investì la iena, che si fermò abbastanza a lungo perché Lidia lanciasse il dardo sedativo. Un secondo colpo raggiunse quella più vicina a Moro.

Le altre fuggirono verso il burrone.

Maya rimase immobile, ansimando. Kibo si strinse contro di lei. Carbone sollevò lentamente la testa. Ombra si leccò la zampa. Moro tremava vicino alla recinzione.

Elena arrivò al cancello con un vecchio furgone verde. Scese e chiamò i tre cani per nome.

Carbone corse da lei, ma dopo pochi passi si voltò verso Maya.

L’elefantessa allungò la proboscide. Il cane tornò indietro e le sfiorò la punta.

Elena si coprì la bocca con una mano.

— Non l’ha mai dimenticata — disse.

Io guardai la pagina. Sotto la firma di Renato compariva una seconda annotazione, quasi cancellata.

«Se Maya avrà un altro cucciolo, non lasciateli nello stesso settore.»

— Chi ha scritto questa frase? — domandai.

Renato non rispose.

La radio della torre cominciò a suonare. Lidia rispose, ascoltò per tre secondi e si fece pallida.

— Daniel… il cancello principale della riserva è stato aperto dall’interno. E qualcuno ha appena caricato sul camion il registro completo delle nascite di Maya…

PARTE FINALE

Il registro scomparso nascondeva un’ultima pagina…

Pensavo che il pericolo fosse finito quando le iene fuggirono. Mi sbagliavo: qualcuno aveva preparato quella notte molto tempo prima.

Elena indicò la pagina strappata e disse:
«Maya non ha salvato soltanto quei cani. Ha salvato la prova.»
Renato lasciò cadere le chiavi nella polvere.

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