PARTE 4 — Quando le iene circondarono Maya e il suo cucciolo, tre ombre nere irruppero nella riserva e il mio collega impallidì

PARTE 4

…La comunicazione si interruppe con un fruscio.

Per qualche secondo nessuno si mosse.

Nemmeno le iene.

Maya teneva Kibo contro il fianco, mentre i tre cani neri restavano davanti a lei. Carbone aveva il muso sporco di sangue, Ombra zoppicava e Moro tremava così forte che la terra gli vibrava sotto le zampe.

Io guardai Renato.

— Chi ha aperto il cancello principale?

— Non lo so.

— Il registro era nella torre.

— Non l’ho preso io.

Elena attraversò il cancello divelto con il vecchio furgone e frenò accanto al fuoristrada. Il suo viso era teso, ma non spaventato.

— Ho visto un camion bianco uscire dalla strada di servizio — disse. — Aveva il simbolo della riserva coperto da una lamiera.

— Targa?

— Parzialmente coperta. Ma il conducente non era solo.

Lidia si avvicinò.

— Chi c’era con lui?

Elena indicò Renato.

— Un uomo con la tua giacca.

Renato abbassò gli occhi verso il proprio giubbotto. Sulla manica mancava il distintivo metallico, quello che tutti i responsabili dei settori dovevano portare.

— Me l’hanno rubato ieri — disse.

— E non hai fatto rapporto? — domandai.

— Non pensavo fosse importante.

La voce di Elena uscì dura.

— Nella tua riserva avete perso un registro, un cancello e quasi due elefanti. Non esiste più niente di poco importante.

Da lontano arrivò un rumore di motore.

Ci voltammo tutti verso la strada settentrionale.

Il camion bianco non era andato lontano. Era fermo oltre la collina, nascosto dietro i cespugli. Il conducente aveva spento le luci.

Carbone sollevò la testa.

Maya fece un passo verso il rumore.

— No — dissi. — Resta qui.

L’elefantessa non mi guardò. Fissava la collina, il corpo teso, la proboscide sollevata.

Kibo si mosse verso di lei.

I tre cani si disposero davanti al giovane, come se avessero capito che il pericolo non era più nel recinto delle iene.

Renato arretrò.

— Daniel, dobbiamo portare Maya al settore centrale.

— Perché?

— Perché lì ci sono muri più alti.

— E perché vuoi allontanarla dalle telecamere?

Il suo volto si irrigidì.

— Non so di cosa stai parlando.

Lidia prese la cartella dal cofano e la sollevò.

— Di questa annotazione. È stata scritta sei anni fa, il giorno in cui i cuccioli furono salvati. Qualcuno sapeva che Maya sarebbe potuta rimanere incinta di nuovo. Qualcuno voleva che il suo nuovo piccolo fosse separato da lei.

Renato si voltò verso la recinzione.

— Non capite niente.

— Allora spiegalo — disse Elena.

L’uomo rimase in silenzio per un istante. Poi tirò fuori dalla tasca un piccolo coltello pieghevole.

Non lo aprì.

Ma tutti lo videro.

Io afferrai il braccio di Lidia e la spinsi dietro il fuoristrada.

— Renato, posa il coltello.

— Non voglio farvi del male.

— Allora lascialo cadere.

Le sue dita si contrassero sul manico.

Maya emise un suono basso.

Il terreno sembrò rispondere.

Renato lasciò cadere il coltello.

— Il registro non contiene soltanto le nascite — disse. — Contiene i trasferimenti. Le morti. Gli animali venduti senza autorizzazione.

Elena impallidì.

— Venduti a chi?

— A collezionisti. A circhi privati. A gente che pagava per avere animali esotici lontano dagli occhi di tutti.

Sentii un peso gelido nello stomaco.

— E Maya?

Renato guardò Kibo.

— Quando è nato, ho ricevuto un ordine. Dovevo registrarlo come morto dopo pochi giorni. Poi avrebbero trasferito Maya in un’altra struttura e venduto il piccolo.

Kibo emise un barrito breve.

Maya si spostò davanti a lui.

— Perché non l’hai fatto? — chiese Lidia.

Renato si passò una mano sul viso.

— Perché non riuscivo a togliere il cucciolo a quella madre. Non dopo aver visto che cosa aveva fatto per quei cani.

— Però hai tenuto nascosta la minaccia — dissi.

— Ho cercato di guadagnare tempo.

— Aprendo una recinzione?

Renato scosse la testa.

— Il cancello l’hanno aperto loro. Io ho cancellato il rapporto perché sapevo che il direttore avrebbe usato il caos per far sparire il registro. Ma non pensavo che avrebbe liberato le iene.

Il camion sulla collina accese i fari.

Elena si voltò.

— Il direttore è lì?

Renato annuì.

— E l’uomo che porta il registro è suo cognato. Se arriva al ponte, la strada conduce direttamente fuori dalla riserva.

Non avevamo tempo per aspettare aiuto.

Lidia prese la radio.

— Torre, chiudete il cancello meridionale. Nessuno lasci il perimetro.

Una voce rispose tra le interferenze.

— Non possiamo. Il pannello di controllo è stato manomesso.

Guardai il vecchio canale di scolo. Correva sotto la collina e passava proprio accanto alla strada del camion.

— Elena, i cani conoscono il sentiero?

— Lo percorrono ogni giorno per andare al pascolo.

— Riescono a inseguire il camion senza avvicinarsi alle ruote?

Elena non esitò.

— Se li chiamo insieme, sì.

Mi inginocchiai davanti a Carbone. Il cane respirava con difficoltà, ma mi fissava.

— Portaci da chi ha preso il registro.

Carbone inclinò la testa.

Elena fischiò due volte.

I tre cani scattarono.

Corsero lungo il canale, lontani dalla strada principale. Io e Lidia li seguimmo a piedi, mentre Elena rimase vicino a Maya e Kibo. Renato venne con noi, pallido, senza più tentare di nascondersi.

Il camion avanzò sulla collina.

Carbone accelerò.

Ombra si staccò dal gruppo e scomparve tra le sterpaglie. Moro attraversò il canale e riapparve dall’altra parte. I tre stavano tagliando la strada al veicolo.

Il camion frenò bruscamente.

Un uomo scese dalla cabina con il registro stretto al petto.

— Indietro! — gridò.

Carbone ringhiò.

L’uomo alzò un bastone.

Ombra gli morse la manica e lo fece cadere. Il registro scivolò nella polvere. Moro si sdraiò sopra di esso, proprio come Maya aveva fatto con loro anni prima.

Il conducente scese dal camion con una spranga.

Renato gli si mise davanti.

— Basta, Sergio.

— Spostati.

— Non questa volta.

Sergio sollevò la spranga.

Renato lo colpì al polso con il proprio braccio. La spranga cadde. I due rotolarono nella sabbia.

Io arrivai al registro e lo raccolsi.

La copertina era umida di polvere, ma le pagine interne erano integre.

Lidia fotografò ogni riga con il telefono della riserva.

— Abbiamo tutto — disse. — Nomi, date, pagamenti e numeri delle casse.

Sergio sputò a terra.

— Non sapete con chi vi state mettendo contro.

Elena arrivò con i tre cani alle calcagna.

— Sì, lo sappiamo. Con uomini che hanno paura di un’elefantessa e di tre cani.

Sergio guardò Carbone.

— Quei randagi non avrebbero dovuto essere vivi.

Renato si fermò.

Io pure.

— Che cosa significa? — domandai.

Sergio capì di aver parlato troppo tardi.

— Il serpente non era scappato da solo — disse Renato, con voce spezzata. — Sei anni fa l’avevano lasciato uscire per creare un incidente. Volevano che i cuccioli morissero, così nessuno avrebbe protestato quando Maya fosse stata trasferita.

Mi tornò davanti agli occhi la terra rovente, il corpo della pitone, la zampa di Maya che colpiva il terreno.

Non era stata una disgrazia.

Era stato un piano.

E Maya aveva distrutto quel piano prima ancora che noi capissimo di essere coinvolti.

Le sirene della sicurezza interna risuonarono dalla strada principale. Non c’era bisogno di trasformare tutto in una scena di vendetta. Il registro parlava abbastanza.

Sergio fu portato via dagli uomini della direzione regionale arrivati poco dopo. Il direttore cercò di negare ogni cosa, ma aveva lasciato la propria firma su tre pagine e il suo numero di telefono accanto ai pagamenti.

Renato consegnò la tessera e le chiavi della manutenzione senza che gliele chiedessero.

— Non voglio restare — disse.

Lidia lo guardò.

— Dopo quello che hai fatto?

— Voglio testimoniare. E voglio riparare la recinzione con le mie mani.

Non gli risposi subito.

Poi indicai il settore degli elefanti.

— Comincerai dal cancello che hai lasciato aperto.

Renato annuì.

Non era perdono.

Era il primo lavoro che avrebbe dovuto fare senza nascondere nulla.

Quando tornammo da Maya, la trovammo accanto a Kibo. La sua gamba posteriore era ferita, ma il veterinario disse che non c’erano fratture. Kibo continuava a toccarle il fianco con la proboscide.

Carbone si avvicinò lentamente.

Maya abbassò il muso.

Il cane appoggiò la fronte contro la sua proboscide.

Ombra si sdraiò nella polvere. Moro si infilò tra le sue zampe anteriori e chiuse gli occhi.

Elena si asciugò le lacrime con il dorso della mano.

— Posso lasciarli qui stanotte?

— Solo nella zona di sicurezza — rispose Lidia.

— E domani?

Guardai Maya, poi i tre cani e infine Kibo.

— Domani costruiremo un passaggio controllato tra il loro settore e quello degli elefanti.

Lidia mi fissò.

— Sei sicuro?

— Sì. Maya ha scelto loro molto prima che noi capissimo quanto fossero importanti.

Quella notte il registro rimase nella sala principale, dentro una cassaforte aperta e sotto gli occhi di tre responsabili diversi. Nessuno lo avrebbe più fatto sparire.

La vecchia fotografia venne inserita nel fascicolo ufficiale della riserva.

Sul retro, accanto alla data, scrissi i nomi dei tre cani.

Carbone.

Ombra.

Moro.

Non come animali restituiti.

Come testimoni.

All’alba, Maya si alzò lentamente. Kibo le camminò accanto. I tre cani li seguirono fino alla rete nuova, dove Renato stava fissando l’ultimo bullone.

Maya si fermò davanti a lui.

Renato abbassò gli occhi verso il terreno.

— Ho capito — disse.

L’elefantessa allungò la proboscide e sfiorò il metallo appena fissato.

Poi guardò i cani.

Carbone abbaiò una sola volta.

E dalla parte opposta della recinzione, il piccolo Kibo rispose con un barrito che fece correre tre ombre nere lungo la stessa linea di terra dove tutto era cominciato.

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