PARTE 4 — Lasciai mio marito dopo aver letto un messaggio, ma quando tornai a casa la sua nuova compagna smise di sorridere

PARTE 4

Io non avevo firmato quella ricevuta.

Lo dissi piano, ma Alexej mi sentì.

— Non dire sciocchezze — mormorò. — Avrai dimenticato.

— Non ho dimenticato nulla.

Viktor prese il telefono dalle mie mani e ingrandì la fotografia. La firma aveva la mia iniziale, il mio cognome e persino la piccola inclinazione finale che usavo sui moduli di lavoro.

Ma la curva della “O” era troppo larga.

— Andiamo in banca — disse Viktor. — Adesso.

— Io vengo con voi — dichiarò Alexej.

— No.

— Quel conto è anche mio.

— E proprio per questo resterà qui, a disposizione della banca e delle autorità, se necessario.

Alexej diventò pallido.

— Mi stai accusando di falsificazione?

— Non ancora — rispose Viktor. — Ma ti sto dicendo di non peggiorare la tua posizione.

Alle quindici e venti eravamo nella filiale del centro. La pioggia batteva contro le vetrate e il pavimento lucido rifletteva le luci bianche del soffitto. Il direttore ci fece accomodare in una stanza stretta, con una pianta di plastica impolverata nell’angolo.

Davanti a noi c’erano il modulo contestato, il registro elettronico e il filmato della telecamera interna.

— L’operazione è stata eseguita ieri alle undici e dodici — spiegò il direttore. — Sono stati trasferiti quattrocentomila rubli su un conto intestato a una società di servizi automobilistici.

— Quale società? — chiesi.

Lui esitò.

— Una ditta collegata a un conoscente del signor Morozov.

Mi si strinse lo stomaco.

— Io ieri ero al lavoro.

— Lo sappiamo. Abbiamo già ricevuto la conferma della sua presenza in fabbrica.

Viktor indicò lo schermo.

— Mostrateci il filmato.

La registrazione partì. Si vedeva una figura con cappuccio entrare nella filiale. Si avvicinava allo sportello, consegnava un documento e firmava.

Il volto era nascosto, ma la mano era chiaramente maschile.

— Potrebbe essere chiunque — disse il direttore.

Viktor fermò l’immagine.

Sul polso della figura si vedeva un orologio con il cinturino metallico graffiato.

Lo stesso orologio che aveva urtato le mie ricevute quel pomeriggio.

— Alexej — dissi.

Il direttore abbassò gli occhi.

— Abbiamo anche una registrazione audio dello sportello.

Viktor fece partire il suono.

La voce era bassa, affrettata.

“Lei non verrà mai a controllare. È troppo orgogliosa per tornare.”

Riconobbi quella voce prima ancora che pronunciasse il mio nome.

Era Alexej.

Non provai soddisfazione. Provai una stanchezza profonda, come se all’improvviso avessi dovuto portare sulle spalle anche la sua paura.

— La firma non è mia — dissi.

— Lo confermerà un perito — rispose Viktor. — E il trasferimento potrà essere bloccato.

Il direttore chiamò l’ufficio competente. Nel frattempo il telefono di Viktor squillò.

— È il suo avvocato — mi disse.

Rispose in vivavoce.

— Signor Sergeevic, il mio cliente vuole trovare un accordo immediato — disse una voce maschile. — È disposto a lasciare a Olga l’automobile e a pagare una somma ridotta.

— Dopo aver trasferito denaro con una firma contestata? — domandò Viktor.

Dall’altra parte calò il silenzio.

— Non posso continuare a rappresentarlo — disse infine l’avvocato. — Mi ha informato solo di una parte dei fatti. Rinuncio al mandato.

La chiamata terminò.

Alexej arrivò in banca venti minuti dopo. Entrò fradicio, senza giacca, con i capelli incollati alla fronte.

— Olga, ascoltami.

— Ti ascolto.

— Ho preso quei soldi solo per proteggermi. Pensavo che avresti portato via tutto.

— Hai falsificato la mia firma.

— Volevo restituirli.

— Quando?

Non seppe rispondere.

Viktor gli consegnò una copia del verbale.

— Domani presenteremo tutto al tribunale.

Alexej lesse le prime righe. Poi alzò lo sguardo.

— Puoi ancora ritirare la denuncia.

— Non ho presentato nessuna denuncia.

— Ma lo farai.

— Se sarà necessario, sì.

Fu allora che Alexej sentì la propria voce riprodotta dagli altoparlanti della banca. La frase sul mio orgoglio riempì la stanza un’altra volta.

“È troppo orgogliosa per tornare.”

Lui si voltò verso lo schermo, come se avesse sperato di vedervi qualcun altro.

— Io non ho detto questo.

— L’hai detto tu — risposi.

Rimase in silenzio. Per la prima volta non poteva correggere il passato con una spiegazione.

Nei giorni successivi tentò di riprendere il controllo. Telefonò a mia madre, ai miei colleghi, perfino al direttore della fabbrica.

— Olga sta esagerando — ripeteva. — È confusa, vuole vendicarsi.

Io non risposi a nessuno.

Quando mi scrisse “Parliamone da adulti”, inoltrai il messaggio a Viktor.

Quando mi mandò una fotografia del nostro salotto vuoto, non provai dolore. Sapevo che aveva tolto i mobili per far sembrare l’appartamento meno mio.

Il tribunale fissò l’udienza dopo tre settimane. Prima ancora di entrarvi, l’accordo fu firmato: la casa sarebbe stata venduta, il ricavato diviso secondo le quote stabilite, l’automobile sarebbe rimasta a me fino alla conclusione della verifica sui beni, e Alexej avrebbe restituito ogni somma trasferita illegalmente.

Raisa venne a trovarmi il giorno prima.

La aspettavo nel mio piccolo appartamento, con due tazze di tè sul tavolo e il portachiavi a forma di casetta accanto al piattino.

— Non sono venuta per difendere mio figlio — disse.

— Perché sei venuta?

— Per chiederti scusa.

Guardai le sue mani. Le teneva strette sul grembo.

— Ti ho chiamata ragazza ragionevole solo perché pensavo che avresti rinunciato. Non avevo capito che stavi cercando di sopravvivere.

— Non devi chiedermi perdono per lui.

— Lo so. Ma devo smettere di coprirlo.

Le servii il tè.

— Alexej come sta?

— Male. Ma non sei più tu a doverlo salvare.

Quelle parole mi rimasero dentro.

L’udienza durò meno di un’ora. Il giudice riconobbe la natura comune dell’appartamento e dell’automobile, considerò validi i miei versamenti e dispose il recupero della somma sottratta dal conto. La verifica sulla firma fu trasmessa agli investigatori.

Alexej non mi guardò quando uscimmo.

Nel corridoio, però, mi raggiunse.

— Olga.

Mi fermai.

— Che cosa vuoi?

— Ricominciare. Non con Jana. Con te.

— Non puoi ricominciare dopo aver cancellato ogni traccia di rispetto.

— Posso cambiare.

— Forse. Ma non accanto a me.

Il suo viso si spezzò, non per il denaro, ma perché capì che non avevo più bisogno della sua promessa.

Due mesi dopo mi trasferii in un appartamento più piccolo, vicino al fiume. Trovai lavoro nell’ufficio amministrativo di una cooperativa e smisi di accettare turni extra ogni fine settimana.

La mattina bevevo caffè davanti alla finestra. La sera camminavo lungo l’argine, senza controllare il telefono ogni cinque minuti.

Con il denaro della vendita comprai una casa modesta, non perfetta, ma soltanto mia. La prima cosa che feci fu appendere il portachiavi a forma di casetta vicino all’ingresso.

Il tetto giallo era ancora scheggiato.

Un sabato di novembre venne a trovarmi mia nipote Anja. Disegnò con i pastelli una casa enorme, un albero storto e una donna davanti alla porta.

— Sei tu? — le chiesi.

— Sì. Ma non sei triste.

— No.

— Perché?

Guardai il disegno.

— Perché adesso la porta si apre dall’interno.

A dicembre cadde la prima neve. Il quartiere diventò silenzioso, e sulle finestre comparvero piccoli disegni di ghiaccio.

Quel giorno ricevetti l’ultimo messaggio di Alexej.

“Ho venduto la macchina. Sto pagando tutto. Se un giorno vorrai parlarmi, io ci sarò.”

Lessi il testo una sola volta.

Poi risposi:

“Ti auguro di stare bene. Io ho già ricominciato.”

Non aggiunsi altro.

Posai il telefono e presi il portachiavi. Lo smalto giallo sul tetto rifletteva la luce della lampada, piccolo e imperfetto, ma ancora intero.

Lo appesi alla parete della mia nuova casa.

Quella volta la chiave era soltanto mia.

Missed the beginning?

← Read the story from part one

Оцените статью