PARTE 4 — Mia suocera teneva mia figlia sopra la neve per una tazza di latte, ma quando arrivarono i soccorsi mio marito impallidì

PARTE 4

…Il medico mi portò in una stanza laterale alle tredici e dieci. Sul tavolo c’era una cartella aperta, una penna nera e un bicchiere d’acqua che nessuno aveva toccato.

—Non voglio spaventarla —disse il dottor Rinaldi —ma negli esami di sua figlia è comparso un sedativo leggero.

Mi aggrappai allo schienale della sedia.

—Giulia non prende medicine senza di me.

—Lo so. Per questo abbiamo ripetuto il test.

—E il risultato?

—Lo stesso.

Il rumore del reparto continuava oltre la parete: ruote di letti, passi veloci, una voce che chiamava un’infermiera. Io, invece, non sentivo più nulla.

—Potrebbe averlo assunto per errore? —domandai.

—Forse. Ma nella borsa di sua figlia abbiamo trovato una bottiglietta di sciroppo senza etichetta.

—La borsa era rimasta a casa.

Il medico annuì lentamente.

—Ecco perché dobbiamo sapere chi l’ha preparata.

Tornai nella stanza di Giulia con le gambe molli. Il suo viso era ancora caldo, ma il respiro si era fatto regolare. Sul comodino c’erano il suo orsacchiotto e il guanto rosso con la stellina gialla. Quel guanto mancava da quando l’avevo portata via dal cortile. Non ricordavo di averlo raccolto.

Lo presi tra le dita.

Dentro la lana c’era un odore dolciastro, simile a quello della vaniglia.

Chiamai Sara.

—Portami la borsa di Giulia. E non toccare nulla.

Alle tredici e quaranta arrivò con la borsa dentro una federa pulita. Il medico la aprì usando guanti monouso. La bottiglietta era nascosta sotto una confezione di fazzoletti. Il liquido trasparente si muoveva appena quando il contenitore veniva inclinato.

—Questa non era nella borsa ieri sera —disse Sara.

—Chi ha preparato le cose di Giulia? —chiesi.

La risposta mi venne prima ancora di pensarci.

—Marco.

Alle quattordici, Marco fu richiamato nella stanza. L’agente era con lui. Aveva il volto teso, ma continuava a parlare come se il problema fosse soltanto la scena nel cortile.

—Non potete trattarmi come un criminale —disse. —Sono il padre.

—E io sono la madre —risposi. —Chi ha messo questo nella borsa?

Gli mostrai la bottiglietta.

Marco diventò immobile.

—Non lo so.

—La borsa l’hai preparata tu.

—Ho messo il pigiama e il termometro.

—E il guanto?

Guardò la lana rossa tra le mie dita.

—Non ricordo.

Il dottor Rinaldi intervenne con calma.

—Sua figlia ha assunto un sedativo. Potrebbe essere stato somministrato prima di uscire di casa.

Marco fece un passo indietro.

—Mia madre non avrebbe mai fatto una cosa simile.

—Non ho nominato sua madre —disse il medico.

La frase gli colpì il volto come uno schiaffo.

In quel momento ricevetti una chiamata da un numero dell’ospedale. Era l’infermiera del turno notturno.

—Signora Elena, ho controllato il registro degli accessi —disse. —Ieri sera, alle ventidue e trenta, suo marito è venuto a prendere un modulo per la dimissione anticipata di Giulia.

—Ma Giulia non era dimessa.

—Lo so. E non era solo. Con lui c’era una donna che si è presentata come sua madre.

Guardai Vittoria attraverso il vetro del corridoio. Era seduta su una sedia, con le mani sulle ginocchia e il cappotto ancora macchiato di neve. Non sembrava più una donna furiosa. Sembrava una persona che aveva capito che il piano si stava sgretolando.

—Ha firmato qualcosa? —chiesi.

—Ha provato a ritirare la bambina. Le ho detto che non poteva. Prima di andare, ha lasciato cadere un foglio.

—Che foglio?

—Una dichiarazione già compilata. Diceva che lei aveva aggredito sua suocera e che sua figlia era stata trovata in condizioni di abbandono.

Chiusi gli occhi.

Non volevano soltanto provocarmi. Avevano preparato la versione dei fatti prima ancora che accadesse la scena.

Marco si sedette lentamente.

—Vittoria mi aveva detto che lo sciroppo serviva a far dormire Giulia durante il viaggio —mormorò.

—Quale viaggio?

—Voleva portarla da sua sorella in collina. Diceva che lì sarebbe stata al sicuro.

—Senza il mio consenso?

Marco non rispose.

L’agente prese il telefono e chiamò qualcuno. Io rimasi accanto a Giulia, stringendo il suo guanto rosso. La campanella del braccialetto emise un suono leggerissimo quando la bambina mosse il polso.

Vittoria entrò senza aspettare il permesso.

—Io volevo solo salvarla —disse.

—Da chi?

—Da te. Da quella tua rabbia. Da tutti i tuoi drammi.

—Hai sollevato una bambina febbricitante per una gamba.

—Perché non mi ascoltava!

—Ha quattro anni.

—E tu la stai crescendo come una creatura fragile. Piange e tu corri. Ha paura e tu cedi. Un giorno ti rovinerà la vita.

Sentii Giulia svegliarsi.

—Mamma?

Vittoria si voltò verso il letto.

—Amore, la nonna voleva aiutarti.

Giulia si rannicchiò contro il cuscino.

—Non voglio la nonna.

Vittoria ebbe un sussulto.

—Tu non capisci.

—Capisce più di te —dissi.

Marco si alzò.

—Mamma, vattene.

Vittoria lo fissò.

—Dopo tutto quello che ho fatto per te?

—Hai quasi fatto morire mia figlia.

—Ho fatto ciò che mi hai chiesto.

La stanza si svuotò di ogni rumore.

Marco impallidì.

—Non dire sciocchezze.

—Mi hai detto di renderla spaventata. Mi hai detto che Elena doveva perdere il controllo. Mi hai promesso che, dopo, Giulia sarebbe venuta a vivere con noi.

Marco fece un passo verso di lei.

—Basta.

—E mi hai dato la chiave.

L’agente non disse nulla. Non ne aveva bisogno. Vittoria aveva consegnato con la propria voce l’ultima parte del piano.

Marco si lasciò cadere sulla sedia. Io lo guardai e capii che la cosa che voleva più di tutto non era proteggere Giulia. Voleva evitare di perdere la casa, il denaro e la fiducia della madre. Vittoria gli aveva promesso di coprire i suoi debiti se fosse riuscito a ottenere il controllo della bambina e a vendere l’appartamento dove vivevamo.

Nel cassetto della scrivania trovammo anche il contratto preliminare per la vendita. La firma di Marco era in fondo. La mia era stata imitata.

Quello fu il colpo che lo fece cedere.

—Avevo bisogno di quei soldi —disse. —Vittoria mi aveva detto che, con Giulia affidata a me, avrei potuto vendere senza che tu mi fermassi.

—Hai usato nostra figlia per pagare i tuoi debiti.

Marco si coprì il volto.

—Pensavo che non sarebbe arrivato a questo punto.

—Tutto arriva a un punto quando lo prepari con cura.

Quella sera Giulia rimase in ospedale sotto osservazione. La sostanza nel suo sangue fu identificata come un sedativo presente in casa di Vittoria. Il medico disse che la dose non era stata letale, ma che, con la febbre alta e il freddo, avrebbe potuto provocare conseguenze gravi.

Marco firmò la rinuncia temporanea a qualunque visita non sorvegliata. Non gliela chiesi io. Fu lui a farlo dopo aver visto Giulia ritrarsi quando provò ad avvicinarsi.

—Non voglio che mi guardi così —disse.

—Allora guarda tu ciò che hai fatto.

Vittoria dovette consegnare le chiavi e il suo telefono. Il divieto di avvicinamento fu esteso anche a lei, ma quella non fu la parte che mi diede sollievo. Il sollievo arrivò quando Ada consegnò la registrazione della telecamera del suo ingresso e confermò ogni passaggio. Non ero più sola dentro la mia parola.

Tre giorni dopo, Giulia tornò a casa. Aveva ancora tosse e camminava lentamente, ma teneva il suo guanto rosso nella mano destra. Io avevo cambiato la serratura, non per chiudermi al mondo, ma perché nessuno potesse più entrare nella vita di mia figlia fingendo di avere il diritto di farlo.

Marco venne una volta, accompagnato da sua sorella, non da Vittoria. Rimase sul marciapiede e lasciò a Giulia una scatola di legno. Dentro c’era il suo braccialetto con la campanella: si era sganciato durante la scena nel cortile.

Giulia lo prese, ma non andò verso di lui.

—Papà, se vuoi vedermi, devi dire la verità anche quando ti fa perdere qualcosa.

Marco annuì, con gli occhi pieni di lacrime.

—Lo farò.

—E la nonna non deve più sapere dove sono.

—Va bene.

Giulia si voltò verso di me.

—Mamma, posso cucire la campanella sul guanto?

Mi inginocchiai davanti a lei.

—Certo.

Quella sera la cucimmo insieme, passando il filo attraverso la lana rossa e la stellina gialla. Quando Giulia mosse la mano, il piccolo suono d’ottone riempì la stanza.

Non era un suono forte.

Ma questa volta lo sentimmo tutti.

Giulia sollevò il guanto verso suo padre, oltre il vetro dell’ingresso dell’ospedale, e disse: —Adesso, se mi cerchi, ascolta la campanella.

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