PARTE 4 — Un uomo mi fece un complimento durante la festa, ma quando Adriano si avvicinò, il sorriso di tutti scomparve

PARTE 4

Per qualche secondo nessuno nel deposito riuscì a parlare.

Poi Adriano si mosse.

—Portatela fuori.

—Non vengo da nessuna parte con te —dissi.

La mia voce tremava, ma rimasi in piedi.

Adriano si fermò.

Era la prima volta che qualcuno gli dava un ordine senza abbassare lo sguardo. Forse per questo non si arrabbiò.

—Hai ragione —disse. —Non hai alcun motivo per fidarti di me.

Luca sollevò il telefono di Bianchi.

—La chiamata è stata inoltrata attraverso tre numeri. La clinica San Marco è una trappola.

—Lo so —rispose Adriano.

—Eppure vuoi andarci.

—Sì.

—Da solo, come hanno chiesto.

—No.

Adriano mi guardò.

—Ci andrò con lei, se vorrà venire. Ma non la lascerò mai più decidere della sua vita senza sapere tutta la verità.

Quelle parole avrebbero dovuto consolarmi.

Invece mi fecero male.

Il mio telefono cominciò a squillare. Era Marco, il supervisore del Palazzo Ombra.

—Sofia, dove sei? Bianchi ha mandato due uomini a cercarti in cucina.

—Non tornare lì —disse Adriano.

—Non stavo chiedendo il tuo permesso.

—Lo so.

Risposi a Marco.

—Sto bene.

—La polizia è arrivata al palazzo. Stanno facendo domande sulla festa e sul bacio.

Chiusi gli occhi.

Anche quella notte, che sembrava iniziata con un complimento e una gelosia assurda, aveva lasciato dietro di sé una scia di armi, minacce e segreti.

—Marco, dimettimi.

—Che cosa?

—Non posso più tornare.

—Sofia, ascoltami. Il tuo nome è finito in mezzo a gente pericolosa.

—Lo so.

—Allora lasciati aiutare.

—Per la prima volta, voglio scegliere da sola.

Riattaccai.

Pochi minuti dopo arrivò un altro messaggio. Questa volta era dell’avvocato di Bianchi.

Il debito resta valido. Se Sofia parla, verrà accusata di frode e complicità.

Luca lesse il messaggio e scosse la testa.

—Non rappresenterò più Bianchi.

Adriano si voltò.

—Sei sicuro?

—Ho difeso uomini colpevoli, ma non ho mai difeso un ricatto costruito sulla vita di una ragazza. Domattina consegnerò tutto alla procura.

—Potrebbero distruggerti.

—Allora sarà la prima cosa onesta che mi succede da anni.

All’alba entrammo in una stanza sicura sopra il porto. Le pareti odoravano di calce e il termosifone batteva a intervalli regolari.

Adriano collegò il telefono di Bianchi a un altoparlante.

—Prima di andare alla clinica, devi ascoltare qualcosa.

—Ho già ascoltato mio padre.

—No. Questo è stato registrato questa sera.

Premette un tasto.

La voce di Bianchi riempì la stanza.

—Adriano non toccherà la ragazza. È troppo orgoglioso. Le basterà un po’ di paura e verrà da me in ginocchio.

Un altro uomo chiese:

—E se lui reagisse?

—Allora useremo la figlia. Gli uomini come Moretti non temono la morte. Temono di scoprire che tutto ciò che hanno protetto non è mai stato loro.

La registrazione continuò.

—Dopo la clinica, elimineremo la ragazza e faremo ricadere la colpa su Adriano. La polizia troverà il corpo, il debito e una storia perfetta.

La voce di Bianchi si interruppe.

Io rimasi con gli occhi fissi sull’altoparlante.

Avevo passato un anno a pagare rate per un debito che non esisteva. Avevo lavorato fino a farmi sanguinare i piedi. Avevo creduto che mio padre mi avesse lasciata sola anche dopo la morte.

Invece aveva mentito su ogni cosa.

Adriano rimase in silenzio.

—Dillo —mormorai.

—Che cosa?

—Dì che anche tu hai paura.

La sua mascella tremò appena.

—Ho paura.

Fu la prima volta che lo vidi senza la corazza.

—Ho paura di averti trovata troppo tardi. Ho paura che tu mi odi. E ho paura che, se ti lascio andare, qualcuno ti porti via di nuovo.

Non gli perdonai tutto in quel momento.

Ma gli credetti.

La clinica San Marco si trovava fuori città, dietro una fila di cipressi. Arrivammo alle otto e dieci del mattino con due automobili della procura e un ordine di perquisizione firmato da un magistrato.

La donna che ci aspettava all’ingresso era pallida.

—Mi chiamo Elena Valli —disse. —Ero l’infermiera presente quando Sofia è nata.

Adriano fece un passo verso di lei.

—Chi ha ordinato la morte di sua madre?

Elena abbassò lo sguardo.

—Non Bianchi.

Io sentii il fermaglio premere contro la cute.

—Chi, allora?

La donna porse a Luca un registro originale, nascosto per ventinove anni dentro un armadio della lavanderia.

In fondo alla pagina c’era la firma di Cesare Moretti, il fratello maggiore di Adriano.

Adriano impallidì.

—Mio zio.

—Voleva il controllo dei beni della famiglia —disse Elena. —Tua madre aveva scoperto che stava rubando denaro. Dopo il parto ordinò che la bambina fosse dichiarata morta. Tuo padre venne manipolato. Cesare fece sparire i documenti e pagò tuo padre per portare via la bambina.

—Dov’è Cesare? —chiesi.

Luca guardò il registro.

—È il presidente della fondazione Moretti.

Adriano chiuse gli occhi.

Per tutta la vita aveva protetto un uomo che aveva distrutto la nostra famiglia.

La procura lo arrestò quella stessa mattina nella sala riunioni della fondazione. Cesare non oppose resistenza finché non vide me.

—Tu sei morta —disse.

—A quanto pare, sono difficile da eliminare.

Adriano non urlò. Non lo colpì. Si limitò a consegnare agli agenti la registrazione e il registro.

La giustizia fece il resto.

Bianchi fu arrestato tre giorni dopo in un albergo sul confine. Il suo avvocato si dichiarò testimone dell’accusa. Il debito venne annullato e i documenti falsi furono distrutti davanti a me.

La parte più difficile, però, arrivò dopo.

Tornai nella stanza dove avevo vissuto per otto anni. Era piccola, con una finestra che dava sul cortile interno. Sul comodino c’era ancora la fotografia di mio padre, piegata in un angolo.

Presi la valigia.

Non portai la fotografia.

Lasciai anche il vecchio quaderno su cui avevo scritto ogni pagamento, ogni minaccia, ogni notte in cui avevo pensato di non farcela.

Nella stanza rimase soltanto il segno più chiaro lasciato dal fermaglio a forma di rondine sul legno del comodino.

Adriano aspettò fuori dalla porta.

—Posso entrare?

—Non ancora.

—Va bene.

—Non chiamarmi figlia davanti agli altri.

—Va bene.

—Non comprarmi una casa.

—Va bene.

—E non pensare che un esame del sangue basti a diventare mio padre.

Adriano abbassò gli occhi.

—Non lo penso.

—Che cosa vuoi, allora?

—Avere la possibilità di meritarmelo.

Passarono cinque mesi.

Mi trasferii a Torino e trovai lavoro in una piccola libreria vicino al fiume. La mattina alzavo la serranda alle nove. Il pomeriggio sistemavo romanzi sugli scaffali e bevevo caffè troppo amaro dietro il bancone.

Era una vita semplice.

Per questo mi sembrava enorme.

Adriano veniva ogni domenica, ma non entrava mai senza telefonare. A volte restava soltanto dieci minuti. A volte mi aiutava a montare una mensola. Non parlava della famiglia, della fondazione o del denaro.

Parlava del tempo.

Della musica che ascoltava da ragazzo.

Del fatto che non sapeva cucinare nemmeno un uovo.

Un pomeriggio gli chiesi di portarmi una fotografia di mia madre.

La settimana seguente arrivò con una scatola di legno chiaro. Dentro c’erano lettere, una collana senza ciondolo e una fotografia di una donna con i capelli raccolti.

—Si chiamava Lucia —disse.

Toccai il bordo della foto.

—Mi somiglia?

—Quando sorridi, sì.

—E quando sono arrabbiata?

—Somigli a te stessa.

Quella risposta mi fece sorridere.

A dicembre cadde il primo fiocco di neve. Mia nipote, la figlia di Luca, venne in libreria con un foglio colorato. Aveva disegnato una rondine enorme sopra una casa gialla.

—È per te —disse.

Lo appesi dietro il bancone.

La sera, mentre chiudevo, arrivò un messaggio da un numero sconosciuto.

Cesare vuole parlarti. Dice che ha informazioni su tua madre. Offre denaro e protezione.

Poco dopo arrivò un secondo messaggio, questa volta dal carcere.

Sofia, non devi credere a tuo zio. Ma se vuoi sapere la verità su Lucia, vieni da sola.

Rimasi a lungo davanti allo schermo.

Poi cancellai entrambi i messaggi.

Adriano mi chiamò.

—Hai ricevuto qualcosa?

—Sì.

—Vuoi che mandi qualcuno?

—No.

—Sofia…

—Ho scelto di non andarci.

Dall’altra parte ci fu silenzio.

—Sono fiero di te —disse.

—Non devi esserlo. Sto soltanto scegliendo la pace.

—È molto più difficile.

—Lo so.

La domenica successiva Adriano arrivò con due tazze di cioccolata calda. Ne rovesciò metà sul marciapiede e rimase a fissare la macchia.

—Non sono migliorato in cucina —disse.

—Era cioccolata da bere.

—Ho fallito comunque.

Ridemmo entrambi.

Prima di andare, mi abbracciò. Questa volta fui io a fare il primo passo.

Non era un abbraccio che cancellava il passato.

Era soltanto un inizio.

Quella sera chiusi la libreria e tolsi il fermaglio dai capelli. L’ala della rondine aveva perso un po’ di lucentezza, ma era ancora intatta.

Lo posai accanto al disegno della bambina.

Per anni lo avevo stretto ogni volta che avevo paura.

Adesso lo lasciai sul bancone, alla luce della vetrina.

La rondine non doveva più volare via.

Era finalmente a casa.

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