Alle due del mattino trovai Mia Harper in ginocchio nel mio studio, con un neonato legato alla schiena e un aspirapolvere più grande di lei tra le mani.
La casa di Beacon Hill era immersa nel buio, ma dal piano superiore arrivava quel rumore irregolare: partenza, arresto, partenza di nuovo. Avevo passato la serata a impedire che tre uomini potenti prendessero una decisione disastrosa, e alle una e quarantasette desideravo soltanto silenzio.
Invece sentii l’aspirapolvere sulle scale di servizio.
Salii senza accendere le luci. La porta del mio studio era socchiusa e una lama dorata illuminava il pavimento di noce.
Mia stava strofinando il panno sul cuoio della scrivania. Aveva le mani arrossate dall’acqua fredda e i capelli raccolti con un elastico giallo, troppo largo per la sua testa. Dietro la schiena, avvolta in uno scialle azzurro scolorito, dormiva Lily, la sorellina di pochi mesi.
La riconobbi subito. Mia Harper, sei anni. Sua madre, Grace, lavorava per me da otto anni.
Otto anni, pensai. E io non sapevo nemmeno che avesse due figlie.
Mia afferrò l’aspirapolvere con entrambe le mani e lo spinse. Il motore tossì, l’apparecchio si fermò contro il tappeto persiano. Lei strinse i denti, si sistemò lo scialle e controllò che la bambina respirasse.
— Va tutto bene, Lily — sussurrò. — Non svegliarti.
Rimasi nell’ombra.
— Dobbiamo finire prima che torni il signor Duca — aggiunse.
Il panno le cadde dalle dita. Lo raccolse immediatamente.
— Se la mamma perde il lavoro, non avremo più una casa.
Entrai nella luce.
Mia si voltò di scatto. Per un istante il terrore le attraversò il viso. Poi raddrizzò le spalle, come se quel corpo minuscolo potesse proteggere Lily da me.
— Dov’è tua madre? — chiesi.
— È malata.
— E tu stai facendo il suo lavoro?
— La prego, non la licenzi.
La rabbia mi salì alla gola, ma non era rivolta a quella bambina.
— Non ho detto che licenzierò nessuno.
— Il signor Valli ha detto che se lei vede sporco, la manda via.
Arturo Valli era il responsabile della casa. Da quindici anni gestiva il personale e le manutenzioni. Uomo preciso, elegante, sempre con un portasigarette d’argento nella tasca interna della giacca.
— Arturo ti ha detto questo?
Mia abbassò gli occhi.
— Ha detto che la mamma deve recuperare le ore. Anche quando sta male.
Prima che potessi fare un’altra domanda, la bambina guardò oltre la mia spalla.
Non verso di me.
Verso la biblioteca.
La parete coperta di libri occupava quasi tutto il lato nord della stanza. La osservava con un’espressione che mi fece dimenticare il freddo delle sue mani.
— Signor Duca?
— Dimmi.
— Posso farle una domanda?
— Certo.
Mia indicò lo scaffale più alto, quello con i vecchi atlanti rilegati in pelle.
— Perché qualcuno bussa da dietro quella parete ogni notte?
Il mio primo impulso fu ridere. Non ci riuscii.
— Cosa hai detto?
— A volte gratta. A volte fa tre colpi. La mamma dice che me lo immagino.
In quel momento notai una piccola chiave d’ottone sul pavimento, appesa a un nastro rosso. Mia la raccolse e la infilò nella tasca del grembiule.
— Dove l’hai trovata?
— Era sotto i libri. Il signor Valli mi ha detto di non toccarla.
Il mio cuore cominciò a battere più lentamente.
Mi avvicinai alla biblioteca. Avevo posseduto quella casa per nove anni. Ero passato davanti a quella parete migliaia di volte. Non avevo mai trovato una porta.
Mia sollevò un dito.
— Aspetti.
La stanza tornò immobile. Sentii il ticchettio dell’orologio sulla mensola, il respiro leggero di Lily, il vento contro i vetri.
Poi, dietro i libri, qualcosa colpì il muro.
Toc.
Toc.
Toc.
Mia mi afferrò la manica.
— Vede? Non me lo invento.
Allungai la mano verso il primo volume della fila, mentre dalla scala arrivava il rumore lento di passi che si avvicinavano alla porta…
PARTE 2
Allungai la mano verso il primo volume della fila, mentre dalla scala arrivava il rumore lento di passi che si avvicinavano alla porta…
Mia mi guardò senza respirare. Il suo piccolo pugno era ancora chiuso intorno alla mia manica, e il nastro rosso della chiave spuntava dalla tasca del grembiule.
— Nasconditi dietro la scrivania — le dissi.
— E Lily?
— Porta anche lei. In fretta.
La bambina scivolò dietro il mobile con una rapidità che non apparteneva a una bambina di sei anni. Io rimasi davanti alla biblioteca. I passi si fermarono fuori dalla porta.
— Signor Duca? — chiamò Arturo Valli.
La sua voce era calma. Troppo calma.
— Entra.
Arturo comparve sulla soglia con una vestaglia scura e il portasigarette d’argento stretto tra le dita. Aveva i capelli perfettamente pettinati, nonostante fossero le due del mattino.
— Ho sentito un rumore — disse.
— Anch’io.
I suoi occhi si spostarono verso la biblioteca.
— Probabilmente i tubi. Questa parte della casa è vecchia.
— I tubi non bussano tre volte.
Il sorriso gli si incrinò appena.
— Ha bevuto troppo caffè, signor Duca.
— Grace è malata?
Arturo richiuse il portasigarette con un clic metallico.
— Una semplice influenza. Domani starà meglio.
— E sua figlia pulisce il mio studio a mezzanotte?
— La bambina si è offerta.
Da dietro la scrivania arrivò un respiro soffocato. Arturo lo sentì. Il suo sguardo si abbassò per un secondo, poi tornò su di me.
— Mia non dovrebbe essere qui.
— Questo lo so.
— Se sua madre non riesce a lavorare, dovrò sostituirla. La casa non può fermarsi per problemi personali.
Quelle parole mi fecero più effetto del rumore nella parete. Avevo assunto Arturo per mantenere l’ordine, non per terrorizzare una donna malata davanti alle sue figlie.
— Da domani parlerò io con Grace.
— Non è necessario.
— Ti ho detto che parlerò io con lei.
Per la prima volta il suo volto perse colore.
— Come desidera.
Si voltò, ma prima di uscire guardò la biblioteca.
— Alcune porte è meglio lasciarle chiuse.
Aspettai che i suoi passi sparissero. Poi Mia uscì dal nascondiglio con Lily ancora addormentata.
— Lui sa — sussurrò.
— Che cosa?
— Sa chi bussa.
La portai in cucina. Erano le due e venti. Il marmo dell’isola era gelido e il frigorifero ronzava nel silenzio. Preparai il latte per Lily mentre Mia stringeva una tazza di cioccolata calda con entrambe le mani.
— Tua madre ti ha mai detto di non parlare di questa cosa?
Mia guardò la schiuma nella tazza.
— Mi ha detto di non ascoltare. Ma ieri ho sentito una donna piangere.
Mi bloccai con il biberon in mano.
— Una donna?
— Diceva il nome della mamma. Diceva: “Grace, non lasciarmi qui”.
Il biberon mi scivolò quasi dalle dita.
— Dove l’hai sentita?
— Dietro la parete. Poi il signor Valli è arrivato e ha urlato alla mamma.
Alle due e quaranta chiamai Grace. Nessuna risposta. Alle due e quarantasei chiamai di nuovo. Il telefono era spento.
Mia si alzò dalla sedia.
— Devo tornare a casa.
— No. Stanotte resti qui.
— Se il signor Valli si arrabbia…
— Con lui parlerò io.
La bambina mi fissò. Nei suoi occhi c’era la stanchezza di qualcuno che aveva imparato troppo presto a non fidarsi degli adulti.
Alle sette del mattino andai nell’ufficio di Arturo. La stanza odorava di cera e tabacco. Sul tavolo trovai i registri del personale, ma mancavano tre pagine strappate con una precisione quasi chirurgica.
Quando Arturo entrò, aveva già cambiato abito.
— Dov’è Grace? — chiesi.
— A casa sua.
— Il telefono è spento.
— Forse non desidera parlare con lei.
Posò il portasigarette accanto ai registri.
— Mi ascolti bene, signor Duca. Sua madre mi ha lasciato una casa piena di segreti. Io ho sempre protetto il suo nome. Non costringa me a proteggerla da lei stessa.
— Cosa significa?
— Significa che quella parete non nasconde nulla che la riguardi.
— Allora perché hai paura che la apra?
Arturo sorrise, ma la sua mano tremò sulla custodia d’argento.
In quel momento il mio telefono squillò. Era il vecchio architetto della casa, il signor Bellini. Mi disse di aver trovato nei suoi disegni una stanza che non compariva nelle planimetrie moderne.
— C’è un accesso nascosto nella biblioteca — spiegò. — E, Luca, quella stanza fu murata dopo un incendio. Ma qualcuno l’ha riaperta dall’interno.
Guardai Arturo.
Lui capì che avevo sentito ogni parola.
— Non lo faccia — disse piano.
— Ora lo farò.
Tornai nella biblioteca con Mia accanto. Il vecchio orologio segnava le otto e dodici. Inserii la chiave d’ottone nella fessura nascosta dietro l’atlante. Il meccanismo scattò, la libreria vibrò e una parte dello scaffale cominciò lentamente a spostarsi.
Dall’altra parte venne un colpo debole.
Poi una voce spezzata pronunciò il nome di Grace.
Mia lasciò la mia mano e si lanciò verso l’apertura, ma proprio allora il telefono di Arturo squillò nel corridoio e lui urlò qualcosa che mi fece capire che Grace non era affatto a casa…
PARTE 3
Il telefono di Arturo squillò nel corridoio e lui urlò qualcosa che mi fece capire che Grace non era affatto a casa.
— Portala al fiume, subito! — gridò.
Mia impallidì.
— La mamma è con lui.
La libreria si era aperta abbastanza da rivelare una stretta scala di pietra. L’aria che saliva odorava di muffa, cenere e ferro. Presi una torcia dal cassetto della scrivania e chiamai la polizia, poi scesi con Mia dietro di me.
La stanza segreta era più piccola di quanto avessi immaginato. Una lampadina nuda oscillava dal soffitto. A terra c’erano una coperta, una bottiglia d’acqua vuota e una donna rannicchiata contro il muro, con i polsi legati da una striscia di stoffa.
— Elena? — dissi.
La donna sollevò il viso.
Aveva il volto scavato, i capelli pieni di polvere e una cicatrice sopra il sopracciglio. Mia emise un gemito.
— Zia Elena.
Elena la guardò e scoppiò a piangere.
— Mia, non avresti dovuto venire qui.
— La mamma è in pericolo — rispose la bambina. — Il signor Duca ci aiuterà.
Mi inginocchiai e tagliai i legacci con il coltellino che tenevo nel portachiavi.
— Chi ti ha rinchiusa?
Elena si massaggiò i polsi.
— Arturo Valli. Quattro mesi fa ho scoperto che rubava denaro dalla fondazione di tua madre.
— Mia madre?
— Tua madre, Beatrice Duca, aveva creato una fondazione per i dipendenti. Arturo trasferiva i soldi su conti intestati a società inesistenti. Io l’ho affrontato. La sera stessa mi ha aggredita e ha simulato un incendio nell’ala vecchia.
Sentii il pavimento inclinarsi sotto di me.
— Tutti pensavano che fossi morta — continuò Elena. — Arturo ha detto a Grace che mi avrebbe uccisa se avesse parlato. Per mesi Grace mi ha portato cibo di nascosto. Poi lui ha minacciato di licenziarla e di farle perdere la casa.
Mia strinse il bordo dello scialle azzurro.
— Per questo pulivo io.
— Grace non voleva — disse Elena. — Ma ieri Arturo l’ha costretta a seguirlo. Sapeva che stavo per riuscire a mandare una prova a te.
Sul pavimento, accanto alla coperta, vidi una piccola scatola di latta. Dentro c’era una scheda di memoria e un foglio piegato quattro volte.
Elena mi indicò la scheda.
— Ho registrato Arturo quando confessava. La chiave che Mia ha trovato apre il nascondiglio. Non solo questa stanza. Nel suo ufficio c’è il resto dei documenti.
Inserii la scheda nel lettore portatile che tenevo per il lavoro. La registrazione iniziò con un fruscio.
La voce di Arturo riempì la stanza.
“Grace, tua sorella è viva perché io lo decido. Se vuoi che resti viva, firmerai le dimissioni e dirai a Luca che Elena è fuggita con i soldi.”
Poi si sentì la voce di Grace, tremante.
“Non puoi tenerla qui per sempre.”
“Posso tenere chiunque qui dentro. Questa casa appartiene a chi sa usarla.”
Mia si coprì le orecchie. Io sentii il sangue pulsare nelle tempie.
Elena abbassò lo sguardo.
— C’è un’altra cosa. Arturo non rubava soltanto alla fondazione. Aveva preparato una vendita fraudolenta della casa. Domani avrebbe usato la mia presunta morte e le dimissioni di Grace per farle firmare l’ultimo documento.
— Dov’è Grace?
Elena indicò un secondo passaggio dietro una fila di mattoni.
— Arturo l’ha portata al vecchio molo. Ha detto che doveva consegnargli i documenti originali.
La polizia arrivò pochi minuti dopo. Gli agenti entrarono dalla porta principale mentre io e Mia salivamo le scale. Arturo non c’era più. Sul pavimento dell’ufficio era rimasto soltanto il suo portasigarette d’argento, aperto e vuoto.
Il telefono squillò.
Era un numero sconosciuto.
— Parlo con Luca Duca? — chiese un uomo.
— Sì.
— Sono al molo. Ho Grace Harper con me. Se vuole rivederla viva, venga da solo e porti la scheda.
Mia mi prese la mano.
— Non vada da solo.
Dall’altra parte l’uomo rise.
— E porti anche la bambina. Arturo vuole salutarla prima di partire.
La linea cadde.
Guardai Elena, poi gli agenti sulla soglia. Avevamo la prova, ma Arturo aveva Grace. E in quel momento sul mio telefono arrivò un secondo messaggio, accompagnato da una fotografia: Grace legata a una sedia davanti all’acqua nera.
Sotto l’immagine c’erano solo sette parole: “La prossima voce che sentirai sarà la sua…”
Quando Arturo sentì la propria voce, smise di sorridere…
Pensavo che la verità avrebbe chiuso soltanto una porta. Invece ha cambiato la vita di tutti noi, in un modo che non avrei mai previsto.
«La chiave non serve più a nascondere la porta.»
Per la prima volta sorrisi senza paura.
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