La cassiera lasciò cadere il telefono quando riconobbe il volto della bambina seduta accanto a me.
«È lei… è davvero lei», balbettò, premendo una mano contro la bocca.
Tina stringeva ancora il mio pollice. Aveva le labbra screpolate, i capelli pieni di foglie e indossava il mio giubbotto di pelle, troppo grande per il suo corpo magro. Sul pavimento della stazione di servizio, una goccia d’acqua cadde dal suo stivale e rimase a tremare come lei.
«Chiami i soccorsi», dissi. «E dite loro che sua madre è ancora nel burrone.»
La cassiera compose il numero con dita così rigide che sbagliò due volte. Io mi inginocchiai davanti a Tina e le sfiorai la fronte. Bruciava.
«Come ti senti, ragazzina?»
«Ho freddo.»
«Tra poco arriverà un’ambulanza.»
Lei guardò oltre la vetrata, verso la mia motocicletta coperta di polvere.
«Tornerai dalla mamma?»
Non potevo promettere ciò che già sapevo. Le presi la mano.
«Sì. Non la lascio sola.»
Le sirene comparvero dopo pochi minuti, distorte dalle montagne. Due paramedici entrarono di corsa, ma Tina si aggrappò alla mia cintura.
«Non voglio andare senza di lui!»
«Resto qui», le assicurai. «Te lo giuro.»
Mentre la caricavano sull’ambulanza, notai qualcosa che non avevo visto al primo momento: una piccola targhetta di metallo cucita all’interno dello zaino viola. Non riportava il nome di Tina. C’erano soltanto quattro cifre incise: 0714.
Alle dieci e venti arrivò lo sceriffo di Elk Ridge, Owen Price, con il cappello bagnato dalla pioggia improvvisa. Mi studiò dalla testa agli stivali infangati.
«Lei chi è?»
«Taylor Morrison. Gli amici mi chiamano Ghost.»
«E dove ha trovato la bambina?»
«A circa venti miglia da qui, nella gola a nord.»
Il suo sguardo cambiò.
«Quella strada è stata controllata per sei giorni.»
«Allora avete guardato nel posto sbagliato.»
Price si irrigidì. Un giovane agente prese il mio zaino da terra, ma Tina, dalla barella, lanciò un grido.
«No! Non toccatelo!»
Tutti si voltarono.
«Perché?» chiese lo sceriffo.
Tina respirò con fatica.
«Mamma ha detto che dovevo darlo soltanto a qualcuno con il giubbotto di pelle.»
Sentii un peso gelido nello stomaco. Il giubbotto era ancora sulle sue spalle, chiuso fino al collo. Linda lo aveva usato per coprirla durante sei notti, e adesso quella frase sembrava più importante di qualsiasi spiegazione.
«Tina», dissi piano, «tua madre ti ha detto altro?»
La bambina annuì, ma prima che potesse parlare, una berlina nera frenò davanti alla stazione. Un uomo in uniforme militare scese sotto la pioggia e corse verso di noi.
«Dov’è mia figlia?» gridò.
Price impallidì.
L’uomo guardò Tina, poi me, poi lo zaino viola. Infine sussurrò:
«Dovete consegnarmi immediatamente quella bambina.»
Tina si nascose contro il mio petto.
Io feci un passo indietro.
«Prima mi dica chi è.»
L’uomo infilò una mano nella tasca interna della divisa, mentre lo sceriffo portava la mano alla fondina. In quel preciso istante, la porta dell’ambulanza si spalancò e il paramedico gridò che Tina non respirava bene. Price si voltò, l’uomo estrasse qualcosa dalla tasca e io vidi il piccolo zaino viola aprirsi sotto le dita dell’agente…
PARTE 2
…e una fotografia cadde sull’asfalto bagnato.
La raccolsi prima che il vento la trascinasse sotto una pompa di benzina. Era un’immagine sgranata, scattata davanti a un edificio militare. Linda sorrideva, Tina le teneva la mano e, accanto a loro, c’era l’uomo in uniforme.
Sul retro, con la grafia ordinata di Linda, comparivano poche parole: «Se mi succede qualcosa, non fidarti di Daniel David».
L’uomo mi afferrò il polso.
«Quella fotografia è mia.»
«Adesso non lo è più», risposi.
Lo sceriffo Price si mise tra noi.
«Capitano David, faccia un passo indietro.»
«Sono il padre della bambina!»
«E io sono suo padre», gridò Tina dall’ambulanza. «Ma lui non è venuto a salvarmi!»
Quelle parole fecero calare il silenzio. Daniel David impallidì, poi cercò di sorridere.
«È confusa. Ha passato giorni in una gola.»
«No», dissi. «È terrorizzata. È diverso.»
Il paramedico richiuse le porte dell’ambulanza. Tina mi cercò attraverso il vetro e io rimasi lì, con la fotografia stretta tra le dita. Il piccolo rettangolo di carta era umido, ma la frase sul retro non si cancellava.
Price accompagnò Daniel dentro l’ufficio della stazione. Io li seguii. Alle undici e cinque, la pioggia batteva sul tetto di lamiera e il neon sopra la scrivania tremava a ogni tuono.
«Dove si trovava la notte dell’incidente?» chiese lo sceriffo.
«A Denver.»
«Testimoni?»
«Ero solo.»
«Perché Linda avrebbe scritto questo?»
Daniel si voltò verso di me.
«Perché mia moglie aveva problemi. Era ossessionata dall’idea che qualcuno la seguisse.»
«Eppure lei è arrivato qui prima dei soccorritori», osservai.
«Ho ricevuto una telefonata.»
«Da chi?»
Daniel rimase in silenzio.
Io posai la fotografia sulla scrivania. «Sua moglie mi ha detto di cercare qualcuno che sembrasse un padre. Non ha mai pronunciato il suo nome.»
La mascella di Daniel si tese.
«Lei non sa nulla della mia famiglia.»
«So che sua figlia aveva fame, sete e paura. So che sua moglie l’ha protetta con il proprio corpo. E so che lei non era nel burrone quando serviva.»
Il pugno di Daniel colpì la scrivania. Il neon smise di tremare per un istante, come se anche la stanza avesse trattenuto il respiro.
Price estrasse il contenuto dello zaino: una borraccia vuota, un coniglietto di stoffa, due matite spezzate e un piccolo registratore nero avvolto in una busta impermeabile.
Sul registratore era inciso lo stesso numero: 0714.
«Lo accendiamo?» chiese lo sceriffo.
Daniel fece un passo avanti.
«No.»
«Perché?»
«Perché appartiene a mia moglie.»
«Allora sarà lei a decidere», dissi.
Price collegò il registratore a un vecchio altoparlante. Per qualche secondo si sentì soltanto un fruscio. Poi arrivò la voce di Linda, stanca, lontana, ma chiarissima.
«Tina, se ascolti questo, significa che non sono riuscita a tornare.»
La bambina, dall’ambulanza, sentì la voce attraverso la porta aperta e cominciò a piangere.
Daniel si voltò verso l’uscita.
Price lo bloccò.
«Resta qui.»
La registrazione proseguì.
«Non è stato un cervo. E non devi fidarti dell’uomo che dice di essere tuo padre. Il numero sette-zero-uno-quattro indica…»
Un colpo improvviso fece saltare l’audio. Le luci si spensero. Nel buio, qualcuno urlò fuori dalla stazione.
Quando il generatore si riaccese, Daniel non era più davanti alla scrivania. La porta posteriore oscillava ancora, mentre sul pavimento brillava il registratore caduto.
Price corse fuori. Io guardai lo schermo del mio telefono, che fino a quel momento non aveva avuto segnale. Era comparso un messaggio da un numero sconosciuto:
«Avete trovato la bambina. Ora sapete dove portarla.»
Sotto il testo c’era una fotografia scattata pochi secondi prima: Tina dentro l’ambulanza, e io accanto a lei.
Ma nella foto, riflesso nel vetro, si vedeva qualcuno che ci osservava da molto più vicino di quanto avremmo immaginato…
PARTE 3
…nel riflesso compariva una figura con un cappuccio scuro, ferma dietro il distributore dell’acqua.
Price rientrò con la pistola in mano.
«La macchina di David è sparita.»
«E il registratore?»
«È danneggiato, ma la scheda è intatta.»
Alle undici e quaranta, nell’ambulanza parcheggiata davanti alla stazione, un tecnico riuscì a recuperare il file. Tina dormiva con una coperta sulle ginocchia e stringeva il mio vecchio fazzoletto da motociclista, quello con un piccolo teschio ricamato all’angolo.
L’audio ripartì.
La voce di Linda era più bassa, spezzata dal dolore.
«Il numero 0714 è il codice del deposito sette, scaffale quattordici, presso la base di Fort Calder. Lì ho lasciato le prove che Daniel vendeva farmaci militari a una rete privata. Ho scoperto i suoi trasferimenti di denaro. Quando mi ha capito, ha manomesso la macchina.»
Price guardò me, poi Tina.
«Linda sapeva che sarebbe stata inseguita.»
«E ha cercato di portare via sua figlia», dissi.
La registrazione continuò.
«Daniel non vuole soltanto il denaro. Vuole il registro. Se mi succede qualcosa, la persona con il giubbotto di pelle deve consegnare Tina alla dottoressa Reeves dell’ospedale di Saint Mary. Non a Daniel. Mai a Daniel.»
Tina aprì gli occhi.
«Mamma lo sapeva», sussurrò.
«Sì», le risposi. «E ha fatto tutto per proteggerti.»
Daniel era il padre biologico di Tina, ma Linda aveva già chiesto la separazione e preparato una denuncia. Il suo tentativo di fuga era terminato in quella gola quando un altro veicolo l’aveva spinta fuori strada. La storia del cervo era stata soltanto l’ultima bugia che Linda era riuscita a raccontare alla figlia per impedirle di guardare indietro.
Price prese il microfono della radio.
«Mandate pattuglie al deposito di Fort Calder. David è armato e conosce la zona.»
In quel momento il telefono dell’ambulanza squillò. Il paramedico rispose e impallidì.
«È l’ospedale. La dottoressa Reeves è stata trovata nella sua casa. È viva, ma qualcuno ha rovistato ovunque.»
Tina si aggrappò alla mia mano.
«Vogliono il deposito?»
Price annuì lentamente.
«E se David non trova il registro, cercherà chi può portarlo a lui.»
Mi guardò.
Fu allora che capii che il messaggio non era una minaccia generica. Qualcuno sapeva che io ero con Tina, sapeva dove ci trovavamo e sapeva del giubbotto.
Il telefono vibrò di nuovo.
Questa volta arrivò un messaggio vocale. Lo ascoltammo tutti.
La voce di Daniel era calma.
«Ghost, se vuoi che la bambina resti viva, porta lo zaino al vecchio deposito prima di mezzanotte. Vieni da solo.»
Tina sollevò il viso pallido.
«Non andare.»
La strinsi più forte.
«Non ci andrò da solo.»
Price caricò la pistola e si avvicinò alla porta.
«Andremo insieme.»
Fuori, tra le montagne, il vento cominciò a fischiare. E mentre l’ambulanza partiva verso l’ospedale, io notai un dettaglio che nessun altro aveva visto: sul sedile posteriore della mia motocicletta c’era una seconda busta impermeabile, infilata sotto il giubbotto.
Non l’avevo messa io.
Sul davanti, con la grafia di Linda, c’erano tre parole: «Per Taylor Morrison.»
La aprii con le mani tremanti e lessi la prima riga. In quel momento capii che la verità peggiore non riguardava soltanto Daniel…
La lettera di Linda cambiò tutto ciò che credevo…
Pensavo di aver salvato soltanto una bambina. Nel finale ho scoperto perché sua madre aveva scelto proprio me.
«Adesso siamo tutti insieme.»
Per la prima volta, non riuscii a rispondere.
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