La voce di Rita uscì dal telefono di Pasha come un colpo di martello, proprio mentre io stringevo tra le dita la tazza con il piccolo faro dipinto sul bordo.
— Verremo tutti da voi al mare! — annunciò lei, allegra. — Arriviamo il quindici. Preparate le stanze!
Era sabato mattina, poco dopo le nove, e sulla veranda della nostra casa a Sukko profumavano il caffè, il ginepro e la carne marinata. Pasha aveva le mani sporche di spezie. Il nostro golden retriever, Bostan, dormiva sotto la vite e sollevò appena un orecchio.
Sul telefono compariva il nome di Rita.
— Tutti chi? — chiese Pasha, già irrigidito.
— Io, Igor, il piccolo Vovka, sua madre Svetlana, Denisa e Masha. E anche Mikki, naturalmente. Il cane dorme nel trasportino, non darà fastidio.
Posai lentamente la tazza sul tavolo di legno. Il disegno del faro era scheggiato proprio sopra il manico. Lo avevo comprato il primo giorno in cui avevamo visto il mare insieme, anni prima, quando quella casa era ancora un edificio umido con il tetto sfondato.
— Aspetta — disse Pasha. — Denisa e Masha sono sempre i benvenuti. Ma gli altri… Rita, noi lavoriamo. Non è un albergo.
Lei rise, ma la risata sembrò improvvisamente vuota.
— Non cominciare con le tue storie. Avete tre camere per gli ospiti. Noi ci sistemiamo da soli. Basta che Anna cucini qualcosa e ci faccia trovare la casa in ordine.
Sentii il calore del caffè trasformarsi in amarezza.
Quella casa era mia. L’avevo comprata con i soldi dell’appartamento lasciatomi da mia nonna, prima ancora di sposare Pasha. Avevo scelto ogni piastrella, litigato con gli operai, passato notti intere sui preventivi. Pasha aveva lavorato con me, certo, ma la proprietà e ogni ricevuta erano intestate a me.
Non avevo mai usato quel fatto contro di lui. Non ne avevo avuto bisogno.
— I biglietti sono già presi — continuò Rita. — Il treno arriva alle diciotto. Ci servono due automobili per venire a prenderci.
Pasha chiuse gli occhi per un secondo.
— Rita, non puoi decidere da sola che vivrai in casa nostra.
— Io sono la madre dei tuoi figli.
Quelle parole lo colpirono esattamente dove lei voleva. Le spalle di Pasha cedettero. Lo conoscevo bene: avrebbe preferito dormire in garage piuttosto che sentirsi accusare di essere un padre cattivo.
Mi guardò.
Non disse nulla, ma nei suoi occhi lessi una preghiera: resistiamo qualche settimana, Anna. Per i ragazzi.
Mi alzai. Il faro dipinto sulla tazza scivolò contro il piattino producendo un tintinnio sottile.
— Ciao, Rita — dissi, prendendo il telefono.
Dall’altra parte calò il silenzio.
— Ah. Ci sei anche tu.
— Sì. E vorrei chiarire una cosa prima che tu salga su quel treno.
— Non serve chiarire niente. Abbiamo già organizzato tutto.
— Invece serve. Denisa e Masha possono venire. Tu, Igor, Vovka, Svetlana e il cane no.
Pasha trattenne il respiro.
Rita smise di ridere.
— Come hai detto?
— Ho detto che questa non è una casa vacanze gratuita. È la nostra casa. E non hai il diritto di prenotarla per nove persone senza chiederlo.
— Prenotarla? Ma tu senti quello che dici? Sono i miei figli!
— Appunto. E saranno sempre accolti. Ma non userai loro per trascinare qui tutta la tua famiglia.
Per alcuni secondi sentii solo il vento muovere le foglie della vite.
Poi Rita parlò con una calma molto più minacciosa della sua rabbia.
— Va bene, Anna. Se vuoi fare la matrigna cattiva, fallo fino in fondo. Però prima di sera riceverai qualcosa che ti farà cambiare idea…
La chiamata si interruppe. Pasha fissò lo schermo, mentre Bostan si alzava di scatto.
Un minuto dopo, il suo telefono vibrò.
Sul messaggio apparve una fotografia. Pasha la guardò, impallidì e mi porse il telefono senza dire una parola. Nell’immagine si vedeva il nostro cancello… e una mano che stava infilando qualcosa tra le sbarre…
PARTE 2
La mano nella fotografia stringeva una busta color crema, infilata proprio sotto la targa di legno con scritto “Casa del Ginepro”.
— Quando è stata scattata? — chiesi.
Pasha ingrandì l’immagine. Sul bordo compariva l’ora: 8:47.
— Questa mattina — mormorò.
Mi precipitai verso il cancello. Bostan mi seguì abbaiando, le zampe che battevano sulle mattonelle calde. La busta era davvero lì, umida di rugiada e chiusa con un adesivo dorato a forma di conchiglia.
Dentro c’era un foglio piegato in quattro.
“Se non cambierete idea, parleremo con i bambini. E racconteremo loro che il padre preferisce una donna estranea a loro madre.”
Sotto, nessuna firma.
Pasha si appoggiò al palo del cancello.
— Non posso permettere che mettano i ragazzi contro di me.
— E quindi cosa vuoi fare? Lasciare entrare tutti?
— Non lo so.
— Pasha, lei non ti ha chiesto ospitalità. Ti ha messo davanti a un ricatto.
Il suo viso si contrasse.
— Sono i miei figli, Anna.
— Lo so. È proprio per questo che non devi lasciarti guidare dalla paura.
Alle dieci e mezza eravamo nello studio, davanti al computer. La stanza era piccola, con una libreria di pino e una ventola che cigolava a ogni giro. Pasha continuava a guardare il foglio come se potesse cambiare da solo.
— Scrivile che possono venire i ragazzi — dissi.
— E il resto?
— Il resto resta fuori.
Pasha compose il messaggio, ma prima di inviarlo il telefono squillò. Era Denisa.
— Papà, è vero che non vuoi farci entrare? — chiese la bambina.
Pasha impallidì.
— Certo che voglio vedervi, tesoro. Tu e Masha potete venire quando volete.
— Mamma dice che Anna ci odia e che se non veniamo tutti dovremo restare a casa.
Mi si chiuse lo stomaco.
— Denisa — dissi piano — io non vi odio. La vostra stanza è pronta da settimane.
— Allora perché mamma piange?
Pasha strinse la mascella.
— Perché gli adulti a volte si arrabbiano per cose che non riguardano i bambini.
— Posso venire lo stesso?
— Sì. Te lo prometto.
Quando la chiamata finì, rimasi con le mani appoggiate alla scrivania. Avevo passato anni a proteggere i ragazzi dai conflitti dei grandi. Ora qualcuno stava usando la loro voce come un coltello.
A mezzogiorno arrivò un’altra sorpresa. Il mio telefono ricevette una notifica da un sito di alloggi. Pensai fosse pubblicità, finché vidi la fotografia della nostra veranda.
La didascalia diceva: “Villa privata sul mare, nove posti letto, soggiorno dal quindici al ventinove”.
Rimasi immobile.
— Pasha — chiamai.
Lui venne alle mie spalle.
— Questa è casa nostra.
— Lo vedo.
Scorremmo le immagini. C’erano la cucina, la camera matrimoniale, perfino il cassetto azzurro del bagno dove tenevo le medicine. L’annuncio era stato pubblicato due settimane prima con un nome falso, ma il numero di contatto apparteneva a Rita.
Il prezzo per quattordici notti era quasi tremila euro.
Pasha si sedette.
— Forse… forse voleva soltanto trovare qualcuno disposto a pagare le spese.
Lo guardai.
— Ha messo in affitto una casa che non è sua.
— Non lo sapevo.
— Nemmeno io. Ma qualcuno le ha dato fotografie dettagliate.
In quel momento il campanello suonò.
Fuori c’era Viktor, il nostro vicino, con una scatola di cartone tra le braccia. La posò a terra e si tolse il cappello.
— Anna, l’ho trovata dietro il capanno. Pensavo fosse roba vostra.
Aprii la scatola. Dentro c’erano copie di alcune nostre chiavi, fotografie stampate della casa e un piccolo quaderno con date, stanze e nomi di ospiti.
Pasha sussurrò:
— Chi è entrato qui?
Prima che potessi rispondere, arrivò un messaggio da un numero sconosciuto.
“Alle diciotto saremo al cancello. Se non aprite, abbiamo un modo per entrare.”
Il sangue mi rimbombò nelle orecchie.
Sollevai il coperchio della scatola e vidi, in fondo, una chiave nuova con un’etichetta di plastica: “Ingresso principale”.
Ma quella chiave non l’avevo mai fatta…
PARTE 3
La chiave nuova non entrava nella serratura del cancello. Entrava invece nella porta laterale, quella che usavamo per portare dentro la legna.
Lo capii quando Pasha la provò con le mani tremanti, alle tredici e dieci, mentre il sole faceva brillare la polvere sul pavimento dell’ingresso.
La porta si aprì.
Nessuno parlò.
Sul muro vidi un segno fresco, una striscia nera lasciata probabilmente da una valigia. Qualcuno era entrato in casa almeno una volta.
— Chiamo la polizia — dissi.
Pasha annuì, ma proprio in quel momento sentimmo un’automobile fermarsi davanti al cancello.
Rita scese per prima. Indossava un vestito bianco, occhiali enormi e un sorriso che non aveva nulla di cordiale. Dietro di lei c’erano Igor, Svetlana, il bambino, Denisa e Masha. Mikki abbaiava dentro un trasportino.
— Perché avete chiuso? — domandò Rita.
— Perché non siete invitati — risposi.
— Abbiamo già pagato.
— A chi?
Rita si bloccò.
Igor guardò altrove.
Pasha fece un passo verso il cancello.
— Rita, entra soltanto con i bambini. Il resto deve andare in albergo.
— Non farai questa scenata davanti a loro.
— La scenata l’hai organizzata tu.
Lei indicò il telefono che stringeva nella mano.
— Ho un accordo scritto. Hai accettato di ospitarci.
— Io non ho firmato nulla.
— Non tu. Anna.
Mi mostrò una pagina stampata. In fondo c’era una firma con il mio nome.
Mi sentii gelare.
— È falsa.
Rita sorrise.
— Allora dimostralo.
In quel momento arrivò la pattuglia che avevo chiamato. Con gli agenti c’era Elena, l’avvocata che mi aveva seguito per l’acquisto della casa. Portava una cartella rigida e una chiavetta nera attaccata a un cordino rosso.
— Anna, hai controllato la casella di posta? — mi chiese.
— No.
— Fallo adesso.
Aprii il portatile sul cofano dell’automobile. Elena collegò la chiavetta. Sullo schermo comparvero i dati dell’annuncio, i messaggi scambiati con gli ospiti e una registrazione della telecamera installata sopra la porta laterale.
Vidi Rita entrare in casa quattordici giorni prima, usando una chiave. Dietro di lei c’era Igor. Fotografavano le stanze, aprivano armadi, misuravano i letti.
Poi Rita si voltò verso la telecamera e disse chiaramente:
— Pagheranno tutto in anticipo. Quando arriveranno, Anna non potrà mandarci via senza sembrare una pazza. Pasha farà il resto.
Sul prato cadde un silenzio assoluto.
Pasha fissava lo schermo con il volto svuotato.
— Rita… sei entrata qui senza permesso?
— Avevo una chiave.
— Che non ti ho dato io.
— Sei il padre dei miei figli. Questa casa dovrebbe essere anche un po’ loro.
Elena aprì la cartella.
— La casa è intestata ad Anna. La chiave è stata duplicata senza autorizzazione. L’annuncio contiene una firma contraffatta e una richiesta di pagamento ricevuta da cinque famiglie.
Igor sbiancò.
— Rita, mi avevi detto che la casa era di Pasha.
— Stai zitto.
— Mi avevi detto che avremmo guadagnato abbastanza per pagare i debiti.
Denisa cominciò a piangere. Masha le prese la mano.
Pasha si inginocchiò vicino al cancello.
— Ragazze, voi non c’entrate niente. Vi amo. Ma vostra madre ha fatto una cosa grave.
Rita afferrò il trasportino del cane.
— Non finisce qui. Ho già parlato con un’assistente sociale. Dirò che impedisci ai tuoi figli di vedere il padre.
L’agente le chiese di restare ferma per identificare tutti. Lei rise, ma la sua voce era ormai spezzata.
Elena mi tirò da parte.
— C’è un altro problema.
— Quale?
Mi mostrò una seconda stampa, rimasta nascosta sotto il contratto falso.
Era una comunicazione della banca. Qualcuno aveva chiesto un prestito usando la casa come garanzia e il mio nome come proprietaria.
In fondo alla pagina compariva la data del giorno seguente.
Elena abbassò la voce.
— Se questa richiesta fosse stata approvata, domani avresti potuto perdere tutto.
Guardai Rita, che discuteva con l’agente davanti ai bambini.
Lei non sapeva ancora che la banca aveva già chiamato il notaio…
Quando ascoltò la propria voce, smise di sorridere…
Credevo che il peggio fosse soltanto una casa invasa senza permesso. Poi ho scoperto quanto lontano fosse arrivato il piano. E chi aveva davvero pagato il prezzo.
«Non puoi continuare a salvarla dalle conseguenze delle sue decisioni.»
Per la prima volta, nessuno provò a contraddirlo.
👇 Il finale della storia è già aperto.






