Ho trovato una madre legata a un palo sotto la pioggia, ma quando ho tagliato la corda una donna impallidì

La prima cosa che sentii quella mattina non fu il pianto dei cuccioli, ma il raschiare disperato delle unghie contro il fango.

Erano le sei e venti, e la strada verso il mercato sembrava un nastro nero steso tra i campi. La pioggia cadeva da tutta la notte. Io spingevo il mio carretto di verdure con il bavero della giacca chiuso fino al mento, quando vidi il vecchio palo di legno piegato accanto alla curva.

Al palo era legata una cagna.

La corda le passava intorno al collo e al corpo, stretta così forte che a ogni respiro il suo petto si sollevava con fatica. Il pelo, fradicio e sporco, aderiva alle ossa. Sotto di lei, tre cuccioli tremavano nella terra bagnata.

Mi fermai.

Il carretto continuò a scivolare per qualche centimetro, poi una ruota affondò nel fango con un rumore sordo. In quel momento un camion passò sulla strada e sollevò una cascata d’acqua. I tre cuccioli alzarono insieme le testoline. La madre si tese verso di loro.

La corda le entrò ancora più nella pelle.

— Piano, mamma — mormorai. — Sono qui.

Non abbaiò. Non ringhiò. Mi guardò soltanto, con occhi così stanchi che sentii qualcosa stringermi la gola.

Avevo con me il coltello corto con il manico di ulivo, quello che usavo per tagliare lo spago delle cassette. Lo presi dalla tasca, ma non mi avvicinai subito. Con gli animali spaventati, un movimento sbagliato può diventare una condanna.

— Non voglio farti male — dissi, tenendo la mano bassa. — Devi solo fidarti di me per un minuto.

La cagna abbassò il muso verso il cucciolo più piccolo. Lo leccò sulla fronte, ma il piccolo rimase immobile. Gli altri due si premettero contro il suo ventre, cercando un calore che quasi non aveva più.

Io mi inginocchiai nel fango.

La stoffa dei miei pantaloni si inzuppò subito, e il freddo mi attraversò le ginocchia. Infilai due dita sotto la corda. A malapena ci riuscivo. Era diventata dura come legno per l’acqua, il sale e la terra. Sotto il nodo, la pelle della cagna era arrossata e gonfia.

— Chi può aver fatto una cosa simile? — sussurrai.

Una donna con un ombrello si fermò dall’altra parte della strada.

— È lì da ieri sera — disse. — Ho pensato che qualcuno sarebbe tornato.

— E lei non si è fermata?

La donna strinse le labbra.

— Avevo fretta.

Quelle due parole mi fecero più male della pioggia.

Dal cortile vicino uscì un uomo con gli stivali da lavoro. Rimase a distanza, con le mani nelle tasche.

— Non toccarla — disse. — Potrebbe mordere.

— Potrebbe morire — risposi.

L’uomo guardò altrove.

Presi il coltello e infilai la lama sotto la corda. La cagna tremò così forte che il palo vibrò insieme a lei. Mi fermai.

— Guardami — le dissi.

Lei sollevò gli occhi.

Tagliai una fibra. Poi un’altra. Il manico di ulivo mi scivolava nel palmo, e le dita mi dolevano per il freddo. Ogni volta che la lama avanzava, il cucciolo più debole emetteva un lamento sottile.

— Ancora un momento — promisi. — Ancora uno.

Un’automobile rallentò, ma non si fermò. Il conducente osservò la scena attraverso il parabrezza e ripartì. La donna con l’ombrello fece un passo indietro.

Il nodo era quasi reciso. Spinsi la lama sotto l’ultima parte della corda e la cagna, all’improvviso, tese il corpo verso i cuccioli. Il coltello si fermò a un soffio dalla pelle.

— Ferma, mamma. Ferma!

Lei rimase immobile.

Con due dita tirai la corda lontano dal collo. Sollevai la lama. Il nodo cedette con uno schiocco secco, e il capo spezzato mi cadde nel palmo.

La cagna era libera.

Eppure non fece un passo. Rimase davanti al palo, tremando, con i tre cuccioli stretti alle zampe. Io stavo per togliermi la giacca quando lei girò bruscamente la testa verso la cunetta piena d’acqua, come se avesse sentito qualcuno chiamarla da lì…

PARTE 2

…La sua testa rimase orientata verso la cunetta, e per un istante pensai di aver immaginato tutto. Poi udii un suono debole, quasi coperto dalla pioggia.

Un lamento.

La cagna fece un passo, ma le gambe le cedettero. Mi appoggiai subito al palo per non cadere e le posai davanti la mano aperta.

— Aspetta. Prima mettiamo al sicuro questi tre.

Lei mi fissò, ansimando. Non aveva più la corda a stringerle il petto, ma respirava ancora come se il nodo fosse lì.

Presi la giacca dal carretto e la stesi accanto ai cuccioli, con la fodera asciutta rivolta verso l’alto. Il tessuto odorava di cipolle, terra e fumo della stufa. Non era molto, ma era più caldo del fango.

Il primo cucciolo si trascinò sulla giacca. Il secondo lo seguì, aggrappandosi con le unghiette a una cucitura interna. Il terzo rimase indietro.

— Questo è troppo debole — disse la donna con l’ombrello, che nel frattempo si era avvicinata. — Non ce la farà.

— Non lo decida lei — risposi.

Mi sporsi lentamente. Il cucciolo aprì la bocca, ma non uscì alcun suono. Aveva una zampa coperta di fango e il ventre rigido per il freddo.

La madre si mise tra noi.

Non ringhiò. Abbassò soltanto il muso, come per dire che quello era il suo bambino e che nessuno avrebbe dovuto portarlo via senza il suo permesso.

— Va bene — dissi. — Fai tu.

Ritirai la mano.

La cagna annusò il cucciolo, poi guardò me. Per qualche secondo restammo così, immobili sotto la pioggia. Infine lo spinse piano con il naso. Il piccolo scivolò verso la mia mano.

Lo raccolsi insieme a un angolo della giacca. Era leggero quasi quanto una pagnotta vuota.

— Così, piano — sussurrai.

Lo adagiai nella cassetta di legno del carretto, quella dove mettevo le zucchine. La coprii con un panno pulito. Il primo cucciolo arrivò da solo, seguito dal secondo. La madre camminava accanto a me, a un palmo di distanza, senza perdere di vista nessuno.

L’uomo con gli stivali si avvicinò finalmente.

— A casa mia ho una lampada a gas — disse. — Posso prenderla.

— Prenda anche una coperta.

— E se la cagna non entra?

— Lascerà che siano i suoi cuccioli a decidere.

L’uomo annuì e corse via. La donna con l’ombrello rimase ferma, guardando il pezzo di corda nel fango.

— Io quella corda l’ho vista ieri sera — confessò. — Era già legata.

— Ha visto chi l’ha lasciata?

La donna abbassò gli occhi.

— Un furgone bianco. Ma pioveva forte. Non ho riconosciuto la targa.

La cagna emise un gemito e si voltò di nuovo verso la cunetta.

Questa volta lo sentii anch’io.

Un verso breve. Poi un colpo contro qualcosa di metallico.

Lasciai il manico del carretto e mi avvicinai all’acqua. La cunetta era profonda, piena di foglie, rami e sacchetti trascinati dalla corrente. Il rumore proveniva da una vecchia grata di scarico, quasi completamente coperta dal fango.

La madre mi raggiunse e infilò il muso tra le canne. Il suo corpo magro tremava, ma non per il freddo. Si mise a scavare con una zampa.

— Matteo! — gridò l’uomo dal cortile. — Ho trovato la coperta!

— Porta anche una pala!

La cagna cominciò a guaire.

Mi inginocchiai davanti alla grata e tastai il fango con entrambe le mani. Toccai una plastica rigida, poi qualcosa che si mosse sotto di essa.

Il mio cuore iniziò a battere così forte che per un istante non sentii più la pioggia.

— C’è qualcuno lì dentro — dissi.

La donna con l’ombrello si portò una mano alla bocca.

La madre guardò me, poi i tre cuccioli sulla giacca, poi la grata. Non poteva raggiungere ciò che c’era sotto. La corda aveva forse impedito anche quello.

Afferrai il bordo arrugginito della grata e tirai. Non si mosse. Il fango mi entrò sotto le unghie. Tirai ancora, mentre la cagna spingeva il muso contro il metallo.

Allora, dal fondo della cunetta, arrivò un lamento più forte.

E subito dopo sentii il pianto di un cucciolo che non avevo mai visto…

PARTE 3

…Il pianto arrivò una seconda volta, più fioco, ma abbastanza chiaro da far impallidire tutti.

L’uomo tornò con una pala e una coperta sulle spalle.

— Che cosa c’è? — chiese.

— Un cucciolo sotto la grata.

Lasciò cadere la coperta nel fango e si mise accanto a me. La lama della pala colpì la terra bagnata con un rumore metallico. Io scavai con le mani, lui allargò la cunetta. La madre restava accanto alla grata, premendo il muso contro le sbarre.

— Dev’essere caduto dentro — disse la donna.

— No — risposi. — Qui qualcuno ha messo una cassa sopra il canale.

Sotto il fango comparve una piccola cassetta di plastica rossa, chiusa da un coperchio deformato. Non era stata trascinata lì dalla corrente. Aveva ancora una maniglia rivolta verso l’alto.

La cagna la riconobbe prima di noi. Si agitò, graffiando la terra con una forza che non credevo le fosse rimasta.

— Piano — le dissi. — Lo tiro fuori.

Sollevai il coperchio. Dentro c’era un quarto cucciolo, avvolto in un sacchetto di tela fradicio. Aveva una zampa incastrata in un anello di plastica e respirava a scatti.

— È vivo! — gridò l’uomo.

La madre emise un suono che non avevo mai sentito, metà lamento e metà grido, e cercò di infilarsi nella cassetta. Le presi il muso tra le mani.

— Aspetta. Se ti muovi, lo faccio male.

Il cucciolo aveva un piccolo nastro giallo legato intorno al collo. Sul nastro era cucita una targhetta con un numero, non un nome. La riconobbi subito: era il tipo di contrassegno usato dal deposito municipale per identificare gli animali catturati.

La donna sussurrò:

— Quindi qualcuno li aveva portati via da un rifugio?

Scossi la testa.

— Non lo so. Ma chi ha legato la madre sapeva che avrebbe cercato questo cucciolo.

Liberai la zampa con il coltello. Il piccolo non reagì. Lo avvolsi nella parte asciutta della coperta e lo portai contro il petto. Sentii un battito minuscolo, irregolare.

La madre mi seguì fino al carretto. Quando le avvicinai il cucciolo, lo annusò, poi gli leccò il muso. I tre fratelli si mossero sotto la giacca. Per la prima volta, tutti e quattro emisero un debole verso.

Io sentii le gambe cedere.

Non avevo salvato una cucciolata. Avevo trovato una famiglia che qualcuno aveva cercato di dividere.

L’uomo con gli stivali mi guardò.

— Conosco una veterinaria in paese. Si chiama Elena. Possiamo portarglieli subito.

— Andiamo.

Rivestii la cagna con la mia giacca e sistemai i quattro cuccioli nella cassetta. Lei saltò sul pianale con una fatica enorme, poi si accovacciò intorno a loro.

Dopo pochi minuti arrivammo alla piccola clinica di Elena. Erano le sette e dieci. La veterinaria aprì la porta ancora in pigiama, con i capelli raccolti alla meglio.

— Matteo, che cosa hai combinato?

— Ho trovato una madre e quattro cuccioli.

Elena li visitò uno per uno. Il quarto era il più grave, ma respirava. La cagna aveva ferite profonde sotto il pelo e un’infezione al collo.

Quando Elena vide il nastro giallo, si fermò.

— Questo numero appartiene al canile comunale — disse. — La madre si chiama Lilla. È stata registrata tre settimane fa insieme a quattro cuccioli.

— E perché uno era in una cassetta sotto una grata?

Elena mi guardò senza rispondere.

In quel momento il telefono della clinica squillò. Lei ascoltò in silenzio, poi impallidì.

— È il responsabile del canile — disse. — Vuole sapere dove avete trovato Lilla.

— Digli la verità.

Elena strinse il telefono.

— Matteo, lui sostiene che la cagna sia scappata durante il trasferimento e che i cuccioli non siano mai stati quattro.

Dall’altra parte della linea arrivò una voce rabbiosa. Elena mise il vivavoce.

— Riportate immediatamente gli animali al deposito — ordinò l’uomo. — Non avete autorizzazione per tenerli.

Guardai Lilla. Aveva sollevato la testa, nonostante il dolore, e teneva una zampa sopra il cucciolo più debole.

Poi il telefono di Elena emise un altro suono. Un messaggio. Lei lo aprì e il colore le scomparve dal volto.

— Matteo — disse piano — qualcuno mi ha appena inviato una registrazione della notte in cui Lilla è stata legata al palo. E nella registrazione si vede chi ha portato la cassetta alla cunetta…

PARTE FINALE

La vecchia corda tornò davanti ai miei occhi…

Pensavo che salvare Lilla significasse soltanto tagliare una corda. Poi ho scoperto quanto dolore fosse stato nascosto dietro quel nodo.

Quando ascoltò la propria voce, smise di respirare.
«Il quarto non è mai entrato nel registro.»
E per la prima volta sembrò davvero solo.

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