PARTE 4
La prossima firma sarebbe stata quella di Anna.
Per alcuni secondi nessuno parlò.
Poi Elena strappò il telefono dalle mani dell’agente e ingrandì la fotografia. La panchina si trovava davanti alla scuola di Chiara. L’uomo accanto a lei teneva una cartella marrone e guardava verso chi stava scattando.
«Mia nipote è ancora lì?» domandai.
«Sua sorella la sta andando a prendere» rispose l’agente.
Chiamai mia sorella con le dita rigide.
«Prendila e non lasciarla sola. Siamo già in viaggio.»
«Anna, che cosa succede?»
«Te lo spiego dopo. Vai subito.»
Dall’altra parte sentii il rumore di una porta sbattere, poi la voce spaventata di Chiara.
«Zia, perché c’è un signore che mi ha chiesto se conoscevo Viktor?»
Chiusi gli occhi.
«Non rispondere a nessuno. Arrivo.»
Elena non perse tempo. Chiamò il tribunale, la polizia giudiziaria e l’istituto di credito che risultava nella falsa vendita. Ogni telefonata aumentava il fruscio delle carte sulla scrivania.
Viktor, invece, continuava a cercare di comandare la situazione dal corridoio.
«Voglio il mio avvocato!» gridò.
Un uomo elegante arrivò venti minuti dopo, con una valigetta lucida e un fazzoletto piegato nel taschino. Ascoltò Viktor per meno di un minuto, poi entrò nella stanza dove eravamo noi.
«Signora Rinaldi, il mio cliente sostiene che ci sia stato un malinteso.»
Elena non alzò nemmeno lo sguardo.
«Il suo cliente è stato ripreso mentre minacciava la mia assistita, possiede una lista di vittime e ha conservato una procura falsificata.»
«La registrazione potrebbe essere contestata.»
«E le impronte sulla cassetta?»
L’avvocato rimase in silenzio.
«Voglio vedere Viktor» disse.
«Prima deve dirmi se intende rappresentarlo anche quando emergeranno i prestiti ottenuti con documenti falsi» rispose Elena.
L’uomo chiuse la valigetta.
«Mi ritiro dall’incarico.»
Viktor lo sentì dal corridoio.
«Cosa significa che ti ritiri?»
«Significa che non posso difenderti.»
«Ti pagherò.»
«Con quali soldi?»
Fu la prima volta che Viktor non ebbe una risposta pronta.
Più tardi, nella sala degli interrogatori, gli fecero ascoltare la registrazione. Io ero dietro il vetro insieme a Elena e Marco. La sua stessa voce riempì la stanza.
“Se non firmi, farò in modo che tutti credano che sei stata tu a chiedermi di nascondere il denaro.”
Viktor sbiancò.
«Non parlavo seriamente.»
La voce registrata continuò.
“Dopo il matrimonio venderemo la casa di campagna. Tu non dovrai preoccuparti di nulla.”
Lui abbassò la testa.
«Era una discussione privata.»
«Era una minaccia» disse l’ispettore.
«Avevo paura di perdere tutto.»
Marco, dall’altra parte del vetro, mormorò:
«Ed è per questo che volevi prendere tutto agli altri?»
Viktor sollevò il viso verso il vetro, come se potesse vedermi.
«Anna, vieni qui. Possiamo ancora sistemare le cose.»
Non entrai.
La falsa vendita fu bloccata quella stessa sera. La firma imitata non apparteneva a me: il perito riconobbe subito la pressione irregolare della penna e l’errore nella grafia del mio cognome. L’uomo della fotografia venne identificato come un collaboratore di Viktor, incaricato di spaventare le vittime e convincerle a consegnare i documenti.
La polizia lo trovò in un appartamento preso in affitto con denaro ottenuto da una delle prime donne truffate.
Il messaggio a Chiara non era stato mandato da Viktor direttamente, ma dal suo complice. Anche questo fu provato attraverso i dati del telefono e le immagini delle telecamere della scuola.
Per settimane la mia vita fu fatta di udienze, copie autenticate e telefonate. Viktor rimase in custodia cautelare e poi fu condannato per truffa, minacce e falsificazione di documenti. La sua ex moglie testimoniò senza guardarlo una sola volta.
Quando uscì dal tribunale, molti mesi dopo, non aveva più nessuno accanto.
Io, invece, avevo ricominciato a dormire.
La prima notte dopo l’arresto tornai nell’appartamento e aprii l’armadio dell’ingresso. Trovai la borsa che avevo preparato per il matrimonio. Dentro c’erano il velo, una ricevuta del ristorante e la piccola spilla a forma di casetta color ambra.
La presi tra le dita.
Per la prima volta non mi sembrò un simbolo di ciò che avevo perso. Mi ricordò ciò che avevo salvato.
Qualche settimana più tardi cambiai la serratura della porta e feci installare un citofono con telecamera. Non lo feci per vivere nella paura. Lo feci perché la prudenza non era più una colpa.
Tornai al lavoro il lunedì mattina. Nina mi aspettava con due caffè e un vaso di basilico nuovo sulla finestra.
«Ti ho tenuto il posto» disse.
«Credevo che avessi dato le dimissioni.»
«Ho solo cambiato il modo di sedermi.»
Rise. Anch’io.
Fu una risata piccola, ma sincera.
A giugno vendetti la casa di campagna, non perché qualcuno mi avesse costretta, ma perché non volevo più associarla a quella paura. Con il ricavato comprai un appartamento più piccolo vicino al fiume e aprii un laboratorio di restauro di mobili insieme a Chiara, che aveva sempre amato dipingere.
Il primo giorno mettemmo una vecchia credenza sotto la finestra. Chiara dipinse sulle ante minuscole foglie dorate.
«Adesso questa casa sembra davvero tua» disse.
«Lo è sempre stata.»
«Anche quando c’era Viktor?»
Guardai il pennello che lasciava una linea luminosa sul legno.
«Anche allora. Solo che avevo dimenticato di ricordarmelo.»
In autunno arrivò il primo freddo. Ogni mattina camminavo lungo il fiume prima di andare al laboratorio. Avevo una nuova abitudine: spegnevo il telefono per mezz’ora e ascoltavo soltanto l’acqua, i passi dei passanti e il rumore dei remi contro la corrente.
Un martedì di novembre ricevetti una lettera dall’istituto penitenziario. La busta era sottile, con il mio nome scritto nella grafia inclinata che avevo imparato a riconoscere durante i mesi insieme.
Elena mi chiamò subito.
«Non devi aprirla se non vuoi.»
«La aprirò.»
Dentro c’era una sola pagina.
Viktor scriveva che si era lasciato trascinare, che i debiti lo avevano cambiato, che aveva pensato spesso a me. Diceva di voler parlare, anche soltanto per cinque minuti. Alla fine aggiungeva: “Non posso restituirti quello che ho fatto, ma posso ancora essere l’uomo che pensavi fossi.”
Lessi due volte.
Poi presi un foglio e risposi.
“Non ho più bisogno dell’uomo che pensavo fossi. Ho bisogno della vita che sto costruendo senza di te. Ti auguro di affrontare con coraggio le conseguenze delle tue scelte. Non venire a cercarmi.”
Non c’era rabbia nella mia mano.
Soltanto fermezza.
Piegai la lettera e la consegnai a Elena. Non conservai quella di Viktor.
A dicembre Chiara mi regalò un piccolo quadro. Rappresentava una casa gialla con una porta rossa, immersa nella neve. Sul tetto aveva dipinto una minuscola spilla a forma di casetta.
«Perché l’hai messa lassù?» le chiesi.
«Perché adesso la casa guarda avanti.»
La appesi vicino all’ingresso, accanto alla mensola dove tenevo le chiavi. Poi presi la vecchia spilla color ambra e la fissai al mio cappotto.
Il metallo era ancora freddo.
Ma non mi fece più paura.
Uscii nel primo nevicare e chiusi la porta dietro di me.
La chiave girò nella serratura.
Questa volta, la casa era soltanto mia.
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